L’esposizione universale. Luigi Squarzina e gli sfollati di ieri

Alla memoria di Luigi Squarzina si torna con L’esposizione universale. Regia di Piero Maccarinelli. Recensione

Luigi Squarzina
Foto Serafino Amato

Si muove al ritmo di una romanità gentile, anche di un certo cinema italiano anni Sessanta, ma è un’operazione profondamente teatrale questa di Piero Maccarinelli sul testo inedito di Luigi Squarzina, L’esposizione universale, in scena fino al 14 giugno al Teatro India di Roma. Ed è anche un’operazione necessaria, non solo per il valore letterario, ovvero la scoperta di un testo drammatico mai andato in scena prima, ma anche per come riesce a intercettare le problematiche di oggi.

Squarzina racconta un’Italia negli anni appena successivi alla Seconda guerra mondiale, in una Roma malconcia dove i profughi sono i cittadini poveri, senza casa e con il lavoro legato alla fortuna della giornata, alle scelte politiche di aprire o chiudere un cantiere. La parola “profugo” pronunciata oggi in bocca a quegli italiani di settanta anni fa ha una forza esplosiva: eravamo profughi, costretti a vivere in campi di emergenza, in borgate maleodoranti. I protagonisti di questa storia, impersonati da una ventina di attori generosi (i giovani interpreti del Corso di Perfezionamento per Attori della Scuola del Teatro di Roma accompagnati dall’esperienza di Luigi Diberti, Stefano Santospago, Antonietta Bello, Sara Pallini, Alice Spisa), hanno evitato proprio quella borgata maleodorante e vivono in una posizione di privilegio rispetto agli altri sfollati romani: abitano in alcuni edifici rimasti incompleti dall’Esposizione Universale del ’42, all’Eur. Quello che il fascismo non riuscì a completare viene usato dal governo democratico per dare alloggio agli sfollati, fino a quando un affare farà più gola del bene comune e ai profughi sarà intimato di lasciare quel piccolo paradiso che si erano creati.

Luigi Squarzina
Foto Serafino Amato

Lo spazio scenico è animato da praticabili sistemati a diverse altezze, letti a castello, un tavolo e poco altro, tutto rigorosamente grezzo, essenziale, consumato quanto basta, come le giacche o le maglie dei protagonisti lise dal tempo e dal lavoro. Parte dello sfondo accoglie immagini fisse o in movimento dell’epoca, pochi frammenti che poco hanno del documentaristico o del didascalico. In questo accampamento l’azione ben si condensa ed espande ed è questa la caratteristica più lampante del testo di Squarzina: c’è un ritmo interno dato dalla scansione degli accadimenti che tiene (nonostante il caldo assassino che si alza in una sala fortunatamente piena) lo spettatore in una tensione continua. Il respiro e l’ambizione del testo è quello del cinema italiano del Dopoguerra che, attraverso tragedia e commedia, raccontava squarci di storia e di realtà; di certo qui stanno anche le uniche debolezze del testo e dunque dello spettacolo: al plot principale è connessa più di una sottotrama, un personaggio carico di un passato da raccontare, come il professore ex fascista, l’adolescente che muore di un incurabile male ai polmoni, il giovane fotografo e aspirante regista cinematografico che si trova invischiato in pene d’amore di cui dopo due ore di spettacolo proprio non si sentiva bisogno, il sovversivo che viene accolto nel gruppo per diventarne prima il leader e poi il traditore, la graziosa ragazza che si dona al viscido poliziotto per sfamare la propria famiglia e poi altri minori fatti e fattarelli che si sviluppano all’ombra dell’Esposizione Universale abbandonata. Ecco non tutti questi ricami narrativi sono utili, anzi rischiano più volte di far deragliare l’opera sui tortuosi binari del melodramma. Maccarinelli però fa di tutto per non cadere nella trappola grazie a un uso parsimonioso delle musiche e delle luci e a una recitazione quasi sempre credibile (anche grazie all’uso disinvolto della cadenza dialettale), con qualche cedimento nel macchiettistimo e nell’affettazione.

