Diario del tempo. Il quotidiano di Lucia Calamaro

Diario del tempo: l’epopea del quotidiano. Debutta al Teatro India Lucia Calamaro

 

Foto di Francesco Richieri
Foto di Francesco Richieri

Diario del tempo: l’epopea del quotidiano. Inizia dal titolo questa nuova grande fatica della vincitrice di tre Premi Ubu Lucia Calamaro (meritatissimi per L’origine del mondo), prodotta dal Teatro di Roma e dal Teatro Stabile dell’Umbria, presentata al debutto in un fintonuovo Teatro India al sapor di vernice. “Diario” è una formula di particolare aderenza all’evoluzione, al trascorrere di un divenire che quel “tempo” cerca di inchiodarlo alle parole, fidando che una struttura irregolare dia l’illusorio respiro della netta totalità, che il frammento cioè reagisca da magniloquente sineddoche, una parte per il tutto, l’uomo per la condizione umana. E poi è “l’epopea del quotidiano”, a restare nella retorica forse un ossimoro, perché sviluppa quella narrazione di gesta eroiche all’interno di ciò che si riconosce scialbo, metodico, abitudinario. Ma a volerlo leggere per intero, questo titolo svela già da sé l’intenzione ben evidente di una narrazione epica in forma privata (c’è una linea cedevole tra diario ed epopea), indicando come “proprio” il tempo di cui si scandisce il battito, come “proprio” il quotidiano che assurge all’eroismo.

C’è una donna in una stanza vuota cui il bianco sfumato pastello dona un’elegante languore, si chiama Federica (anche il personaggio di cognome farà Santoro), veste abiti sportivi e si impone azioni fisiche alla ricerca di solidità, manovra un improbabile tapis roulant da antiquariato, cede infine a un materasso gonfiabile oversize, da cui le diverrà impossibile il più piccolo movimento. Il problema di Federica è il “fare”, l’occupazione. Proprio su questa parola prende corpo quello che lo spettacolo dispone come tematica di fondo: la precarietà di questo tempo storico, frutto di una crisi economica e sociale, è il punto di giuntura dove si intersecano due ramificazioni semantiche, oggi meno distanti che in passato; se dunque un tempo il lavoro aveva a che fare con energia, faceva pensare alla trasformazione produttiva, oggi fin dai banchi della politica internazionale è stato tradotto con questo termine, “occupazione”, pericolosamente assimilandolo a un fare non finalizzato, un passatempo atto a combattere sì la difficoltà pratica di stare al mondo ma, contemporaneamente, anche la noia.

Foto di Alessandro Carpentieri
Foto di Alessandro Carpentieri

Federica raggiunge allora Roberto (Rustioni), dirimpettaio e decennale amico, contabile in giacca pantaloni e pantofole, ridotto a casa da un part-time imposto dall’alto, senza che vi sia però una riduzione del lavoro che è costretto a svolgere da casa. Egli cerca concentrazione, la distratta Federica lo indispone, ma è l’unico contatto umano che ha, è lo specchio scosso, ondulato, della sua solitudine. Per questo la accetta, le dà consigli. Misura in lei la conservazione delle proprie ritrosie alla relazione. Roberto si dice «fiero di aver partecipato poco, o quasi per niente, al mondo», di contrasto ma giungendo alle stesse conclusioni di Federica, egli resiste al “fare”. Tra di loro c’è un rapporto a incastro, i due isolamenti sviluppano una intimità tra solitudini, in cui si scorge qualche effetto lenitivo. Chiuderanno insieme con una corsa al parco (il palco si fa di venti metri che le luci di Gianni Staropoli tendono in estensione), ma sarà una catarsi comandata, non duratura. Corrono contro il tempo, nel senso proprio di un generale antagonismo verso la misura, una sequenza di confini generatrice di ansia. Chi fa è invece Lucia (la stessa Calamaro) che nel secondo quadro, alla banchina del treno, incontra Federica e innesca con lei una conversazione da cui entrambe, pur molto attratte, cercano di fuggire. Lucia è un’insegnante di educazione fisica, supplente, che a quarant’anni si è iscritta di nuovo alla facoltà di filosofia, dove sta per sostenere un esame su Jacques Lacan, che non comprende. Ma grazie a questo studio cerca di applicare alla sua vita di relazione “quotidiana”, alla conversazione da treno, ciò che dal filosofo parigino le sembra di aver tratto. La chiusura di questa “prima parte in due atti” del progetto completo (pur se della durata di tre ore complessive) è affidata a un dialogo tra Federica e Roberto, che torna con i dipinti per una mostra di paesaggi urbani, realizzati da un’amica pittrice. Federica si cerca in ogni paesaggio, è palesemente in ogni dipinto. Roberto nega ogni volta che lei ci sia.

