Robinson di MK, la danza naufraga al Teatro di Roma

Recensione di Robinson della compagnia MK in scena la Teatro Argentina di Roma

 

foto di Luca Trevisani (particolare)
foto di Luca Trevisani (particolare)

Qualcosa non quadra. Il biglietto a me assegnato riporta stampato il mio cognome e sopra, in piccolo, la parola «prosa». Invece quando si abbassano le luci sulla sala vellutata di rosso quello che accade in scena non ha nulla a che fare con la prosa. Sul palco ci sono quattro uomini e due donne che danzano. Danzano. Non vola una mosca, in prosa o in poesia, non comunque dalle loro bocche, impegnate solo a respirare. No, nessun errore. La verità è che la biglietteria elettronica del Teatro Argentina probabilmente non possiede in memoria la parola «danza», perché per statuto gli Stabili non possono produrre questo genere di spettacolo dal vivo. Il fatto che MK, compagnia romana fondata da Biagio Caravano e Michele Di Stefano e riconosciuta a livello nazionale e internazionale possa calcare queste scene è un lascito di una virtuosa operazione dell’uscente gestione Lavia, che aveva investito in una factory dal nome Perdutamente, da cui sono stati “scelti” tre gruppi da sostenere con una coproduzione.

Robinson richiama subito alla memoria il Crusoe di Daniel Defoe, che nel 1719 faceva naufragare un piccolo borghese su un’isola deserta, componendo in una metafora fulminante una pietra miliare del pensiero critico contro il colonialismo che avrebbe – secondo molti sociologi – gettato le basi per le contraddizioni della geopolitica contemporanea. Ma i sessanta minuti di coreografia di Di Stefano hanno come materiale testuale di partenza la riscrittura a opera di Michel Tournier, dal titolo Venerdì o il limbo del Pacifico, che del personaggio di Defoe va a ricercare le radici più psicologiche, disegnandone l’esigenza di una ricostruzione cosciente dell’io. E proprio dal concetto di limbo sembrano scaturire immagini e movimenti, una complessa rete di relazioni tra i danzatori che tenta di temperare una struttura precisa con un’esecuzione sempre alla ricerca di una necessità (e dunque di un effetto) di sorpresa, alle prese con le dinamiche del binomio “clutching-clashing”. Nessun termine tecnico, solo la colpevole incapacità di tradurre in italiano una locuzione inglese che in due parole riassume il complesso di incontro-abbraccio-scontro-frizione-incidente-atto di qualcosa che si schiaffeggia contro qualcos’altro.

foto di Luca Trevisani (particolare)
foto di Luca Trevisani (particolare)

Sul palco vuoto attende una figura inquietante ed enigmatica, una sorta di indigeno in boxer a righe, corpo dipinto di giallo vivo e collo e volto di nero. Accanto a lui prende presto il volo un enorme materasso argentato, gonfiato ad elio in modo da fluttuare come un monolito senza più gravità, spandendo su tutta la sala il riflesso del taglio di luce che lo investe. Quello spazio desolato verrà prima invaso poi abitato da un Robinson in calzoncini, calzini e t-shirt grigia targata R, poi da una donna in body color carne con la V di Venerdì, poi da altri tre doppi, creature altre che comporranno i vari strati di quell’incontro, gli stadi sincopati di un tentativo di cittadinanza. In una centrifuga di movimenti mascherati da gesti casuali, il disegno ciclico, quasi un linguaggio di comunicazione primordiale, apparirà presto in trasparenza, ma questa volta lo farà in assenza quasi totale di quella vena beffarda e sbarazzina che spesso caratterizza le coreografie di Di Stefano.

La visione dell’autore romano, stavolta, è una danza cupa, che disegna con toni lividi uno scenario apocalittico in cui sembra andare in scena l’evoluzione di una nuova specie di corpo, agito da esseri umani appena passati di stato. Man mano che il palco si popola, sdoppiando di fatto i movimenti come a ricostruire un caleidoscopio di punti di vista, la relazione tra i danzatori si fa più complessa, alla ricerca di un’organicità emaciata, inscritta nei ritmi di un rituale del silenzio in cui solo gradualmente certi gesti ricevono risposta. Il paesaggio sonoro di Lorenzo Bianchi Hoesch e il set di Luca Trevisani sono presenza fisica, compongono una inquietante e ipnotica giungla di ferraglie e mandano a loop il conteggio “one, two, three, four” in una macabra marcia. La somiglianza fisica tra i danzatori, realizzata da un ottimo light design di Roberto Cafaggini e dal vestiario quasi neutro, rende ancora più disturbante la presenza del “Virgilio” in giallo e nero, e il coup de théâtre finale è una strizzata d’occhio al concetto stesso di catarsi, quelle epifanie emotive che ridisegnano da capo la prospettiva delle relazioni.

