Tra tagli e sfratti, è tempo di resistenza culturale

Tagli alla cultura. Una riflessione locale e nazionale

 

È guerra aperta
È guerra aperta

C’è una guerra in atto, senza bombe, morti e feriti. Ha uno dei suoi epicentri a Roma, ma si sparge a macchia d’olio anche nel resto del Paese; va avanti lentamente da anni e nell’ultimo periodo ha subito un’accelerazione imprevista e travolgente. È lo Stato, attraverso certe scelte e certe istituzioni (non tutte certo, alcune sono virtuose) a essere entrato definitivamente in guerra con una larga fascia dei propri cittadini: coloro che producono cultura e arte. È una guerra invisibile ai più, strisciante, che utilizza armi legali e si nasconde dietro il malcontento della maggioranza, quello che gioisce quando chiude un giornale o quando con un colpo di mano si cerca di esternalizzare un’orchestra cittadina. Cultura uguale spreco e allora via a tutte quelle esperienze che non parlano alla pancia del paese, quelle che puntano alla complessità attraverso il rinnovamento di temi o linguaggi.
Sulla linea del fronte il teatro è uno dei settori ridotti in condizioni peggiori, spinto ormai da un volontariato estremo anche ad alti livelli qualitativi: chi lavora con le pubbliche amministrazioni riceve i pagamenti dopo mesi e la filiera tutta è alla canna del gas. Inoltre la riforma tanto attesa con i nuovi criteri di assegnazione del Fus ha messo in chiaro le direttive nazionali, sempre più aggrappate ai numeri e lontane da criteri premianti per la qualità espressa. Ma forse è presto per dirlo. Intanto però la pubblicazione della lista dei Teatri Nazionali ci racconta di un’Italia divisa in due: con un solo Teatro Nazionale al sud, il Mercadante di Napoli. Vuoi per l’incapacità di certe istituzioni teatrali che non hanno avuto la prontezza di unire le forze, vuoi per la punitiva matematica ministeriale, regioni come la Sicilia e la Puglia, nelle quali si registrano alcune delle punte più avanzate della nostra drammaturgia, sono senza Teatri Nazionali. Al Biondo di Palermo ad esempio non è bastato il rinnovamento spinto dalla collaborazione con Emma Dante e l’istituzione di una scuola di eccellenza. Certo poi nei fatti bisognerà vedere sui contributi l’entità del declassamento dei vecchi Stabili a Tric, a Genova il neo direttore è sul piede di guerra e chiede l’accesso agli atti.

Ma tutto ciò accade nell’orizzonte ampio delle strutture teatrali finanziate dal Ministero, poi ci sono i casi locali, dove la guerra in atto si fa sempre più manifesta. A Macerata il Comune decide di affidare a un bando pubblico – dunque nel pieno della legalità di cui tutti ci riempiamo la bocca – la scelta del soggetto che dovrà gestire lo spazio animato dal 2005 dal Teatro Rebis: il risultato vede un’associazione dilettantistica di volley femminile vincere la gara. Nonostante tutta la fiducia che possiamo avere nello sport, i nuovi gestori difficilmente potranno portare sul territorio quelle eccellenze teatrali di cui poteva vantarsi Macerata. Sulla pagina Facebook del teatro trovate la petizione e maggiori informazioni. Percorriamo qualche centinaio di chilometri a sud e a Pagani, in provincia di Salerno, troviamo un’altra esperienza che rischia la chiusura per mano del solito cecchino, l’amministrazione comunale. Sugli spazi di Casa Babylon pende lo sfratto esecutivo. Il Comune vuole indietro i locali, senza minimamente spiegare cosa ne sarà ad esempio della rassegna Scenari Pagani, evento riconosciuto a livello nazionale che permette alla piccola città di provincia di confrontarsi con artisti che vanno da César Brie a Paolo Rossi, solo per citarne un paio. Basta una veloce ricerca online per trovare decine di questi casi su tutta la Penisola.

Ma arriviamo a quell’epicentro da cui eravamo partiti, a quella Capitale che perde ogni giorno qualche pezzo della propria storia teatrale, recente o meno. Eravamo ancora scossi dal sequestro del Rialto Santambrogio (leggi l’intervista di Simone Nebbia) in nome della sicurezza, che un altro tam tam prende fuoco sui vari canali di comunicazione: Twitter si infiamma quando la Fondazione Romaeuropa il 25 febbraio pubblica un articolo di Repubblica nel quale si racconta dell’annuncio del 27% di tagli alla Cultura, all’interno dei quali è ben evidente un cratere fumante in zona Ostiense: l’Opificio dove risiede Romaeuropa è stato raso al suolo con un missile terra-aria che porta in bella mostra l’etichetta della legalità e del risparmio e una cifra, -90% di contributi di Roma Capitale. Dite ciao al Festival che ci faceva fare bella figura in Europa, salutate il sold out con cui il pubblico accoglieva artisti da tutto il mondo. Non ce lo meritiamo, non ce lo possiamo permettere, questo è il messaggio. In risposta a qualche dozzina di tweet firmata da operatori e cittadini che chiedono spiegazioni, l’assessore alla Cultura Giovanna Marinelli, infilandosi l’elmetto, prontamente afferma, rivolgendosi a Romaeuropa: «Vi assicuro che stiamo lavorando per migliorare il quadro. Siete tra le eccellenze che abbiamo e che vanno tutelate». Il bilancio d’altronde vien prima di tutto (e forse Marinelli non è colpevole, come non lo era Flavia Barca) e allora via con il tagliaerbe anche sulle economie del Teatro di Roma, della Fondazione Musica per Roma, dell’Estate Romana (destinata a sparire del tutto), delle istituzioni musicali e addirittura delle biblioteche. E se per Romaeuropa l’assessore ha voluto stemperare gli animi almeno con una cinguettata, pesa invece il suo silenzio su altre questioni quali: la trattativa col Teatro Valle (gli attivisti più volte hanno denunciato una sperequazione tra le promesse e le proposte ricevute), il caso del Teatro Eliseo, il sistema Casa dei Teatri, il ruolo degli spazi indipendenti come Angelo Mai e Rialto. Insomma come nelle migliori guerre ad alto coefficiente di intelligence è nel silenzio, e nel pieno della legalità, che si annichiliscono i nemici.

Andrea Pocosgnich

Twitter @andreapox

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1 COMMENT

  1. sembra sempre non ci siano i soldi, ma intanto vengono finanziati da zetema degli eventi a dir poco brutti, mostre insignificanti… insomma possibile non si trovino dei soldi per almeno la metà delle produzioni teatrali?

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