Dritta all’Inferno, la Divina Commedia di Eimuntas Nekrošius

foto di Futura Tittaferrante

Il suolo italiano è stato, per i grandi artisti dei secoli scorsi, un luogo di attraversamento passionale e in tanti casi una méta della propria ricerca espressiva. Johan Wolfgang von Goethe compì il suo Viaggio in Italia negli anni tra il 1786 e il 1788 e ne trasse appunti per un’autobiografia celata attraverso il paese della bellezza classica, Byron Keats e Shelley furono rapiti dalla poesia di questa terra che innescava la loro e vi trovarono contemporaneamente la vita e la morte, Alexander Dumas vi divenne garibaldino mentre a Hemingway è dedicato un tavolino dell’ Harry’s Bar di Venezia, ma tanti e tanti altri si sono spinti a decretare l’Italia “belpaese” delle arti e della bellezza. Nel caso di Eimuntas Nekrošius, regista lituano tra i più celebri al mondo e che è considerato uno dei più grandi maestri internazionali, l’Italia è terra sì d’arte e di poesia, ma di certo anche di committenze, direzioni artistiche, insomma tante opportunità produttive ed anche economiche di notevole riguardo. Secondo tali presupposti ha visto la luce la Divina Commedia, uno spettacolo attesissimo che ha debuttato in prima mondiale al Teatro Verdi di Brindisi nell’ambito del Pugliashowcase organizzato dal Teatro Pubblico Pugliese e ha seguito poi il suo “viaggio” fino al Teatro Comunale Luciano Pavarotti di Modena, dove è andato in scena in occasione del Vie Scena Contemporanea Festival 2012 (ora annullato per il recente terremoto).

Foto di Futura Tittaferrante

Lo spettacolo si articola sulla figura del poeta Dante che attraversa Inferno e Purgatorio (non il Paradiso, che sarà un ultimo capitolo a parte), accompagnato da Virgilio che lo condurrà all’altra guida di Beatrice, la donna amata per cui compie l’intero viaggio, durante il quale incontrerà tanti personaggi noti o meno noti del mondo medievale italico. Questa, la vicenda. Ma di certo la Commedia dantesca non è una commedia secondo il significato corrente, non è un romanzo e quindi non certo di vicenda si compone: come reclama Franco Cordelli sul Corriere della Sera di domenica 27 maggio 2012 “forse il regista lituano prende alla lettera (di oggi) il termine «commedia» e lo muta appunto in romanzo (popolare)”, travisando dunque non il testo che poco avrebbe di sciagurato, ma nella sua traduzione lituana in una prosa appunto “romanzesca” svilisce l’intima essenza dell’opera, il suo motivo primo e dunque la sua universalità.

Il risultato è un grande carrozzone teatralizzato di quattro ore e mezzo che poco ha a che vedere con l’opera del titolo, povero di intensità e in questo caso anche delle potenti visioni immaginifiche che avevamo conosciuto negli spettacoli migliori del regista lituano, d’accordo con Massimo Marino nel dire questi momenti “insistiti, banali, al limite dell’ingenuità teatrale e interpretativa” (Doppiozero del 23 maggio 2012). Non persuadono di certo le scelte, a volte ridotte a caricatura come nel caso di Francesca che tradisce Paolo con lo stesso Dante, o l’amore per Beatrice che ha il respiro della fiction in costume, più che dell’amore stilnovista, come non persuade l’idea di far seguire la “trama” da un postino che raccorda le scene riportando didascalie frettolose in luogo di ragioni sicuramente poco comprensibili fuori dal contesto dell’opera e del periodo storico.

