Liddell censurata a Vicenza. Meglio Zurlo che Lega e Forza Nuova

Angelica Liddell censurata a Vicenza. Una riflessione sulla polemica accesa da Lega Nord e destre estreme circa la messa inscena dello spettacolo al Teatro Olimpico

 

foto: dettaglio http://classici.tcvi.it/
foto: dettaglio http://classici.tcvi.it/

In epoca fascista la censura teatrale era una sorta di isola speciale e intoccabile per nessuno al di fuori di Leopoldo Zurlo, il quale per tredici anni vigilò con occhio attento, arguto e colto sul teatro italiano. La drammaturgia era l’unica arte ad avere un ufficio preposto, con un dirigente esperto che intratteneva veri e propri epistolari con gli autori di cui doveva leggere i copioni prima di dare il nulla osta.
È possibile documentarsi sul lavoro di Zurlo e sulla storia della censura in Italia molto facilmente e anche online grazie alla pubblicazione dell’archivio dei testi censurati in epoca fascista avvenuta nel 2004 a opera del Mibact. Un’importantissima e corposa documentazione anticipata da un saggio di Patrizia Ferrara.
La censura insomma all’epoca del Fascio era una cosa seria. Zurlo commentava i testi, chiedeva cambiamenti, consigliava gli autori come un vero e proprio editor. Dall’autrice del saggio viene descritto come «colto, intelligente, ironico, incline allo scetticismo, laico, ma rispettoso della morale cattolica e per niente ottuso, assai competente in materia teatrale e in letteratura italiana e straniera». Certo era il braccio armato prima di Mussolini e poi più specificamente di Galeazzo Ciano (quando l’incarico venne associato al Sottosegretariato stampa e propaganda, nell’aprile 1935) e la sua visione del teatro coincideva con l’ideologia fascista intenta a mostrare un’immagine edulcorata e artificiale del Paese; ma egli aveva competenza in materia ed era capace di aprire anche dibattiti che andassero oltre il problema della censura.

Ora però torniamo al presente, alla polemica accesa dalla destra vicentina e presa al balzo dalle alte sfere nazionali. Le sentinelle del buon gusto e della morale unite e compatte in una sola massa e con gli scudi levati a testuggine invocano che lo spettacolo di Angélica Liddell – Prima lettera di San Paolo ai Corinzi. Cantata BWV 4, Christ lag in Todesbanden. Oh, Charles! –  previsto per il 18 settembre al Teatro Olimpico di Vicenza non si faccia. Perché? Perché lo dicono loro! E questo vi basti, altrimenti tutti al confino!

È bastata l’intervista di Anna Bandettini su Repubblica a infiammare gli animi. A quanto pare i difensori della morale vicentina e nazionale hanno già visto lo spettacolo: dalla Lega con Salvini, passando per Storace (un suo furioso intervento sul Giornale d’Italia), fino alla direzione nazionale di Forza Nuova sembra che tutti siano andati ad assistere al debutto in luglio al Berliner Festspiele dove, senza scandalo alcuno, l’artista premiata con il Leone d’Argento alla Biennale di Venezia del 2013 ha portato in scena l’ultimo lavoro e i tre precedenti. Altrimenti non si spiega la sicurezza dimostrata negli annunci via social e note stampa.

Al Teatro Olimpico di Vicenza andrà in scena a settembre uno “spettacolo” durante il quale una “artista”, tale Angelica…

Posted by Matteo Salvini on Martedì 25 agosto 2015

E qui arriva il bello, il nodo di congiunzione tra passato e presente: Zurlo prima di censurare i testi li leggeva. Dite la verità: ce li vedete i nostri salvatori della morale pubblica a intrattenere conversazioni di estetica teatrale con drammaturghi e registi? Vi immaginate Storace preso nella lettura di migliaia di testi ogni anno?

Insomma questa faccenda assurda ci fa pensare che certi politici siano più indietro proprio di quei burocrati che in altri tempi decidevano chi e cosa potesse andare in scena. Soprattutto non sono titolati per farlo ma, dato che il senso del ridicolo e la vergogna non appartengono minimamente alla sfera comportamentale di costoro, la censura reclamata a gran voce è addirittura preventiva. Il fatto è ancora più surreale se pensate quanto questi personaggi ci stordiscano quotidianamente invocando l’immagine e la forza che l’Italia dovrebbe esprimere in Europa e nel mondo; sempre pronti a dire quanto sarebbero bravi a farsi rispettare di fronte ai governanti del Vecchio continente ora non sia accorgono che su temi quali la libertà di pensiero, la laicità dello Stato e i diritti civili ogni volta che aprono bocca rischiano di farci sfigurare proprio agli occhi di quei popoli e governanti con cui dobbiamo quotidianamente confrontarci.

