La donna a due piani: Babel di Murmuris al Teatro Everest

foto di Ilaria Costanzo

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A volte basta stare con gli occhi aperti. Anche se fuori piove. Così da un pullman che da Siena va verso Firenze, se dai finestrini si riesce a vedere qualcosa, tra i cartelli lato alla strada ne spunta uno con le maschere del teatro. E sotto la scritta: Teatro Everest. Bisogna solo fermare il conducente e seguire la freccia, di là, appena dentro la via Volterrana. Ha qualcosa di letterario passeggiare tra le gocce di pioggia che fanno dispetto all’asfalto, fa volare con la mente ad altri luoghi e altri cieli quando si alzano gli occhi e, come una stazione di periferia nel mezzo di niente o poco altro, si trova un teatro. Chissà se poi non sia proprio quella, la sua funzione, come i distributori di benzina lungo sterminati chilometri di highway. Anche la scritta poi ricalca quelle che si trovano lungo le strade polverose del cinema hollywoodiano, ma che sono esattamente quelle di tali stazioni. Tanto da non capire se è l’immagine ad aver copiato la realtà o viceversa. Ma beh, qui siamo a Firenze e il Teatro Everest costeggia una parrocchia cui in fondo apparteneva, il suo foyer dialoga con un piccolo bar di passaggio ma che a quest’ora, in questo quartiere, è una pepita d’oro (per restare in tema). Poi c’è la sala, ma è qui che cambia qualcosa, qui dove tra poco comincerà questo Babel che la compagnia residente Murmuris ha voluto dedicare alla figura universale della donna.

Da un teatro d’origine parrocchiale ci si aspetterebbe una certa spartana organizzazione, identica un po’ ovunque, magari una pavimentazione destabilizzante in mattonella bianca, e infatti c’è, ma una delle capacità di chi fa teatro è quella di reinventare spazi rendendoli adatti alla propria intenzione artistica, richiamare al proprio disegno i disegni che non ne contemplavano l’esistenza. E allora quel pavimento non è più un problema e diviene anzi un valore perché permette di spostare le file di sedie a fare spazio nel mezzo della sala, dove è montato un telo nero a terra e poi una costruzione sviluppata in altezza che si articola in due piani: il primo velato da cantinelle che solo svela un retro di scatoloni, sembra un ripostiglio sotterraneo, il secondo è uno spazio casalingo, interno anni Sessanta con un ricercato senso del contesto, poltrone in pelle marroncina, portariviste, fiori a veli di stoffa colorata, un tostapane, un mappamondo ma insieme vi sono elementi di rimando allo stesso contesto che tuttavia provengono da diversi ambiti, come ad esempio la parete a fiori sgargianti di plastica cerata che si usa per certe scatole componibili, su cui sono appesi quadri sbiaditi e dozzinali e un orologio. Fermo.

foto di Ilaria Costanzo

Questa è la casa di Ester, che dal suo salotto-studio televisivo dispensa consigli a tutte le donne in ascolto: pendagli dorati per orecchini, abito rosso e un copricapo “tropical”, improbabile cappotto in plastica trasparente e – non da meno – un collo di pelliccia azzurro. Nell’evidente intenzione kitsch dell’intera ambientazione, Ester parla alle donne secondo i dettami della famigerata Enciclopedia della Donna, bibbia del buon comportamento per l’universo femminile. L’ironia del personaggio è nella dinamica fra il momento televisivo in cui insegna a cucinare, a prepararsi per uscire, a darsi un tono e invece i momenti in cui si libera dell’attenzione altrui, dell’immagine apparente e ci lascia vedere, tolti i tacchi e gli orecchini, il suo privato dietro le quinte, la sua sotterranea realtà. Sotterranea, la realtà. Già perché quando scenderà nella botola la distanza si farà più evidente, l’apparenza svelerà le intenzioni di Anna Cappelli (testo folgorante di Annibale Ruccello che le note dovrebbero meglio mettere in risalto) e gli scatoloni si faranno inquietante presagio.

Ester è un’energica e incisiva Luisa Bosi, accavalla e scavalla le gambe e cerca interazione con l’ironia che le serve a decostruirsi, una volta svestiti i panni della superdonna e indossati quelli di una donna sola annebbiata dalla solitudine. La regia di Laura Croce sviluppa un impianto drammaturgico servendosi dello spazio e facendo dialogare i due piani: quando si inizia a intravedere la botola cadono le cantinelle svelando un nuovo interno, cupo e preoccupante; nella caduta si alza una nuvola di polvere che pian piano investirà anche noi, l’inquietante sotterraneo diventerà l’unico luogo e avremo dimenticato la donna sorridente del piano superiore, facendoci condurre nelle macabre intenzioni di un’altra donna. Ma sarà poi un’altra? Tra le indicazioni standard dell’Enciclopedia e la ricaduta nel particolare è questo spettacolo, ben condotto e forse con ancora da fluidificare il passaggio attoriale tra le due donne ma in cui, attraverso il riferimento a molti testi celebri, è evidente l’intenzione critica nei confronti di un immaginario costruito, artificiale, proponendo una visione che a quella nettezza sostituisce una confusa foschia polverosa. Da una tv accesa nel sotterraneo, le ultime scene di Via col Vento: «So solo che ti amo», dice Rossella a Rhett che risponde, tagliente: «Questa è la tua disgrazia». Amaro, dunque, nel sotterraneo di un’apparenza sorridente. Se ne andrà mai, quella polvere, “via col vento”?

Simone Nebbia

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Visto al Teatro Everest di Firenze in marzo 2013

BABEL

uno spettacolo Murmuris

con Luisa Bosi

regia Laura Croce

scene e costumi Francesco Migliorini

drammaturgia Murmuris

responsabile tecnico Luca Agnoletti

con citazioni da

L’Enciclopedia della donna AA . VV.

Woyzeck di Georg Büchner

Memorie dal sottosuolo di Fëdor Dostoevskij

Le relazioni pericolose di Choderlos de Laclos

L’avvoltoio di Franz Kakfa

Moby Dick di Herman Melville

Via col vento di Margaret Mitchell

Una giornata particolare di Ettore Scola

Diario di un killer sentimentale di Luis Sepúlveda

Anna Cappelli di Annibale Ruccello