The Dead di Città di Ebla. Il tempo presente del passato

Foto di Luca Di Filippo

Roma. Anno 2012. Quasi 2013. In contemporanea come si sono intrecciate si avviano alla chiusura le due esperienze limitrofe capaci di portare il teatro e la danza internazionali nelle sale cittadine: Romaeuropa Festival e Le Vie dei Festival. Ed ecco che l’appassionato, archiviati i due libretti e spingendosi alla lettura degli altri cartelloni, sarà sorpreso (o forse no?) di provare un senso di vertigine verso il vuoto, una caduta a piombo coglierà gli occhi che si troveranno smarriti di fronte a un deserto di vitalità. A conclusione dell’edizione numero ventisette di Romaeuropa Festival – con un buon successo di pubblico, molte conferme, pochi rischi e qualche cedimento al contemporaneo manierato – il ritorno di un progetto nato in seno alla Fondazione per Temps d’images due stagioni fa, ripensato a B.Motion 2011 e ora giunto a compimento: The Dead, portato in scena dalla compagnia forlivese Città di Ebla e liberamente ispirato all’omonimo ultimo racconto dei Dubliners di James Joyce. Nasceva il progetto come dialogo fra diverse arti su un tema – questo racconto – e ha determinato l’incontro fra il teatro del regista Claudio Angelini e la fotografia di Luca Di Filippo, suggerendo loro di sviluppare una tecnica espressiva dal nome “real time shooting” per lo scatto in tempo reale del fotografo in scena.

Uno schermo bianco. Un bozzetto pian piano svela i contorni e delinea una figura di donna che avanza verso la sala. Quando il disegno prende forma si fa più nitida anche la qualità della foto, più limpido allora è il segno che contrasta la lentezza dello sviluppo con l’immediatezza dello scatto, la diversa qualità dell’intervento sulla realtà, la fragilità di una visione che pure s’impone al tempo installandosi nella sua inarrestabile progressione. Un paradosso, le fotografie, nel trascorrere di tempo. Ecco allora già chiaro l’indirizzo dell’opera che fa dialogare la fragilità strutturale di una costruzione artistica con la nettezza della sua resa finale, concetto perfettamente traducibile nel limite che separa la vita e la morte – compresenti e sovrapposte nella novella joyciana come nelle intenzioni di Claudio Angelini. La donna si avvicina, mescola ancora il passo di avvicinamento e la posa raggiunta, le foto di lei sorridente compongono una sequenza di immagini di cui si fida, ma che invece la stanno gradualmente invecchiando, accompagnando verso una fine.

Foto di Luca Di Filippo

Dietro un velo che traspare l’interno gialloarancio di una camera da letto, nel silenzio ora una donna (Valentina Bravetti) medita la sua esistenza passata, i suoi ricordi la spingono a considerare un passato che esiste solo in ciò che le è contemporaneo. Una nostalgia troppo vivida per essere solo ricordo, nostalgia organica di cose visibili, che muovono sentimenti di oggi come lo stesso Angelini conferma nell’incontro post spettacolo Appena fatto!, promosso in collaborazione con Radio 3 e qui condotto da Graziano Graziani, affermando che «il passato non è fermo ma dinamico, pur nel suo congelamento: c’è un po’ il rapporto che abbiamo con i nostri morti, continuamente presenti nella nostra vita».

Dunque un fotografo in scena che scatta dal vivo ma non si vede mai, componendo nel vigoroso tappeto sonoro di Franco Naddei immagini allo stesso tempo effimere e immortali, giungendo a mescolarle con altre immagini prodotte invece in precedenza senza che se ne avverta differenza. È dunque il fotografo ad avere in mano le sorti dello spettacolo e a divenirne qui il vero attore, proiezione concreta ma fantasmatica di un regista come Angelini che si conferma come uno dei migliori artisti in circolazione, capace di visioni eleganti e coraggiose e della caparbietà per generarle.

Nel luminoso programma di sala Attilio Scarpellini rivendica il teatro come «luogo in cui questa evocazione auratica riprende finalmente vita e raggiunge i nostri occhi come la luce di una stella morta che brilla qui ma pulsa altrove». Ecco allora che questo percorso immaginifico, intimamente artistico perché mai concluso e sempre vivo, ritrova il Joyce forse più compito, capace di individuare e accettare quella nostalgia come fosse il tempo presente del passato, cui si attaglia perfettamente la fotografia che rende eterni certi momenti e annulla il prima e il dopo, illudendo che la vita sia solo e soltanto presente, per un frammento appena di tempo, quello che serve perché proprio diventi passato. Infine un telo bianco coprirà lo spazio dei ricordi: azioni, oggetti, se ne vanno in uno spazio inaccessibile e sarà neve, ancora, sopra tutto quello che c’è. O c’è stato. Ma in noi, c’è ancora.

Simone Nebbia

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in scena 23, 24 novembre 2012
Teatro Palladium – Romaeuropa Festival
Roma

THE DEAD
Ideazione, regia e luci Claudio Angelini
con Valentina Bravetti e Luca di Filippo
fotografie in tempo reale Luca di Filippo
Composizione sonora e manipolazione del suono Franco Naddei
Cura degli allestimenti e costumi Elisa Gandini
Collaborazione drammaturgica Riccardo Fazi
Disegni in scena Jacopo Flamigni
Direzione tecnica Luca Giovagnoli
Aiuto tecnico Stefan Schweitzer, Nicola Mancini
Collaborazione tecnica agli allestimenti Luca Brinchi
Sartoria Liana Gervasi
una produzione Città di Ebla, Romaeuropa Festival 2012, Teatro Diego Fabbri, Comune di Forlì
con il sostegno di Regione Emilia Romagna, Provincia di Forlì-Cesena
Si ringrazia per le residenze Santarcangelo 2012 – Anno solare, Teatro Goldoni/Accademia Perduta di Bagnacavallo
si ringraziano inoltre Rosa Bollettieri Bosinelli, Gianluca “Naphta” Camporesi
Il real time shooting è una tecnica espressiva ideata da Claudio Angelini e Luca di Filippo