Ma insomma che l’estrema destra italiana punti sempre e continuamente all’oscurantismo strumentalizzando la polemica per compattare i propri seguaci (si veda la battaglia contro Sul concetto di volto nel Figlio di Dio di Romeo Castellucci o il caso di Tino Sehgal accaduto quest’estate a Santarcangelo) ormai è sotto gli occhi di tutti; è invece più disperante trovarsi di fronte a un sistema mediatico che non fa altro che riportare le opinioni del Salvini di turno senza offrire l’approfondimento necessario che immediatamente le riporterebbe allo stato di ridicolo che meritano. Oppure addirittura c’è chi tenta di “recensire” lo spettacolo prima di vederlo. Per Giuseppe Pollicelli di Libero Quotidiano ad esempio è stato sufficiente leggere l ‘intervista su La Repubblica, cercare qualche informazione online, vedere forse qualche video su Youtube (ma siamo forse troppo ottimisti) per formulare un giudizio preventivo sull’opera e cercare così di smontarla dal punto di vista dell’efficacia artistica. A metà articolo (qui riportato da Dagospia) Pollicelli dà il meglio di sé: «Attenzione, però: non stiamo invocando una censura dall’alto, non lo faremmo mai. Auspichiamo, piuttosto, un po’ di autocensura da parte degli artisti». Interessante affermazione se pensate che appartiene proprio a un giornalista che si occupa di cultura e che nella propria biografia può vantare anche esperienze da autore cinematografico e teatrale.

Ma attenzione, il circo degli orrori non finisce qui perché la conseguenza finale è l’abbrutimento di chi non ha difese e ciecamente crede a quello che questi personaggi mettono nero su bianco. Basta fare un giro su Twitter o sulla pagina Facebook di Liddell per avere un’idea del livello putrido con cui la catalana viene attaccata. Come degli automi i commentatori si scagliano contro l’artista in maniera talmente automatica da non accorgersi neanche di scrivere su una pagina che non viene aggiornata da mesi o di twittare verso account dormienti – Liddell ha smesso da un pezzo di utilizzare i social network con continuità.

Il minimo comune denominatore di questi esercizi di inciviltà e violenza è argomento anche di molti commenti politici ed è pure l’ultimo tassello che fa cadere definitivamente nella banalità il pezzo di Pollicelli: «Possibile che, a fronte di cento dissacrazioni riguardanti Gesù Cristo, non ce ne sia mai una che sia una su Maometto? Com’ è che il profeta musulmano, che certo non difettava in virilità, non suscita brividi erotici in nessuno?».

Liddell racconta di essersi masturbata con una croce e non con il Corano perché è ciò che le è capitato, perché è l’autobiografia in questo caso a innescare immagini e riflessioni in un’artista che come noi è nata e vissuta nel cuore cristiano dell’Occidente. Perché dovrebbe occuparsi di Maometto?

Intanto Forza Nuova ha alzato il livello di scontro promettendo di «occupare fisicamente il Teatro Olimpico». Fortunatamente finora l’amministrazione vicentina ha risposto per le rime a questi colpi bassi e ci aspettiamo che tutta la città laica, progressista, o semplicemente di buon senso, si stringa attorno all’Olimpico e alla direttrice artistica Emma Dante per far sì che lo spettacolo vada in scena.

Voterò contro, perché davvero non so comprendere per quale ragione finora si sia parlato di pericoli che possa correre la pubblica morale, quando veggo in queste disposizioni nascosto un altro pericolo quello, cioè, che si possa dar la caccia alle manifestazioni libere del pensiero, nel campo artistico. Voterò contro, perché questo principio, infiltrato nella legislazione, potrà domani essere esteso; e quello che oggi si tenta di fare contro le produzioni drammatiche, domani si potrà fare contro i libri, contro i giornali, contro le conferenze.

Francesco Rubichi, 12 novembre 1888, discussione parlamentare sulla legge di pubblica sicurezza voluta dal Governo Crispi.

Fonte: Patrizia Ferrara, Censura teatrale e fascismo (1931-1944) La storia, l’archivio, l’inventario, Ministero dei Beni e le attività culturali, 2004.

Andrea Pocosgnich
Twitter @AndreaPox

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Comments
  • Enrico Piergiacomi 29 agosto 2015 at 15:49

    Caro Andrea,

    ciò che racconti mi indigna e mi spaventa. Detto questo, sono assolutamente d’accordo con te e trovo efficace il confronto con Zurlo. Ho un solo dubbio, ossia circa questo periodo: “E qui arriva il bello, il nodo di congiunzione tra passato e presente: Zurlo prima di censurare i testi li leggeva. Dite la verità: ce li vedete i nostri salvatori della morale pubblica a intrattenere conversazioni di estetica teatrale con drammaturghi e registi? Vi immaginate Storace preso nella lettura di migliaia di testi ogni anno?”.
    Non me lo immagino, ma temo che la questione sia ancora più grave. Quand’anche Storace e compagni di merenda vari leggessero i testi, vedessero gli spettacoli e si confrontassero con gli artisti, non li capirebbero. Bisogna avere sensibilità, pazienza, cultura, arte del dubbio e intelligenza, per andare oltre il superficiale e affrontare seriamente tutte le questioni correlate a un qualsivoglia esperimento drammatico. Ma personaggi del genere non hanno niente di tutto questo: sono perciò convinto che la loro protesta sarebbe semplicemente più brutale, se si informassero anche poco di più.
    Va beh, torno a lavorare, che almeno mi passa il malumore. Cari saluti,

    Enrico.

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