No Escape – Dino Buzzati torna dall’America

Foto di Ufficio Stampa

Che l’apprendimento, la conoscenza e l’approfondimento delle lingue spesso si rifugino nel teatro (trovando terreno fertile nei meccanismi delle fasi laboratoriali più che di quelle spettacolari) è cosa oramai nota e sperimentata, in Italia e soprattutto all’estero. Da anni il Kairos Italian Theater (KIT) si fa carico di portare a New York una buona fetta della cultura teatrale italiana sotto diverse sfaccettature, offrendo laboratori teatrali bilingue per bambini e ragazzi, traducendo testi, mettendo in scena lavori sia in italiano che in inglese. Presentato negli Stati Uniti lo scorso novembre, giunge in Italia al Teatro Due No Escape, riproposto tuttavia in una riduzione motivata da ragioni più tecniche che artistiche. Della prima versione, composta da quattro atti unici scelti dal repertorio teatrale di Dino Buzzati e recitati prima in una versione inglese seguita dall’originale italiano (tranne che per l’ultimo The Clock, dal carattere fortemente visionario, presentato contemporaneamente alternando le due lingue da due attrici diverse), solo due hanno calcato le tavole del palco romano, esclusivamente in lingua Italiana: Sola in casa e Spogliarello, anche qui rispettivamente diretti e interpretati uno da Lydia Biondi e l’altro dalla co-fondatrice del KIT Laura Caparrotti.

Ben collocati nelle idee della rassegna che li ospita, dedicata alla drammaturgia femminile, Sguardi s-velati, i due atti unici presentati sotto forma di monologo mostrano entrambi una figura femminile costretta in una vita che fatalmente non permetterà nessuna via di scampo: si tratti di una chiromante che scopre nel vicino di casa un pericoloso assassino o di una prostituta le cui avventure condurranno a un declino sempre più totale, in entrambi i casi il tragico e per altro prevedibile climax vede un intrappolamento cui nemmeno la morte può metter fine.

Foto di Ufficio Stampa

Fondo comune, le quinte dipinte da Lucretia Moroni, raffiguranti ai lati scorci di due città diverse – una di grattacieli e l’altra di palazzine, sembrano richiamare, evocandone l’assetto urbano, quella dualità linguistica caratterizzante il progetto originario, ma che in questa seconda versione rimane inerte. Meno chiara appare invece la funzione del pannello centrale, su cui è ritratto un volto di donna dal doppio sguardo, così come non risulta efficace la suggestione dello spazio attraverso alcuni gesti pantomimici dell’attrice. Quella finzione, che giustamente appartiene al teatro, non può più esser rappresentata dall’apertura di una finestra invisibile o da una maniglia che non c’è; più decorativa che altro, è questa una tecnica che non aggiunge nulla alla recitazione, e che sulla scena viene anzi vanificata dalla presenza di un tavolo e di due sedie usati, usati in quanto tali.

Arredo assente, invece, nel secondo atto, Spogliarello, caratterizzato da un uso più consapevole del pannello centrale, trasformato in trasparenza in un separé che, più che nascondere, svela. Unico altro elemento scenico presente in questa seconda parte, e rispondente a esigenze sia funzionali che simboliche, è l’appendiabiti trascinato continuamente dalla protagonista: dal colletto di pelliccia fino alla sottoveste discinta del momento finale, gli indumenti di volta in volta raccontano un diverso momento della vita di Velia. In maniera meno pretenziosa, ma più semplice e onesta, gran parte della resa finale è affidata alla recitazione della Caparrotti che, se in alcuni momenti appare vittima di certa affettazione da commedia, nel complesso aderisce all’idea del testo di Buzzati. Affettazione forse spiegabile e giustificabile nell’ottica di uno spettacolo in italiano ascoltato da chi l’italiano non lo conosce, lo sta imparando o non lo vuole dimenticare. In una situazione dove la forza del significato verbale, magari non comprensibile ai più, passa anche e soprattutto attraverso il suo significante, attraverso le immagini e attraverso il suono, potrebbe risultare utile una forzatura a quell’emotività già insita nel testo.

Tuttavia rimane il dubbio che tra la prima americana – in cui gesto, suono, parola e intenti si mescolavano tra fare teatro e tramandare una lingua – e questa versione italiana il progetto risenta inevitabilmente del suo essere privato dell’aspetto di condivisione tra due culture, che viene a mancare per l’assenza del termine di paragone rendendo sfuggente l’idea di fondo.

Viviana Raciti

NO ESCAPE
Due monologhi di Dino Buzzati
Sola in casa
Diretto e interpretato da Lydia Biondi
Assistente alla regia Giovanni Morassutti
Spogliarello
Diretto e interpretato da Laura Caparrotti
Scene Lucretia Moroni