Da Ravel al rito della ripetizione: il Bolero Effect di Cristina Rizzo

Bolero Effect di Cristina Rizzo prende le mosse dalla celebre composizione di Ravel e muove una riflessione verso l’ossessione compulsiva. Recensione da Autunno Danza a Cagliari

 

foto di Ilaria Scarpa
foto di Ilaria Scarpa

«Tessuti orchestrali senza musica», così Maurice Ravel definiva nel 1928 il suo Boléro, destinato a diventare uno dei più famosi di sempre, anche e soprattutto per la capacità di radicarsi nella memoria dell’ascoltatore. Si tratta infatti di una singola melodia divisa in due frasi che attraversano nove ripetizioni, senza concedere nessun tipo di variazione o virtuosismo né ai musicisti nei ai danzatori che con esso si misurano. Nel 2002, studi intrecciati tra musicologia e neurologia hanno ipotizzato che il Boléro rappresenta un esempio di «creatività musicale dell’emisfero cerebrale destro», responsabile della complessità strutturale e armonica, mentre l’atrofia dell’emisfero sinistro si occupa di chiudere tale complessità nella bipartizione e nell’ossessiva ripetizione delle frasi.
La musica – commissionata dalla grande danzatrice dei Balletti Russi di Djaghilev Ida Rubinstein – si era offerta all’epoca alla scrittura coreografica di Bronislava Nijinska, sorella dell’intramontabile Vaslav. Resta storica la versione di Maurice Béjart per l’Opera National de Belgique (1961), che comprimeva la danza dell’interprete principale sotto un’unica luce puntata su un tavolo, esplodendo altre cellule coreografiche in una sorta di eco movente sul piano del palco, enfatizzando le qualità ipnotiche di musica e impatto visivo.

foto ufficio stampa
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Nel 2014 Cristina Rizzo produce Bolero Effect, una riflessione danzata concentrata sulla natura di «esercizio da comportamento compulsivo», mettendosi in scena insieme ad Annamaria Ajmone in un lungo pezzo che non concede interruzioni. A un lato del palco, curvo sulla propria consolle da DJ, Simone Bertuzzi elabora dal vivo un soundscape martellante di ritmiche da ballo che spaziano da sonorità afro ad altre in grado di disegnare, nello spazio vuoto attorno alle danzatrici, le pareti immaginarie di una discoteca di un paio di decenni fa.
Agli occhi di chi non abbia dato uno sguardo al foglio di sala che spiega con cura la genesi del progetto salta – è proprio il caso di dire – l’esperimento sulla durata e sulla creazione di una dimensione di rituale apotropaico in cui i corpi oscillano senza sosta tenendo il ritmo con piegamenti delle gambe e slanci delle braccia, come presi da un’estasi irresistibile. Nessun elemento della partitura di Ravel – così stampata nell’immaginario comune – viene conservato, l’operazione radicale eppure sottilmente ammiccante è tutta rivolta al richiamo visivo, quel dondolare di molle in continuo stimolo che tornava anche nella versione di Béjart.

foto ufficio stampa
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Le figure di Rizzo e Ajmone procedono abitando lo spazio in tutta la sua ampiezza, restando per lo più spalla a spalla, scambiandosi sorridenti sguardi di incoraggiamento, gettandosi in composizioni di arti spigolose e veloce e inseguendo ora un sincrono per abbandonarsi subito dopo alla cura di una dimensione di insieme. Nelle note di regia si parla del Bolero come di «un’isola deserta, un luogo da cui ri-cominciare»; allora pon pon e lattine vuote, riuniti in piccoli cumuli e lasciati da parte come una muta di pelle abbandonata diventano simulacri di un contesto di festa, una festa che assume toni punk quando lo stesso DJ lancia i barattoli dalla sua postazione.
Se un forte impatto proviene dalla vitalità delle due performer e dalla loro corsa verso un contatto umano invece impedito dall’ossessività della ripetizione, di questo dispositivo, che sembra indagare i limiti della comprensione razionale (torna qui la neuropatia di Ravel), resta il tentativo di usare il corpo per liberare lo spazio da ogni costrizione concettuale, fino alla resa evidente nei confronti di una visione severa, autoritaria e divisa tra l’ermetismo del significato e la didascalia del segno.

Sergio Lo Gatto

visto nel programma di Autunno Danza, Cagliari, Sala Il Crogiuolo, novembre 2015.

sullo stesso argomento leggi anche Fabbrica Europa. La Stazione Leopolda danza di Alessandro Iachino

BOLERO EFFECT
Concept e Coreografia Cristina Rizzo
Performance Annamaria Ajmone, Cristina Rizzo, Simone Bertuzzi
Light design and Technical direction Giulia Pastore
Elaborazione sonora e Djing Simone Bertuzzi aka PALM WINE
Cura e distribuzione Chiara Trezzani
Produzione CAB008
con il sostegno di Regione Toscana e MiBACT
Coproduzione Biennale di Venezia Danza
In collaborazione con Terni Festival

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Sergio Lo Gatto è giornalista, critico teatrale, ricercatore e traduttore. È dottore di ricerca in Spettacolo (Sapienza. Università di Roma), con una ricerca su critica teatrale e filosofie digitali e cultore della materia L/ART-05. Si occupa di arti performative su Teatro e Critica. Ha fatto parte della redazione del mensile Quaderni del Teatro di Roma, ha scritto per Il Fatto Quotidiano e Pubblico Giornale, ha collaborato con Hystrio (IT), Critical Stages (Internazionale), Tanz (DE), collabora con il settimanale Left, con Plays International & Europe (UK) e Exeunt Magazine (UK). Ha collaborato nelle attività culturali e di formazione del Teatro di Roma, partecipato a diversi progetti europei di networking e mobilità sulla critica delle arti performative, è co-fondatore del progetto transnazionale di scrittura collettiva WritingShop. Ha partecipato al progetto triennale Conflict Zones promosso dall'Union des Théâtres de l'Europe, dove cura la rivista online Conflict Zones Reviews. Tra le pubblicazioni, con Matteo Antonaci ha curato il volume Iperscene 3, Editoria&Spettacolo 2017. con Graziano Graziani La scena contemporanea a Roma (Provincia di Roma, 2013).

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