La realtà e altre catastrofi di Rafael Spregelburd

QUINTA DI COPERTINA. Il teatro, la vita e altre catastrofi ci guida in un viaggio nella produzione del Rafael Spregelburd saggista e teorico. La sponda meno conosciuta di un celeberrimo drammaturgo 

 

il teatro la vita

«L’invasione degli ultraspagnoli». Così l’aveva scherzosamente definita Andrea Porcheddu quella «nuova ondata di drammaturgia ispanica – ma prevalentemente sudamericana e in particolare argentina» abbattutasi «con forza e successo nei nostri teatri». Juan Mayorga, Daniel Veronese, Beth Escudé, Claudio Tolcachir e, «naturalmente, Rafael Spregelburd». Ma Spregelburd non è solo drammaturgo, anche docente, critico e saggista. In occasione delle repliche romane di Furia Avicola Spregelburd aveva tenuto un generoso incontro alla Sala Squarzina del Teatro Argentina proprio per presentare il bel volume curato da Manuela Cherubini e Giovanni Iorio Giannoli, Il teatro, la vita e altre catastrofi – Domande, ipotesi, procedimenti. Della finezza argomentativa e dell’inventiva linguistica aveva dunque dato prova, dimostrando anche una verve non comune. Si era parlato sì di teatro, ma molto di più di tutto ciò che vi sta attorno e che il teatro stesso si occupa – o dovrebbe occuparsi – di riflettere: la realtà.

Il volume si apre con le premesse dei due curatori: un appassionato racconto di Manuela Cherubini che ripercorre il rapporto con Spregelburd passo per passo, dagli studi con José Sanchis Sinisterra all’arrivo all’aeroporto di Buenos Aires per conoscere il suo futuro amico, fino alle collaborazioni degli ultimissimi anni; un testo più “socio-tecnico” di Giannoli che inquadra l’autore da un punto di vista di filosofia del linguaggio puntando, ancora una volta, l’attenzione alla definizione di reale, con tutte le contraddizioni del caso. I saggi di Spregelburd sono accorti e affilati, si nota la scintilla di un’intuizione intellettuale che tuttavia esplode dalla pratica, evidente com’è la presenza costante del fantasma della rappresentazione, impegnato a incarnare le più bieche forme politiche o a scartare di lato verso i paradossi sociali del presente: «La realtà sembra essere la versione del reale che costruisce il senso comune, una curiosa istanza collettiva», scrive ne Il tramonto del significato. Si percorrono terreni metodologicamente più ordinati, come negli Appunti sulla drammaturgia che molto devono al suo “maestro” Juan Daulte e in cui ci si interroga sulla morte della tragedia ed emerge il paradigma della catastrofe («che interessa a noi, costruttori di nuove fabule, piccoli chimici di miti»). Nella poetica del discorso di questo «drammaturgo/demiurgo» si intuisce il negativo della forma mentis enciclopedica e della natura “seriale” delle sue pièce, forsennate e verbose, eccessive e ostinate, passa il tono ironico e beffardo, come nel gustoso brano Un monologo è un dialogo senza lineette. O tutto il contrario. O qualcosa del genere.

Natacha Koss e Bernardo Borkenztain Szeiman si occupano di chiudere con due commenti, uno più di analisi drammaturgica, l’altro che ricostruisce una sorta di ermeneutica del “realismo altro” (e “alto” anche) di questo fine cervello. Sfogliando il volume, quella che leggiamo è anche la pratica vista a ritroso, analizzata dall’autore stesso nelle sue strutture portanti, attraverso un’autopsia di Bizarra (Potere e Fiction) o dell’Eptalogia di Hyeronimus Bosch (qui discussa in un’intervista con Jorge Dubatti).

Ed ecco che viene in mente qualche passo di un ottimo studio sul teatro “porteno” di Lorenzo Donati, purtroppo non ancora edito, che citava proprio Dubatti: «Spregelburd inizia a ricercare non più la decostruzione dei linguaggi ma la sintassi del reale, vale a dire le grandi matrici astratte che costituiscono la base, il principio di questa realtà “reale”, in opposizione a una realtà umana fatta di linguaggio». Donati commentava che «[Spregelburd] si orienta verso la costruzione di una sorta di grammatica del reale: trasfigurata nel linguaggio del teatro, essa sembra ambire a produrre un bagaglio di conoscenze parallele rispetto ai luoghi tradizionalmente deputati al “sapere”, ma che nella stessa misura possono fornirci le chiavi necessarie a interpretare la realtà. Come se il teatro ambisse a produrre una sorta di epistemologia universale, in grado di spiegare l’ordine di tutte le cose». Di tutte le cose forse no, ma c’è da dire che in questa avvincente e appassionata selezione edita da Bulzoni, il pensiero dello scrittore argentino dimostra proprietà tentacolari davvero sorprendenti.

Sergio Lo Gatto
Twitter @silencio1982

IL TEATRO, LA VITA E ALTRE CATASTROFI – Domande, ipotesi procedimenti
Rafael Spregelburd
a cura di Manuela Cherubini, Giovanni Iorio Giannoli
traduzioni di Manuela Cherubini
Roma, Bulzoni, 2014
pp. 204
ISBN: 978-88-7870-961-4
Euro 20.00

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Sergio Lo Gatto è giornalista, critico teatrale, ricercatore e traduttore. Alla Sapienza. Università di Roma svolge un dottorato di ricerca tra teorie della critica e filosofie del digitale. Si occupa di arti performative su Teatro e Critica. Ha fatto parte della redazione del mensile Quaderni del Teatro di Roma, ha scritto per Il Fatto Quotidiano e Pubblico Giornale, ha collaborato con Hystrio (IT), Critical Stages (Internazionale), Tanz (DE), collabora con il settimanale Left, con Plays International & Europe (UK) e Exeunt Magazine (UK). Ha partecipato a diversi progetti europei di networking e mobilità sulla critica delle arti performative, è co-fondatore del progetto transnazionale di scrittura collettiva WritingShop. Ha partecipato al progetto triennale Conflict Zones promosso dall'Union des Théâtres de l'Europe, dove cura la rivista online Conflict Zones Reviews. Tra le pubblicazioni, con Graziano Graziani ha curato il volume La scena contemporanea a Roma (Provincia di Roma, 2013), con Matteo Antonaci Iperscene 3, Editoria&Spettacolo 2017.