Ma quello che preme sottolineare, otre alla prova corale, a tratti anche fisica, degli attori, è proprio l’incredibile assonanza con il tempo che viviamo: non solo per l’Expo, nel testo di Squarzina l’Esposizione è un simbolo, un pretesto che si fa immagine di un cambiamento epocale, soprattutto per la forza con cui emerge un disagio sociale che negli ultimi anni è ritornato sotto gli occhi di tutti. Le famiglie sgomberate dal campo di fortuna immaginato dal drammaturgo non sono i migranti, i Rom o le famiglie di indigenti sotto sgombero? Le truffe e le opere incompiute non sono all’ordine del giorno? La scelta registica di non attualizzare la scrittura, ma di lasciarla immobile a quella fotografia ingiallita della fine degli anni Quaranta, rende ancor di più la sovrapposizione con la nostra epoca e ci consegna la litografia di un paese che mai è riuscito a guarire da certi mali.

Andrea Pocosgnich
Twitter @AndreaPox

Teatro India, Roma – giugno 2015

L’ESPOSIZIONE UNIVERSALE
di Luigi Squarzina
regia e impianto scenico Piero Maccarinelli
con Luigi Diberti, Stefano Santospago
e con Antonietta Bello, Sara Pallini, Alice Spisa
e gli interpreti del Corso di Perfezionamento per Attori della Scuola del Teatro di Roma
Roberto Caccioppoli, Maria Teresa Campus Barbara Chichiarelli, Paride Cicirello, Giulio Maria Corso, Vincenzo D’Amato, Gregorio De Paola, Carmine Fabbricatore, Michele Lisi, Pietro Masotti, Alessandro Meringolo Stefano Scialanga, Nicola Sorrenti, Jacopo Uccella
costumi Gianluca Sbicca
musiche Antonio Di Pofi
movimenti scenici Francesco Manetti
immagini Istituto Luce scelte da Roland Sejko
assistente alla regia Ulduz Ashraf Gandomi
montaggio Luca Onorati
Lo spettacolo è parte del Progetto
ESPOSIZIONE UNIVERSALE DI ROMA – IDEAZIONE E TRASFORMAZIONE
Teatro di Roma, Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico”, Fondazione Centro Sperimentale di Cinematografia, Style Food/Cristal Catering e Open City Roma
in collaborazione con
Istituto Luce e Fondazione Gramsci
realizzato con il contributo di Lazio Innova per EXPO MILANO 2015 “Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita”

Gli articoli di Teatro e Critica, che sono frutto di un lavoro quotidiano di ricerca, scrittura e discussione approfondita, sono gratuiti da 8 anni.
Se ti piace ciò che leggi e lo trovi utile, che ne dici di sostenerci con un piccolo contributo?

1 COMMENT

  1. Il testo è molto interessante proprio perché, in bilico tra teatro popolare “di ringhiera” e Pasolini, riesce a mescolare trama principale e filoni secondari (quasi un debito al neorealismo migliore) senza mai scantonare dai binari del teatro di denuncia, con un’efficacia predittivi del nostro misero presente che fa venire i brividi. E c’è pure una bella scrittura in un autore all’epoca poco più che ventenne, e una padronanza della materia che rendono incomprensibile che si siano aspettati più di 65 anni per mettere in scena il testo. Ricorderei, tra i giovani, soprattutto Elli (Maria Teresa Campus) e Nora (Antonietta Bello), già perfettamente padrone del ruolo e della scena.

    Una domanda alla redazione, che ben conosce le “cose” del teatro romano: l’India è stato chiuso per un anno per una ristrutturazione della quale, sinceramente, stento a cogliere i segni (la maggior parte degli spazi esterni sono chiusi, diroccati o in disuso, ben più di prima, e le sale sono più o meno come erano prima). Ma un impianto di condizionamento per le due sale (o saune?) non si poteva concepire??Ho visto una decina di spettatori uscire per malessere da troppo caldo allo scoccare delle due ore di spettacolo. Forse qualche catering in meno, e un po’ di aria fresca in più, gioverebbero alle due sale…..

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here