La modestia di Spregelburd: al Piccolo Ronconi non brilla per emozioni

Dopo due ore e quarantacinque minuti senza pausa (scelta forse obbligata? La metro a Milano chiude presto e non aspetta i tempi di attori e registi, anche quando si tratta di Ronconi) ci sono alcuni spettatori che letteralmente si gettano dalle poltroncine all’uscita. Gli applausi dalla platea arrivano, decisi, ma si chiudono subito. Bravi e stravolti, i quattro interpreti si inchinano e poi sembrano fuggire pure loro.
Effetti collaterali della cura a base di Modestia firmata da Rafael Spregelburd, quarantenne autore e regista argentino da qualche anno esploso a livello internazionale e definito, con forse troppo entusiasmo, il Pinter tropicale. La messa in scena arriva a Milano per un’unica tappa nazionale, dopo essere stata presentata a Spoleto nel luglio scorso. La regia, appunto, è quella prestigiosa di Luca Ronconi, che si affida a un poker d’assi di interpreti (Fausto Russo Alesi, Paolo Pierobon, Francesca Ciocchetti e Maria Paiato).
La modestia, scritta nel 1999, è un tassello di un ciclo di sette pièces dedicate ai peccati capitali, ispirato all’autore da un famoso quadro rinascimentale di Hieronymus Bosch. La trama si compone di due filoni indipendenti che si dipanano con un ritmo alternato piuttosto costante, mentre in scena ci sono sempre gli stessi quattro attori.
Delle due storie, una è più normale o comprensibile. È quella ambientata ai confini del mondo occidentale, nelle propaggini dell’universo sovietico post perestrojka (ma forse è solo l’accento slavo o simil russo a indirizzare lo spettatore verso questa collocazione spazio-temporale): siamo in un mondo di esuli e poveracci, gente che non tira la fine del mese e che si deve ingegnare per non morire di stenti o tubercolosi. C’è Checov, ci sono il realismo doloroso dei sogni sconfitti e l’amore che può tutto e niente, c’è l’impronta triste delle grandi epopee russe che hanno scritto un pezzo di storia dell’uomo moderno. E certo non ad altri modelli si può ispirare Spregelburd per il suo affresco di uomini e donne corrotti dalla vita, che aspirano a soldi e gloria e rimangono ancorati alle meschinità dell’animo, per esempio il desiderio inestirpabile di mortificarsi per dare più valore all’uomo che si ama e così finire per uccidersi. A vederla come l’argentino, la modestia è un peccato per gli uomini del XXI secolo.

L’altra vicenda, per certi versi legata a stilemi e tematiche del teatro dell’assurdo, consiste in una serie di sketch, individualmente avvincenti ma non facilmente collegabili o ricostruibili. Ci sono due uomini e due donne che si incontrano o vivono in grande palazzo nel cuore della Buenos Aires martoriata dopo la crisi di dieci anni fa, dove si avvertono ancora l’eco della dittatura militare (la paura che una vicina diventi l’ennesima desaparecida) e lo spettro della povertà (le sigarette come bene primario, il giro di videocassette clandestine, forse porno). Sono personaggi sospettosi, sempre un po’ su di giri, di quella superficialità e confusione che sono tipiche di anime finite nei gironi infernali della vita e che da lì non sanno riemergere, sono loschi affaristi, fedifraghi casuali e buonisti dilettanti. Gli scambi di battute tra i quattro sono divertenti, a volte, come nel caso del tormentone della donna che vuole imporre all’indifferenza generale il rispetto per la condizione degli immigrati coreani (bravissima la Ciocchetti). In altre occasioni, come quando il gruppo si spinella e ride e piange ribaltandosi per terra, meno. In questa storia Spregelburg gioca a creare atmosfere e attese senza risolverle, additando del peccato della modestia questi personaggi che lottano contro un destino già segnato, e senza nemmeno troppa convinzione.
Su questa trama complicata, così piena che a volte pare si sfilacci, Ronconi sceglie il registro di un ammiccante realismo, dirigendo con compostezza. La scena, fissa, è di un verde speranza. Da ambiente vuoto e anonimo si anima pian piano di misteriosi oggetti che alla fine sembreranno godere di vita propria, in un mosaico di tensioni degno di Edgar Allan Poe, dove si finisce per pensare che la pistola nascosta sparerà da sola e che il forno che si spegne abbia davvero voluto giocare un bello scherzetto all’adultera, mentre il crollo del muro mette a tacere le velleità di rivalsa dei protagonisti. Siamo incastrati nelle nostre pulsioni, nei dilemmi dell’animo e nella pochezza dello spirito. È il male di oggi.
Tanta carne al fuoco e anche un po’ di noia. E il guaio, quello vero, è che pur con l’impegno sommo degli attori e la fluidità della direzione registica, non ci si emoziona. Mai. Un bel problema, per chi pretenderebbe di mettere in scena il caos meraviglioso della vita.

Francesca Gambarini

dal 10 gennaio al 5 febbraio 2012
Piccolo Teatro Grassi [cartellone] Milano

Questo contenuto è parte del progetto Situazione Critica
in collaborazione con Stratagemmi

La modestia
di Rafael Spregelburd
regia Luca Ronconi
traduzione Manuela Cherubini
impianto scenico Marco Rossi
costumi Gianluca Sbicca
luci AJ Weissbard
con (in ordine alfabetico) Francesca Ciocchetti, Maria Paiato, Paolo Pierobon, Fausto Russo Alesi
coproduzione Piccolo Teatro di Milano-Teatro d’Europa, Fondazione Festival dei Due Mondi di Spoleto e Associazione Mittelfest, su progetto di Santacristina Centro Teatrale