Il quotidiano. Se è vero che ci vuole talento per stare al mondo, allora l’assunto di base che convoca sulla pagina e in scena il parallelismo tra precarietà emotiva ed economica, tutto contemporaneo, si presenta come un nucleo iniziale di grande respiro. Eppure pian piano la situazione dipinta dalla drammaturgia dell’autrice di Tumore e Magick perde universalità, torna a ridursi alla sfera del privato per eccesso speculare, sembra non guardare che a sé stessa. Se nell’incantevole L’origine del mondo l’indagine espressiva del soliloquio – sarebbe più indicato dire del dialogo con sé stessi – si affrancava dal rischio di solipsismo con la ionizzazione (passaggio dallo stato gassoso della materia al più fertile plasma) a un carattere metafisico, in questo caso la scrittura pur ricca di immagini, di giocosità e di limpidi impianti metaforici non riesce a operare appieno questa trasformazione e riduce in ampiezza la portata. Sarà che il quotidiano, singolare, è fatto di tante problematiche plurali? Il riferimento alla precarietà si fa rarefatto, l’intenzione perde vigore, nel pastello diffuso dell’umano, l’uomo, finisce a sfumare via.

Simone Nebbia
Twitter @Simone_Nebbia

Teatro India, Roma, Ottobre 2014

DIARIO DEL TEMPO: EPOPEA DEL QUOTIDIANO
PRIMA PARTE IN DUE ATTI

scritto e diretto da Lucia Calamaro
con (in o. a.) Federica Santoro, Roberto Rustioni, Lucia Calamaro
disegno luci Gianni Staropoli
realizzazione scenica Barbara Bessi
assistente alla regia Elisa Di Francesco
direttore tecnico Andrea Berselli
foto di Alessandro Carpentieri, Francesco Richieri, Maria Alessia Manti
produzione Teatro Stabile dell’Umbria – Teatro di Roma
in collaborazione con PAV e Rialto Sant’Ambrogio
e con la partecipazione del Teatro Franco Parenti
si ringraziano Daniela Piperno, Davide Grillo, Alessandra Cristiani, Teatro Mengoni di Magione

orari spettacolo ore 21.00 domenica ore 18.00 lunedì riposo
durata 2 ore e 40 minuti (intervallo di 20′)

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5 COMMENTS

  1. A parte che ce l’hai raccontato tutto dall’inizio alla fine e che ci hai fatto perdere un po’ di voglia di vederlo, che io sia d’accordo o meno con la tua riflessione su universalità e privato (in parte potrei esserlo, in parte no), mi pare che con piena onestà intellettuale non si possa dire che sia per l’origine del mondo sia soprattutto, soprattutto per Magick non si potessero scrivere le stesse identiche, ma identiche parole… 🙂

  2. Caro Daniele, a parte che mi dispiace tu volessi saperne meno, la prossima volta ti chiedo prima a che percentuale di racconto preferisci una recensione 🙂 , quel che dici degli spettacoli precedenti – che trovo pregevoli – è quanto pensi tu, quanto penso io l’ho espresso per L’origine del mondo e soprattutto, soprattutto per Magick su queste stesse pagine. Quindi no, non avrei usato queste parole ma quelle altre, quelle che ho usato.

  3. Ma li trovo pregevoli pure io. Dico che avevano però lo stesso potenziale limite. Cmq vado oggi e semmai intervengo, chicco

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