foto di Luca Trevisani (particolare)
foto di Luca Trevisani (particolare)

Al termine dello spettacolo scambio qualche parola con una autorevole e stimata collega di una generazione precedente, che incontro ciclicamente alle serate della danza contemporanea romana — e che apprezza la «coerenza» di questo spettacolo. Tuttavia non si trattiene dal rimarcare anche stavolta una certa «mancata novità», la sua opinione è che molte delle trame disegnate da Di Stefano sembrino calcare le traiettorie di Martha Graham, di Lucinda Childs e via dicendo, riferimenti che molto probabilmente stanno ben presenti nella mente di Di Stefano. In questo esperimento più compassato, ci troviamo d’accordo su un certo gusto un po’ troppo appoggiato allo “sporco per forza”, in cui lo stile diventa il non-stile e il collo del piede in fuori deve venire quasi per forza macchiato da un calzino o, ogni tot secondi, da un piede a martello.

Eppure, mentre abbandono la rossa platea, piena nonostante il fuori abbonamento e frequentata da molti sostenitori anche da altre parti d’Italia, penso che ad affascinarmi sia proprio quella indelebile traccia di coerenza: nel ritorno ostinato di certe immagini, di certe diagonali, di alcuni gesti precisi come un’estasi sciamanica, di quel gioco elettrizzante in cui i corpi sbracciano e vorticano in una vertiginosa vicinanza torna tutto il progetto pluriennale di MK, le indagini sulla perversione dell’esotismo, torna l’ossessione per l’alterità irrisolta, per l’impossibilità di un radicamento in un mondo interiore che va sparendo dentro il contatto mancato.

Torna la perseveranza granitica di un artista. La sua ricerca espressa in un processo. E penso che questo sia più importante di qualsiasi reminescenza con cui un impianto visivo à la Castellucci o un gesto à la Forsythe possa foderarci gli occhi. E penso che, soprattutto per un pubblico che voglia spingersi oltre i quartieri storiografici della critica, il paradosso che mi aveva accolto, quel «prosa» che tra le poltrone di uno Stabile si trasforma prepotentemente in «danza», sia la più entusiasmante delle novità.

Sergio Lo Gatto
Twitter @silencio1982

Visto al Teatro Argentina nel febbraio 2014 [cartellone 2013/2014]

Guarda il video su eperformance.tv

ROBINSON
di mk
Coreografia Michele Di Stefano
Con Philippe Barbut, Biagio Caravano, Francesco Saverio Cavaliere, Marta Ciappina, Andrea Dionisi, Laura Scarpini
Musica Lorenzo Bianchi Hoesch
Set Luca Trevisani
Disegno luci Roberto Cafaggini
Assistenza tecnica Davide Clementi
Organizzazione generale Anna Damiani con Giulia Basaglia
Promozione PAV/Diagonale artistica
Una corealizzazione mk 2014 con Teatro di Roma
In collaborazione con Comune di Montalto di Castro e Atcl
Con il contributo di Mibact

Comments
  • Daniele Timpano 10 febbraio 2014 at 14:23

    Bellissimo spettacolo, che a me non è parso per nulla cupo e non ironico e per fortuna che non sono uno studioso di danza così non ho dovuto preoccuparmi del piede a martelletto o del gesto à la Forsythe
    Anche a me ha fatto uno strano (bello) effetto vedere unp spettacolo (molto bello) di danza all’argentina.
    Sono emozionato per quest’impressione forte di presente in uno spazio che da prima che nascessi odora di passato. Questo di Lavia è stato proprio un bel lascito, che speriamo tutti destinato a trovare continuità nel bel futuro che tutti sospiriamo per questa città dalla quale il contemporaneo par sempre più scivolar via e dove ogni eccezione è rara dura poco e non diventa regola

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