Nel cerchio dilatato di Genesiquattrouno

Genesiquattrouno visto al Teatro Studio Krypton di Scandicci. Recensione.

Foto Ufficio Stampa
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Basta un solo istante perché l’amore ceda il posto all’invidia e al risentimento. È una frazione di tempo nella quale le smargiassate offerte in dono all’altro — «per te, io potrei montare sopra un grillo per saltare dentro al cielo, potrei persuadere una tempesta a soffiare come brezza» — diventano una banale questione su cui rivaleggiare, episodi di una gara virile in cui la prestanza fisica vuole soltanto umiliare. Quel “per te” scompare dalle dichiarazioni di forza, quasi a preannunciare l’imminente tragedia, e con esso sembra dissolversi anche il legame viscerale che univa i due fratelli. Eppure deve esserci stato amore, prima del sangue versato: un amore assoluto col quale esplorare il mondo, forse addirittura crearlo.

Genesiquattrouno, opera prima del duo composto da Gaetano Bruno e Francesco Villano, selezionato per il premio In-Box 2014, corregge quell’inganno della memoria che vuole tramandare del mito di Caino e Abele soltanto l’omicidio conclusivo, e in una dilatazione, a tratti eccessiva dei tempi scenici, pone l’accento su quegli aspetti che nel testo biblico sono compressi in una manciata di parole e in sedici versetti: non ultimo, un originario amore fraterno. È un percorso a ritroso quello messo in scena: all’abbassarsi delle luci nella sala del Teatro Studio Krypton l’assassinio è già stato compiuto, e tuttavia Caino (Gaetano Bruno) sembra essersene dimenticato. Abele (Francesco Villano) torna così a visitare in sogno, non riconosciuto, il fratello e, nel tentativo di riportare alla luce il tragico gesto, lo invita a ripercorrere i passi di una storia già accaduta. È una caccia psicologica nella quale l’intento di stanare l’uccisore è perseguito riconducendolo nella tana primigenia, scenario dei giochi dell’infanzia. Quello che fu il rifugio dei due fratelli — un cerchio di frutta sopra il quale pende il tronco secco di un albero — è adesso abitato da un uomo soltanto: quando Villano varca la soglia di quello spazio intimo, di quel nido che condivideva con il fratello, assistiamo però a un salto indietro nel tempo, verso un’epoca ormai lontana in cui Caino e Abele erano bambini simili a cuccioli di animali, capaci di esprimersi solo ricorrendo a versi e suoni ferini.

Foto Ufficio Stampa
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I due, indossando un paio di pantaloncini blu e una t-shirt bianca, giocano, lottano amichevolmente, temprano il carattere misurandosi reciprocamente il vigore e l’astuzia: è questo un lungo segmento in cui il dialogo è sostituito da un magnifico lavoro fisico e coreografico, al quale tuttavia avrebbe giovato una durata minore e un ritmo più elevato. Solo in un secondo momento — quando, spinto dall’intraprendenza di Abele, Caino abbandona quel riparo in cui sono cresciuti, e inizia a esplorare l’ambiente circostante — il duo ricorre alla voce, senza che tuttavia cessino le corse, i veloci scatti o i salti, in una fisicità non più contenuta dal cerchio di frutta. L’espandersi dello spazio scenico corrisponde all’aprirsi del mondo davanti agli occhi dei figli di Adamo, e la conquista della parola sembra riflettere un percorso compiuto dall’umanità intera. La vicenda di Caino e Abele è infatti nella lettura della giovane compagnia allo stesso tempo unica e universale, personale e filogenetica, in essa sembra trasfigurarsi letterariamente un percorso di sviluppo della civiltà. L’agricoltore Caino e il pastore Abele sperimentano per primi la durezza del lavoro, in una divisione dei ruoli nella quale leggere un primario scontro tra nomadismo e sedentarietà. Ben presto qualcosa sembra incrinarsi: Caino sceglie di non offrire più in dono a Dio la parte migliore del raccolto — ottenuta lottando duramente contro le intemperie o l’asprezza del suolo — ma di conservarla per sé. L’atto di egoismo col quale viene meno l’ancestrale alleanza con la divinità, nel quale leggere in nuce un destino collettivo di progressiva accumulazione dei beni, prelude a una rottura ben più grave di quel patto d’amore che legava i due.

E ciò nonostante, nello sguardo e nelle parole di questo Abele vivificato da Villano, permane un nucleo indissolubile di affetto nei confronti del proprio uccisore, quasi un istinto di protezione: quando, convinto dal fratello, Caino torna nella grotta dell’infanzia, in quel cerchio nel quale accucciarsi e cercare protezione dalle conseguenze del peccato finalmente riportato alla coscienza, Abele resta a vegliarlo, in piedi, in quella stessa posizione con la quale si era aperto lo spettacolo. Ogni notte si ripresenterà nei suoi sogni, ma più che una tortura questo gesto sembra un tentativo di ritornare entrambi alle origini, una psicoanalitica risalita verso quel ventre, terreno precedente a qualsiasi nascita e qualsiasi sviluppo deviato: uno sforzo inane, perché il male è già stato compiuto, e a noi resta solo il compito di rammemorarlo. Fuori da quel rifugio, lontano da quell’albero ormai morto, la storia lorda di sangue prosegue un paradossale cammino di conquiste: sarà proprio Caino a fondare Enoch, la prima città.

Alessandro Iachino

visto al Teatro Studio Krypton, Scandicci, Marzo 2015

GENESIQUATTROUNO
testo e musiche Gaetano Bruno
di e con Gaetano Bruno e Francesco Villano
scene Igor Scalisi Palminteri
luci Cristian Zucaro
in collaborazione con InBalìa – Compagnia Instabile

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