Virgilio Sieni. La Dolce Vita è Passione

La recensione di Dolce Vita di Virgilio Sieni, in prima assoluta al Romaeuropa Festival 2014

 

virgilio sieni
foto danzaeffebi.com

«Il corpo è forgiato per rappresentare figure che noi riconosciamo importanti da un punto di vista iconografico e simbolico». Con queste parole Virgilio Sieni rispondeva alla prima domanda rivoltagli da Graziano Graziani nell’incontro del ciclo Appena Fatto!, al termine di Dolce Vita, in prima assoluta a Romaeuropa Festival 2014. Più che una domanda un commento, quello del giornalista romano che, per rompere il ghiaccio, chiedeva conto al coreografo fiorentino di certi riferimenti pittorici presenti in questo nuovo pezzo. E in effetti non si può avvicinare il lavoro di Sieni senza essere investiti da un vento solare di suggestioni, appunto, iconografiche. Lui risponde che non ama fare l’appello dei materiali che ispirano le sue creazioni, ma dopo poco è in grado, nel consueto discorrere fluido e denso di termini accuratamente scelti, di ripercorrere quadro per quadro l’intero pezzo componendo una collezione di affreschi, tele, pale e bassorilievi che qualsiasi appassionato di arte rinascimentale (e non solo) desidererebbe possedere. Lui, che sul palco squintato dell’Argentina veste una maglietta rossa e tiene i piedi nudi, tutte le coordinate sembra averle a portata di mano, come fotografie stampate nel cervello e che molto devono a quella Firenze culla sì del Rinascimento, ma anche di quel suo lavoro ormai così ben riconoscibile. «Non esisterebbe deposizione alcuna se il gomito non si piegasse in quel modo, non ci sarebbe crocifissione se il corpo non permettesse quella esatta torsione delle spalle», continua il direttore di Biennale Danza per riportare tutto il discorso e presto a ciò che ama di più e che ancor più a fondo conosce: la grammatica del corpo umano.

Come in altre sue produzioni realizzate con danzatori professionisti – ché molti percorsi di Sieni conducono invece a corpi non “educati” alla danza formale – anche in Dolce Vita si condivide in platea quel senso di assoluta cura, si partecipa di una dimensione raffinata dalla consapevolezza del gesto, si assiste, più o meno rapiti, a una pittura in movimento fatta di torsioni ed esplosioni di diagonali, che almeno in questo caso non arriva né forse vuole arrivare a toccare un qualche tipo di calore. Cinque quadri introdotti da cinque cartelli: «Annuncio, Crocifissione, Deposizione, Sepoltura, Resurrezione». La tematica è dunque presto chiara. Vi si trova di certo il Vangelo, quel «racconto tramandato in forma orale da millenni, vera e propria essenza della trasmissione». Sieni confessa di essere sempre stato attratto, fin dalle prime frequentazioni quasi “d’ufficio” della parrocchia di Don Mazzi, dai «Vangeli raccontati in forma laica», andando da subito a identificarvi dentro una narrazione che «agisce attraverso il corpo». In Dolce Vita c’è fin dal titolo un riferimento all’immaginario felliniano, uno squarcio di malinconia, di nostalgia «che va a determinare una postura dell’animo». Quello di Ramona Caia, una delle danzatrici storiche della compagnia, che apre impersonando l’angelo, con le ali tirate su a zaino che perdono piume qua e là, per lasciare il posto alla visionaria Crocifissione, con alti e candidi cappelli a cono a indicare il cielo quasi come in un’architettura gotica, alla Deposizione riorganizzata come un gioco delle costruzioni, con tagli di legname sparsi per il palco e usati come fragili sostegni per i corpi che vi giacciono, vi vengono abbandonati, da essi vengono salvati, con essi curati. E nella Sepoltura torna il concetto di «adiacenza, la determinazione del luogo».