Foto di Futura Tittaferrante

Il progetto, realizzato dalla Compagnia Meno Fortas in collaborazione con una serie di produttori istituzionali o privati, si portava già in sé la grande domanda ineludibile: è davvero possibile tradurre in scena un testo simile? Cosa ne guadagnerebbe? Nelle quattro ore e mezzo della messa in scena la domanda resta inevasa perché mal posta e – dunque – superflua: Dante non è autore della Commedia, è attore di essa e quindi per questo è autore, il suo attraversamento dei tre regni è teatro prima ancora del teatro, opera in versi che esprime la sua carica figurale già al massimo della potenzialità, la sua costruzione non necessita di altro che il meccanismo insito all’endecasillabo, la scansione ritmica è già battito della durata nel tempo universale, quindi ciò che riconosce l’umano in esso, il finito nell’infinito. Fallisce dunque la rappresentazione, là dove l’immagine orienta didascalicamente ciò che è di gran lunga più potente su rigo: non mette in scena l’Inferno o il Purgatorio, Nekrošius, non la condanna e il patimento, ma le pagine che li compongono, trovando le immagini per la superficie e non per la profondità. Resta, in un sospiro di quella domanda: come si può far poetica la poesia, estendere la grandezza? Non si può, e si condanni senza riserve – maestri o piccoli artigiani – chi fa spettacolo del teatro.

Simone Nebbia

Visto al Teatro Comunale Luciano Pavarotti di Modena in maggio 2012
nell’ambito di Vie Scena Contemporanea Festival 2012

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Leggi anche la recensione di Rasa Vasinauskaitè

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Fotografie di Futura Tittaferrante- ©tutti i diritti riservati

DIVINA COMMEDIA
di Dante Alighieri

regia Eimuntas Nekrošius
scene Marius Nekrošius
costumi Nadežda Gultiajeva
musiche originali Andrius Mamontovas
con Rolandas Kazlas, Vaidas Vilius, Darius Petrovskis, Simonas Dovidauskas, Marija Petravičiūté, Beata Tiškevič, Julija Šatkauskaité, Ieva Triškauskaité, Milda Noreikaité, Pijus Ganusauskas, Vygandas Vadeiša, Paulius Markevičius, Audronis Rūkas, Remigijus Vilkaitis

produzione Compagnia Meno Fortas
coprodotto da Fondazione Stanislavsky, Mosca, Baltic House Festival di San Pietroburgo e Lithuanian National Theatre
in collaborazione con Teatro Pubblico Pugliese, Ministero della Cultura Lituano e Aldo Miguel Grompone, Roma
organizzazione internazionale Aldo Miguel Grompone

Comments
  • flavio 8 settembre 2013 at 16:37

    …ma per cortesia sign. Nebbia, Lei è lo scribacchino di turno prestato a questo teatro sempre più istituzionalizzato al fine di difenderne gli esecrabili contenuti.
    Avete bisogno del “teatro della buona notte” voi ominidi impauriti; di quel teatro che altro non apre nelle vostre testoline che quelle porticine indolori utili solo ad ingigantire la banalità.
    Mantenendovi ben lontani da quelle cancellate enormi che aprono lo spazio a quell’universo infinito che tanto vi fa paura.

    Il teatro si può considerarlo tale solo quando si accetta di sfidarlo, l’universo.

    Felice riposo…………….

  • Simone Nebbia 9 settembre 2013 at 09:49

    Gentile Flavio,
    mi mozza il fiato l’esercizio del rispetto che da un iniziale e dimesso Lei finisce con irrimediabile devozione a darmi del Voi… Mi stia bene e faccia attenzione che nello spazio di “quell’universo infinito” in cui Lei par vivere, quando si pesta una merda di cane non si trova neanche un pratino per pulirsi la scarpa. Saluti

  • flavio 21 settembre 2013 at 18:28

    Se ho mancato troppo di rispetto non era mia intenzione. laddove il teatro viene sfigurato, le parole partono e si manifestano ad alta voce pur restando ancora chiuse nella scatola cranica, in quell’area dove il pensiero precede l’azione, troppo spesso della retorica.
    Riguardo alla merda pestata, preferisco di gran lunga farla rimanere appiccicata alla suola della scarpa, pur di non entrare in quei luoghi istituzionali di fannulloni e incantatori di emozioni.
    A lei….con l’augurio di un presto risveglio.

    p.s. il Voi era inteso non strettamente a lei, ma a tutti quelli che come Lei fanno i “TETZEL” di professione.

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