Sinfonia d’autunno: il terzo incontro tra Bergman e Lavia

Sinfonia d’autunno di Ingmar Bergman, in scena al Teatro della Pergola di Firenze per la regia di Gabriele Lavia. Recensione

 

Foto Ufficio Stampa
Foto Tommaso Le Pera

In quei contesti che, con un termine ormai irrimediabilmente antiquato, si definirebbero radical chic, sembra vigere ancora una regola non scritta: quella per cui di Ingmar Bergman si deve sempre parlare con cupa riverenza e spasmodica ammirazione. È una legge, questa, che deve avere ben presente quel signore seduto alla mia sinistra, che pur avendo sonnecchiato per buona parte delle quasi due ore di spettacolo, non ha tuttavia esitato — durante uno scambio di impressioni avuto con altri spettatori del Teatro della Pergola — a definire questo Sinfonia d’autunno un capolavoro, censurando inoltre quanti avevano abbandonato la sala prima del finale con un severo «Cosa credevano, che avrebbero assistito a una commedia?». Si direbbe quasi che all’estetica del regista di Uppsala ci si debba avvicinare sempre a proprio rischio e pericolo, consapevoli che si affronteranno abissi di dolore, sottili analisi psicologiche, temi ultimi come la morte o il rapporto con Dio: e che soprattutto, qualora ci si senta tremendamente annoiati, sia per una colpevole mancanza di gusto.

Al suo terzo incontro con l’autore svedese, dopo Scene da un matrimonio e Dopo la prova, Gabriele Lavia firma uno spettacolo tutt’altro che indimenticabile: complice anche una drammaturgia che potremmo considerare minore all’interno della produzione bergmaniana, e non esente da un vago maschilismo che parte della critica aveva già messo in luce all’epoca dell’uscita del film. Di una commedia, effettivamente, non si tratta: Höstsonaten, film del 1978 scritto originariamente per il teatro, mette in scena i brandelli del rapporto tra Charlotte — affermata pianista afflitta da dolorose e frequenti fitte alla schiena, in visita alla figlia dopo anni di lontananza — e Eva, il cui precario equilibrio emotivo, imputabile all’indifferenza della madre, è ulteriormente minato dalla morte di un figlio, avvenuta anni prima, e dalla malattia degenerativa della sorella minore Helena (Silvia Salvatori). Mettendo tra parentesi le soluzioni formali e lo sperimentalismo di opere come Persona o Sussurri e grida, Bergman adottò qui una regia di stampo classico, che affidava soprattutto alle interpreti il compito di portare alla luce un inespresso gorgo emozionale. Ingrid Bergman e Liv Ullmann fornirono una magistrale conferma del loro talento e la pellicola, lungi dal risultare di difficile fruizione, deve proprio allo straordinario lavoro attoriale la capacità di attrarre lo spettatore in quella «sconcertante e terribile combinazione di sentimenti, di confusione, di rovina» che nelle parole di Eva sembra contraddistinguere il legame tra una madre e una figlia.

Foto Ufficio Stampa
Foto Tommaso Le Pera

È un interno borghese dominato da un gigantesco divano lo spazio asettico, disegnato da Alessandro Camera, nel quale si consuma lo scontro tra le due donne: e proprio quel divano sovradimensionato, sul quale il contatto fisico sembra essere un’eventualità remota, annuncia un’incolmabile distanza tra i personaggi. Il titolo originale fa d’altro canto riferimento non a una sinfonia, bensì a una sonata, cioè una composizione per strumenti solisti, a sottolineare ulteriormente quel muro di incomunicabilità e distacco che separa Eva dalla madre. Soltanto i giochi del piccolo Erik, ammassati sulla destra della scena, ricordano, con la fissità tipica delle reliquie, un tempo in cui l’amore sembrava possibile e reale. A brillare per la sua assenza è tuttavia il pianoforte: quel Bösendorfer con 97 tasti, nove in più rispetto allo standard, al quale Charlotte ha dedicato l’esistenza al punto da sacrificare la famiglia sull’altare di una fama mai del tutto raggiunta. L’espediente di suggerire la presenza dello strumento ricorrendo soltanto alle braccia delle due attrici, aperte in un gesto simile a una crocifissione, sembra costituire un’evocazione religiosa e cristologica, affine alla sostituzione del preludio di Chopin presente nel film con un glaciale silenzio: è infatti quello del silenzio di Dio — sul quale da anni sembra interrogarsi invano anche il marito di Eva, il saggio ma insicuro Viktor (Danilo Nigrelli) — un sottotesto che inscrive il dramma personale delle due donne in una più ampia dimensione esistenziale.

Ma si tratta soltanto di spunti e accenni, che si dissolvono in una regia tesa a trasformare l’ancestrale conflitto tra una madre e una figlia in una riflessione sul prezzo dell’arte e sul narcisismo di una donna concentrata soltanto sulla propria carriera. Il confronto con l’originale cinematografico è impari soprattutto da un punto di vista interpretativo: benché Anna Maria Guarnieri nel ruolo di Charlotte risulti convincente, Valeria Milillo non riesce a restituire quell’amalgama di rancore, senso di colpa, rimorso e tenerezza che contraddistinguono la repressa e frigida Eva. Il lungo dialogo notturno tra le due, colmo di accuse e recriminazioni, risulta così piatto e privo di mordente, incapace di destare l’attenzione di una platea già messa a dura prova dalla fissità delle scene. E il critico teatrale, per una volta, si sente solidale con quei coraggiosi che hanno desistito dall’impresa e hanno preferito cercare conforto dall’atroce silenzio nelle strade rumorose del centro cittadino.

Alessandro Iachino

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visto al Teatro della Pergola, Firenze, marzo 2015

SINFONIA D’AUTUNNO
di Ingmar Bergman
traduzione Chiara De Marchi
con Anna Maria Guarnieri, Valeria Milillo, Danilo Nigrelli, Silvia Salvatori
scene Alessandro Camera
costumi Claudia Calvaresi
musiche originali Giordano Corapi
luci Simone De Angelis
regia Gabriele Lavia
produzione Teatro Stabile dell’Umbria / Fondazione Brunello Cucinelli

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