Teatrosofia #5. Trasimaco e l’umanità dell’attore

Teatrosofia esplora il modo in cui i filosofi antichi guardavano al teatro

In questa rubrica, curata dal nostro redattore Enrico Piergiacomi – dottorando di ricerca in filosofia antica all’Università degli Studi di Trento – ci avventuriamo alla scoperta dei collegamenti tra filosofia antica e teatro. Ogni uscita presenta un tema specifico, attraversato da un ragionamento che collega la storia del pensiero al teatro moderno e cntemporaneo.

elocuencia
Foto da www.umbinfo.blogspot.com

Chiunque si occupi di teatro affronta inevitabilmente il problema di capire come si possa distinguere l’attore dal retore, o più in generale da chi adotti delle procedure performative per trasmettere nozioni e notizie in modo efficace a un pubblico (un insegnante, un informatore scientifico, etc.). Una soluzione parziale ma che apre comunque una pista promettente ce la offre il sofista Trasimaco di Calcedonia. Sofista noto per la spregiudicata tesi secondo la quale la giustizia è l’«utile del più forte», prospettata nel primo libro della Repubblica di Platone. Meno conosciuti sono invece i suoi tre contributi alla definizione della retorica: l’idea che essa sia un’arte, la creazione di uno stile “misto” tra quello solenne e quello piano, la prospettiva che il compito dell’oratore sia destare i sentimenti utili per vincere una causa.

Trasimaco era del resto rinomato nell’Antichità per la sua tecnica di muovere a compassione i giudici e ottenere il perdono per il cliente, pronunciando discorsi commoventi sulla vecchiaia e simili, forse delineati nell’opera Compassioni, il cui nome ci è pervenuto grazie ad Aristotele. Ora, la stessa testimonianza aristotelica attesta che il sofista provò qui a dire qualcosa sulla recitazione. Se i periodi che precedono e seguono la citazione delle Compassioni costituiscono una parafrasi del contenuto dell’opera di Trasimaco, risulterà plausibile affermare che due furono le sue opinioni al riguardo. Da un lato, la recitazione e la retorica sarebbero affini perché raggiungono lo stesso effetto, ossia persuadono la folla con un discorso che si avvale sapientemente della voce con il giusto volume, la corretta intonazione e il ritmo appropriato. Dall’altro esse sarebbero distinte perché gli uomini apprendono la prima per natura e con qualche rudimento di tipo tecnico, mentre acquisiscono la seconda per arte.

Come si è detto, la distinzione prospettata è parziale, se non anche erronea e superficiale. Si pensi solo al fatto che l’attore ha bisogno di studiare molto per recitare in modo consapevole, nonché di interrogarsi a fondo su tante questioni (il tempo, l’amore, etc.) per esprimere sulla scena una densa visione del mondo. Ma il riferimento alla natura umana è assai acuto e può essere reinterpretato in modo più costruttivo. La distinzione maggiore dell’attore rispetto al retore o a chi si limiti a usare procedure performative di carattere esclusivamente tecnico è che il primo porta sulla scena la propria umanità, si mette a nudo di fronte a delle persone che, se oneste e attente, collaboreranno con lui nell’attivazione di un processo estetico che apporta piacere, benessere e conoscenza.

Quindi, quando l’elocuzione sfocia nell’arte, ottiene un effetto analogo alla declamazione teatrale. Solo brevemente alcuni riuscirono a farlo, come Trasimaco nell’esempio citato. La declamazione teatrale è dote naturale ed è meno prodotto di tecnica, invece l’elocuzione oratoria è prodotto di tecnica. Perciò come gli attori dotati di talento conseguono i premi, così accade agli oratori esercitati nella declamazione; infatti coloro che scrivono discorsi ottengono successo più per l’elocuzione che per il pensiero (85 B 5 DK = Aristotele, Retorica III 1404a, trad. di Plebe).