virgilio sieni
foto uffiicio stampa

A ragione Stefania Di Paolo, che firma il programma di sala, parla di danza come «pratica del costruire», come «architettura di nuove memorie», e ci spinge a tornare al sottotitolo, Archeologia della Passione, una registrazione del racconto che procede per piccole scoperte. La Resurrezione culmina con una magia rarefatta, quando i volti dei danzatori, pittati con il trucco sfatto di clown in decomposizione, si trasfigurano e danno senso a quel gettare l’occhio dritto in platea. Altro tratto saliente e tipico del segno di questo artista, il continuo ricordarsi e ricordarci del ruolo dello sguardo. Certo, c’è Francis Bacon, c’è Richter, soprattutto, specifica il coreografo, c’è quel contrasto fondamentale tra «fissità dell’icona e fluidità del gesto». Ché anche l’immagine che pare più ferma, «continua incessantemente a lavorarci dentro». Allora, senza alcun intento apologetico ma con sincero desiderio di precisione e analisi, c’è da domandarsi se quella freddezza che ci colpisce in volto, quella distanza, quel contatto interrotto non siano proprio il fuoco vivo che si voleva accendere.

Più di Rosso Fiorentino, più del «volto osceno» degli Inquisiti di Goya, più delle Bagnanti di Cézanne e dell’Angelo di Dürer, è quella gelida disciplina del gesto a lasciarci presenti ma come da lontano, quel lavoro coreografico estremamente preciso che lavora sul tatto e sulla reazione epiteliale. La tecnica si sbriciola in una rigorosa struttura di spazio e di prossemica, accanto a un altro elemento altrettanto fondamentale: la musica composta ed eseguita dal vivo da Daniele Roccato. Solo su una piccola pedana sta, tra le sue gambe, un contrabbasso utilizzato a tutto tondo, una loop station ne duplica i pattern e ne fa un corrodio in cui infilare altre note. Eppure tra partitura fisica e partitura musicale esiste un legame che resta solo apparente, i due apparati funzionano abbinati ma non si integrano mai del tutto. E accade così che a elementi di certo chiari e pur perfetti, ammirati in tante opere di questo stesso artista della fluidità e della misura, questa volta manchi il calore di una pulsione viscerale.

Sergio Lo Gatto
Twitter @silencio1982

visto al Teatro Argentina in ottobre 2014
Romaeuropa Festival

DOLCE VITA
coreografia Virgilio Sieni
interpretazione e collaborazione Giulia Mureddu, Sara Sguotti, Jari Boldrini, Ramona Caia, Maurizio Giunti, Giulio Petrucci, Claudia Caldarano, Marjolein Vogels
musiche di Daniele Roccato eseguite dal vivo dall’autore
luci Fabio Sajiz, Virgilio Sieni costumi Giulia Bonaldi
maschera Giovanna Amoroso & Istvan Zimmermann, Plastikart Studio
allestimento Viviana Rella
produzione 2014 Compagnia Virgilio Sieni
collaborazione alla produzione Romaeuropa Festival, Ert Emilia Romagna Teatro, Associazione Teatrale Pistoiese
La Compagnia è sostenuta dal Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, Regione Toscana, Comune di Firenze.

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Sergio Lo Gatto è giornalista, critico teatrale, ricercatore e dramaturg. Attualmente ricopre il ruolo di Responsabile delle Attività Culturali per Emilia Romagna Teatro Fondazione. È dottore di ricerca in Spettacolo, con una ricerca su critica teatrale e filosofie digitali e docente a contratto di Metodologie della Critica del Teatro e dello Spettacolo alla Sapienza Università di Roma. Si occupa di arti performative su Teatro e Critica. Ha fatto parte della redazione del mensile Quaderni del Teatro di Roma, ha scritto per Il Fatto Quotidiano e Pubblico Giornale, ha collaborato con Hystrio (IT), Critical Stages (Internazionale), Tanz (DE), collabora con il settimanale Left, con Plays International & Europe (UK) e Exeunt Magazine (UK). Ha collaborato nelle attività culturali e di formazione del Teatro di Roma, partecipato a diversi progetti europei di networking e mobilità sulla critica delle arti performative, è co-fondatore del progetto transnazionale di scrittura collettiva WritingShop. Ha partecipato al progetto triennale Conflict Zones promosso dall'Union des Théâtres de l'Europe, dove cura la rivista online Conflict Zones Reviews. Tra le pubblicazioni, con Matteo Antonaci ha curato il volume Iperscene 3, Editoria&Spettacolo 2017. con Graziano Graziani La scena contemporanea a Roma (Provincia di Roma, 2013).

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