Sulle tracce di Bene. Patrizia Schiavo orfana di mondo

foto Ufficio stampa
foto Ufficio stampa

Oggi il teatro si mostra, non si fa. Concludeva così un articolo uscito da appena due giorni in cui si accennava alla difficoltà di ricerca, ma insieme si faceva riferimento sotterraneo anche alla differenza ormai lampante tra artisti più giovani in immediata ricerca di possibilità produttive e artisti di maggiore esperienza e percorsi più definiti che, nonostante ciò, sono ancora animati da un certo desiderio di compiere azioni sul campo, portare sé stessi in una totalità che li sconfigge, l’arte, e farsene interpreti un po’ come il bozzolo del baco per la nascita di una farfalla. L’attore è del teatro una muta, viene da dire. Eppure ci sono casi nascosti e i cui fili nel tempo si disperdono, riallacciati a esperienze sepolte dal troppo fumo dell’attualità, storicizzate al punto di annientarne la vitale rifrazione, casi di artisti sopravvissuti e ritornati in un mondo che scoprono cambiato, al quale sono impreparati. Ma è proprio da questo disagio che un artista sa cogliere la necessità della propria ricerca. E allora il teatro torna a farsi, su di sé, sulla propria sconfitta, usando il proprio corpo e la propria passione, il vissuto interno ed esterno. Torna a deformarsi la figura a farci stare dentro ciò che non è svolto, la vita di troppo che eccede fino alle assi di un palcoscenico. Di tanto è carica Patrizia Schiavo, autrice e interprete per la Compagnia Nuovo Teatro Studio di Donne senza censura, letteralmente «lo spettacolo dove fatti, persone e luoghi non sono casuali», ma soprattutto non lo è il Teatro Studio Uno di Roma dove l’ha portato in scena.

foto Ufficio stampa
foto Ufficio stampa

L’invito, giunto qualche giorno prima, era quasi una minaccia. Suonava più o meno come un richiamo a fermarsi e considerare una presenza, rinnovata forse, ma per il solo fatto di aver raggiunto le scene contemporanee attraverso un percorso ineludibile, “non casuale” appunto. E infatti non lo è, casuale. Passata per molti percorsi, dall’inizio degli anni Ottanta, si è trovata sulla strada di Dario Fo, di Leo de Berardinis, Roberto Guicciardini, Giancarlo Cauteruccio, ma questo spettacolo esiste anche per un motivo più profondo, quasi raggelante quando ne svela i contorni: Carmelo Bene, del quale racconta passaggi densi e sinistri, atti d’egotismo puro da potersi definire arte, come se per uno stravolgimento del principio logico l’artista potesse dire «io osservo il mondo, il mondo sono io, io osservo me stesso». Questo è il Carmelo Bene di Patrizia Schiavo, l’uomo che l’ha portata in territori ignoti, immensi, soltanto mettendo un annuncio su un giornale per un’attrice «tra i 26 e i 33 anni orfana di mondo», l’artista che voleva farne (e in parte è riuscito) una dea attorno alla quale creare, tramite sé, il mondo di cui si fosse dichiarata orfana. A lui dedica buona parte del suo lavoro, molto più di quanto sembri a prima vista, Bene vi è disciolto come una presenza indimenticabile per molti versi, un padre colpevole del gene, un demone da scacciare.

foto Ufficio stampa
foto Ufficio stampa

Patrizia Schiavo diventa allora in scena Letizia Servo, usa la propria biografia per farci stare dentro una biografia travisata, quel tanto da renderla riconoscibile. Dialoga con la platea, li chiama per nome e poco importa se non è quello giusto, con provocatorio senso dell’ironia si fa intervistare dalla sua stessa voce off sullo stato della sua arte, sull’entità dei grandi successi raggiunti, sulla quasi divinità delle opere che compone, sui grandi guadagni. Infine, sotterraneamente, sulla condizione di donna. Ed è infatti dietro il velo che separa il suo monologo partecipato dal resto della scena che tutto si svela, la grande autrice Servo lascia parlare due donne/personaggio, due alter ego – che sono Silvia Grassi e Flavia Pinti – alle prese con i loro appuntamenti, le imperfezioni fisiche, con l’inadeguatezza e l’accettazione di sé, senza portare vergogna; le due donne sono capaci di dar voce al disagio e di prepararlo alla sua abitazione, quando supererà il velo e toglierà le sue parrucche – una bionda e l’altra mora – per un monologo finale astringente, coraggioso, in cui gettare tutto quanto è stato finora, la vita, l’arte, propria o altrui.

Alla fine dello spettacolo si accede in una sorta di “antisala”. Per uscire bisogna attraversare un cortiletto e poi ripassare nel foyer. Ma è proprio in quel primo spazio che accade qualcosa: lei, l’attrice, esce a radunare tutti in circolo e chiedere, scardinare resistenze e avere in cambio reazioni. Qualcuno prova a parlare, superare la ritenzione. Poi si scioglie un filo e si dipana il gomitolo, si riesce a dire, subito, quel che è stato. E allora si riconosce la propria vita in quel che si è visto, si risponde con coscienza del luogo dove si è, un teatro, per una sera tornato ad essere spazio di verità. Ecco c’è chi passa il tempo a mostrare teatro, chi si affanna coraggiosamente a farlo, poi qualcuno per una memoria bucherellata ci ricorda che non c’è modo di mostrare o fare, se ci si dimentica di essere. O almeno di essere stati, una volta, orfani di mondo.

Simone Nebbia

In scena fino all’8 dicembre 2013 al Teatro Studio Uno
Roma

DONNE SENZA CENSURA
Lo spettacolo dove fatti, persone e luoghi non sono casuali
di e con Patrizia Schiavo
con Silvia Grassi e Flavia Pinti