Der Park. L’incubo contemporaneo di Strauss e Stein

Dopo trent’anni torna al Teatro di Roma Der Park, scritto da Botho Strauss per Peter Stein. Recensione

 

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foto di Serafino Amato

Sembra stia diventando pratica diffusa rianimare e riportare sulla scena quel che potremmo definire con un termine a tutti gli effetti ossimorico: “classici del contemporaneo”. Per affrontare questo paradosso sulla sottile linea della teoria schiere di firme ben più autorevoli della nostra si sono battute nel corso dei decenni, quello stesso arco di tempo la cui comprensione (o meglio, percezione) definisce gli orizzonti del discorso e situa i due termini dell’osservazione a distanze solo apparentemente brevi. Pensiamo a Einstein on the Beach di Wilson/Glass/Childs, ai due esplosivi Jan Fabre riproposti dal Romaeuropa Festival 2013, a Calore di Enzo Cosimi, allo stesso Eneide di Krypton. E l’effetto è curioso: completamente diversa la sensazione tra chi – e sono pochi – aveva visto la versione originale e se lo ritrova davanti e chi di quella pietra miliare ha sempre sentito parlare e ora la vede muoversi sul palco. Ma quel movimento la ringiovanisce o ne evidenzia le rughe? Tre decenni sono passati da quando, in quella Berlino Ovest quasi terra di nessuno, il drammaturgo Botho Strauss scriveva Der Park, per metterlo nelle mani di uno dei più grandi registi del secondo Novecento, il concittadino Peter Stein. Fondato il collettivo della Schaubühne, questi lo avrebbe guidato fino al 1985 con Klaus Michael Grüber, Luc Bondy e Robert Wilson, per poi lasciare il posto a nomi illustri come Jürgen Gosch, Andrea Breth e poi Thomas Ostermeier, ancora oggi in carica.

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foto di Serafino Amato

Der Park prende le mosse da Sogno di una notte di mezza estate, una delle commedie di Shakespeare più rappresentate e popolari. L’incontro Stein-Strauss è il concetto stesso di regia messo alla prova da un testo che, in più di un passaggio, sembra imbracciare le armi contro la propria rappresentabilità. Della celebre vicenda della doppia coppia di innamorati finiti vittima di un maldestro incantesimo dello spiritello Puck, della lotta eterna tra il suo padrone Oberon e la regina delle fate Titania, delle tenere tribolazioni di una scalcagnata compagnia teatrale di artigiani non resta quasi niente. Sul palco all’italiana del Teatro di Roma (Teatro Nazionale), che con questo spettacolo stappa la bottiglia del suo ambizioso progetto Prospettiva Stein, si muoverà quasi incessantemente un flusso di apparati scenici, nascosti e mostrati da un millimetrico disegno luci (Joachim Barth), un fiume di parole che, almeno per tutte le due ore e mezza della prima parte, non ha quasi capo né coda. Perché il Sogno riscritto da Strauss è un incubo tentacolare, uno di quei deliri da notte alcolica o devastata dalle droghe. Oberon e Titania sono gli unici due personaggi a conservare il nome, rinati tuttavia sotto forma di laidi spiriti guardoni, scesi nel mondo contemporaneo per risvegliare negli umani una passione sessuale inaridita dalla contemporaneità.

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foto di Serafino Amato

La messinscena di Stein è imponente, il suo gioco a non fermare mai un secondo il procedere visivo, l’innesto a volte violento di brevi e trascinati transiti da quinta a quinta rivelatori di quell’inerzia della coscienza che vibrava nel sotterraneo della Germania (e dell’Europa) divisa in due blocchi di ghiaccio. Eccoci di nuovo al centro del discorso, la contemporaneità che viene mostrata. Oggi quella Germania non c’è più, oggi c’è un paese issato con piedi stabili sulla punta di una piramide economica, ora l’«amore per la patria» sbeffeggiato in una bella scena da dietro a uno steccato giallo-rosso-nero ha tutt’altro senso, i punk che attraversano il Parco come «ragazzi dello zoo di Berlino» hanno altre movenze, oggi veder rivivere lo scattante Puck nel corpo del vecchio artista pazzo Cyprian (qui un ottimo Mauro Avogadro), ascoltare il rutilante monologo finale del Minotauro (convincente Alessandro Averone con cornetti in testa e zoccoli da satiro) che chiude lo spettacolo o quello dilaniante della povera Titania capitombolata millenni indietro nel corpo mitologico di Pasifae (Maddalena Crippa in estasi e mise à la Milo Manara), tutto ha un altro senso. Quello che vediamo non è espressamente “teatro di regia”, non dello stesso stampo di quello di Peter Brook, autore di una versione storica del Sogno che dal 1971 in poi ha dettato legge su tutte le successive interpretazioni del testo: quello che vediamo è pura ermeneutica della visione.