Infatti il Calcedonio, ossia Trasimaco, insegnò questo: come si debba muovere a compassione il giudice e ottenere misericordia, con parole commoventi sulla vecchiaia, la povertà, i figli e cose simili (85 B 6 DK = Ermia, Sul Fedro di Platone, p. 239.18 Couvreur).

[I frammenti di Trasimaco sono contenuti nel capitolo 85 di H. Diels, W. Kranz (Hrsg.), Die Fragmente der Vorsokratiker, 3 Bände, Berlin 1956. La traduzione dei frr. 5-6 è quella di Maurizio Migliori, Ilaria Ramelli e Giovanni Reale, contenuta di G. Reale (a cura di), I Presocratici, Milano, Bompiani 2006. La resa di Armando Plebe del passo della Retorica di Aristotele è contenuta invece in AA.VV., Aristotele. Volume secondo, Milano, Mondadori 2008. Per approfondire il pensiero di Trasimaco, si legga almeno la raccolta di M. Untersteiner (a cura di), I sofisti: testimonianze e frammenti, Firenze, La Nuova Italia 1967]

Enrico Piergiacomi
Twitter @Democriteo

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3 COMMENTS

  1. “Spettacolo” è gatta da pelare più per l’attore che per il retore. “Teatro”, invece, può esser d’entrambi poiché non appartiene a nessuno. E’ fragile forza trasversale che può affacciarsi dalle crepe lasciate aperte ad arte. E questo vale tanto per l’attore quanto per il retore. Talento e tecniche sono necessari all’uno e all’altro: ciascuno deve costruire le proprie specifiche crepe, ma quando e l’uno e l’altro sigillano il loro atto con il cemento delle certezze, il teatro non si palesa e lo spettacolo regna sovrano.

    C.M.

  2. Caro Claudio,

    sono perfettamente d’accordo, con quanto scrivi. Ho solo da aggiungere una cosa: il retore è forse appunto una figura che lascia aperte poche delle “crepe” di cui parli. Egli si preoccupa sostanzialmente di dar voce a un discorso già scritto in partenza, con formule collaudate da tempo e stratagemmi sia stilistici che psicagogici (i cosiddetti “luoghi comuni”) che sa che porteranno per forza a un dato risultato. Insomma, si concentra più sulla ripetizione efficace del già noto che sull’evocazione dell’ignoto.
    Naturalmente, questo non significa che la retorica in sé non possa essere un’arte che richiede studio, attenzione, talento, nonché che in linea di principio non possa richiamare il teatro. Se si leggono alcuni volumi di filosofia del linguaggio (quello secondo me più mirabile e profondo degli ultimi secoli è “How to Do Things With Words” di Austin), ci rende conto che anche l’enunciato più semplice ha la possibilità di modificare la realtà, piuttosto che di informare l’ascoltatore sullo stato dei fatti. Però anche qui si spalanca un abisso di problemi, perché ogni filosofia propone delle concezioni sul linguaggio diverse e modifica sostanzialmente la nozione di retorica. (Nel “Gorgia” di Platone, che è secondo me il capolavoro del filosofo, quest’ultima viene addirittura considerata un’esperienza e non un’arte, che viene paragonata alla culinaria).
    Grazie per il tuo spunto. Un caro saluto e a presto,

    Enrico.

  3. Mi piace ascoltare avvocati che interrogano e arringano. Tralascio (forse peccando) le sfumature e vado un po’ d’accetta.
    A parità di cura per la sostanza, risulta essere più interessante l’avvocato che meno è occupato nella definizione della forma e nell’esposizione di moduli dalla comprovata efficacia. Risulta stranamente più concreto chi utilizza andamenti inconsueti e ritmi “jezzati”, chi adopera tempi e colori (della grana) in maniera anomala.
    Penso dunque che vi siano tipologie di retore differenti e che migliore sia colui che sorprende nell’inusuale piuttosto che colui che conforta nell’ovvio.
    Mi vien dunque da dire che il fuoco non sia tanto nelle “formule e stratagemmi collaudati”, ma in quel “dar voce”, la cui modalità e andamento può far vincere o perdere cause!
    A presto
    Claudio

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