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foto di Serafino Amato

Interminabile, bulimico, repellente nella superiorità con cui Strauss (tradotto da Roberto Menin) consegna la parabola del “suo” presente, disturbante e a tratti magnifico (pensiamo alla scena del litigio degli “amorosi”) nel gioco scenico di Stein che non utilizza mezzi digitali e resta fedele ai goffi cambi scena a mano pur imponendo con fermezza un controllo sorprendente a recitazione e movimenti, Der Park appare oggi come una scelta coraggiosa, degna di un teatro Nazionale che si permette di servire questo tra un classico della prosa e in contemporanea con i ricci/forte alfieri del postmoderno italo-europeo. Il sogno – appunto – del direttore Antonio Calbi di una compagnia stabile, di una residenza artistica che all’arte restituisca tempi lunghi per la creazione e l’evoluzione comincia così, ed è un sogno “contemporaneo” nel modo in cui Giorgio Agamben lo definiva inaugurando il suo corso di Filosofia Teoretica 2006-2007 allo IUAV di Venezia, un contemporaneo nietzschianamente “intempestivo”: «Appartiene veramente al suo tempo […] colui che non coincide perfettamente con esso né si adegua alle sue pretese ed è perciò, in questo senso, inattuale; ma, proprio per questo, proprio attraverso questo scarto e questo anacronismo, egli è capace più degli altri di percepire e afferrare il suo tempo. La contemporaneità è quella relazione col tempo che aderisce a esso attraverso una sfasatura e un anacronismo». Quella di Stein e Strauss non è invenzione, piuttosto una latina inventio. Che corrisponde al greco εὕρησις (héuresis): ricerca.

Sergio Lo Gatto
Twitter @silencio1982

DER PARK
di Botho Strauss  |  dal “Sogno” di Shakespeare
regia Peter Stein
traduzione Roberto Menin
con Pia Lanciotti, Graziano Piazza, Silvia Pernarella, Gianluigi Fogacci, Maddalena Crippa, Paolo Graziosi, Fabio Sartor, Andrea Nicolini, Mauro Avogadro, Martin Chishimba, Arianna Di Stefano, Laurence Mazzoni, Michele De Paola, Daniele Santisi, Alessandro Averone, Romeo Diana, Flavio Scannella, Carlo Bellamio
scenografo Ferdinand Woegerbauer
costumista Annamaria Heinreich
lighting designer Joachim Barth
musiche originali Massimiliano Gagliardi
produzione Teatro di Roma

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Sergio Lo Gatto è giornalista, critico teatrale, ricercatore e traduttore. È dottore di ricerca in Spettacolo (Sapienza. Università di Roma), con una ricerca su critica teatrale e filosofie digitali e cultore della materia L/ART-05. Si occupa di arti performative su Teatro e Critica. Ha fatto parte della redazione del mensile Quaderni del Teatro di Roma, ha scritto per Il Fatto Quotidiano e Pubblico Giornale, ha collaborato con Hystrio (IT), Critical Stages (Internazionale), Tanz (DE), collabora con il settimanale Left, con Plays International & Europe (UK) e Exeunt Magazine (UK). Ha collaborato nelle attività culturali e di formazione del Teatro di Roma, partecipato a diversi progetti europei di networking e mobilità sulla critica delle arti performative, è co-fondatore del progetto transnazionale di scrittura collettiva WritingShop. Ha partecipato al progetto triennale Conflict Zones promosso dall'Union des Théâtres de l'Europe, dove cura la rivista online Conflict Zones Reviews. Tra le pubblicazioni, con Matteo Antonaci ha curato il volume Iperscene 3, Editoria&Spettacolo 2017. con Graziano Graziani La scena contemporanea a Roma (Provincia di Roma, 2013).

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