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Teatro Valle. Un teatro in cerca di sé stesso

Con la cronaca di Francesco Piccolo dedicata alla sera della prima dei Sei personaggi in cerca d’autore di Luigi Pirandello, il 9 maggio 1921, riapre il Teatro Valle di Roma, mentre dal fondo della sala alcune presenze fanno la loro comparsa…

Ph EchoFrame Collective

È il 16 ottobre 2026, La sera della prima che rievoca la sera di un’altra prima, il 9 maggio del 1921, dei Sei personaggi in cerca d’autore di Luigi Pirandello; la sala del Teatro Valle di Roma è piena, Francesco Piccolo si prepara in camerino per il suo racconto, una lettura storico-aneddotica delle cronache dell’epoca, che battezza la riapertura alla città del noto teatro settecentesco. Tutto è pronto, la platea e i palchi nei vari ordini progressivamente fanno silenzio, quando tutto a un tratto, mentre lo scrittore – stasera attore – si appresta sul palco a prendere parola, dopo che il direttore di scena ha dato l’ordine di spegnere le luci, accade qualcosa di imprevisto: nei corridoi tra una fila e l’altra, dai varchi d’accesso alla sala, iniziano ad apparire uomini e donne in abiti civili, a una certa distanza, un po’ smarriti e perplessi, guardandosi attorno; la luce, prima spenta, torna ad accendersi, come una diversa colorazione luminosa, perché si riveli il volto di questi ospiti inattesi. Dalla platea si sente sghignazzare, si ride forse per una sorta di imbarazzo a non aver capito, ma proprio allora uno tra loro prende parola: “Mi dispiace che ridano così, perché portiamo in noi un dramma doloroso”, ma il pubblico inizia a perdere la pazienza, Quale dramma?, ci si chiede, Quale dolore?; si cerca di mandarli via, qualcuno indignato grida allo sgombero (pratica fortunata, nei luoghi di creazione a Roma), ma ancora uno tra loro chiede che non siano maltrattati, perché fanno così? “Forse perché non c’è là un copione che ci contenga?”.

ph Teatro Valle Occupato

E infatti, nel testo che comunica la riapertura del Teatro Valle, dopo i lavori di ristrutturazione, condiviso dal Teatro di Roma che ne programma la stagione, dunque nel copione previsto dalle autorità amministrative, questi personaggi di una narrazione inesistente non ci sono; sono venuti qui stasera, La sera della prima appunto, perché non si sentono rappresentati da questi dotti, medici e sapienti che ciarlano in attesa di andare presto a cena, qui dove il potere si dà convegno per autocelebrarsi e così rendere esplicito il distacco di questa Roma del centro dalla città reale, che in centro non ci mette più piede da un po’. Eppure questi personaggi, come direbbe Pirandello, sono realtà create, anche se vengono erroneamente percepiti come fantasmi, perché sanno benissimo di aver portato in questo luogo, dal 14 giugno del 2011 fino al 10 agosto del 2014, pur con tutte le criticità del nuovo, un progetto mai visto prima di crescita sociale attraverso l’arte, la spinta radicale alla creazione di una orizzontalità contro il verticismo, la lotta da dentro il comparto artistico che per vocazione ha certo connotati politici, ma certo non ha quella solidità di corporazione che ne rende facile l’attuazione. Era il Teatro Valle Occupato, un’esperienza che nessun revisionismo può cancellare, lo sa bene il sindaco Roberto Gualtieri che nella conferenza stampa un accenno almeno lo fa, salvando la faccia per aver fatto conservare quelle scritte lungo le scale che danno uno zuccherino un poco amaro, lo sa un po’ meno bene il Teatro di Roma – con lui la caotica destra romana e non – che nel comunicato di maggio parlava di un “tempo sospeso” di 12 anni dalla chiusura (avvenuta in realtà nel maggio 2010 quando il governo Berlusconi dismise l’Ente Teatrale Italiano che lo gestiva), poi passando a estendere questa sospensione a 16 anni (anche sbagliando le date, visto che gli spettacoli, già programmati, sono poi andati in scena fino al maggio 2011), dunque sorvolando con un salto in lungo notevole un periodo intero di cui ha parlato mezzo mondo.

Ph EchoFrame Collective

L’occupazione del Teatro Valle, poi condensata nei 5600 soci della Fondazione Teatro Valle Bene Comune, ha segnato un solco tra chi intende la cultura come espressione di una spartizione partitica, dunque egemonica, e chi invece la considera, appunto, “bene comune”, sulla scia della battaglia per l’acqua che proprio in quei mesi era al centro del dibattito, perché attenzione, la presenza “ideale” dei personaggi ignorati lì in platea non sembri una rivendicazione, un singhiozzo del passato a dirsi presente, non ha bisogno di dirsi storia chi sa di incarnarla, al cospetto di chi tenta di cancellarla. Piuttosto è la cecità di ambito produttivo che colpisce: in quegli anni, di fronte all’intera Europa culturale che inviava osservatori per partecipare a un’esperienza inaudita, la ricerca di modelli prismatici e visionari, forse utopici, ha rinnovato la missione creativa dell’arte anche in un contesto politico, entrando in modo dirompente nel punto nevralgico della questione: la cultura, libera e anarchica, non servile al potere, può sostenere di essere “gestita”, definita dagli algoritmi proprio del potere? Gli occupanti di allora misero in dubbio l’intero sistema, e dunque c’è da chiedersi: può l’espressione più polverosa di quel sistema, oggi, riconoscere residenza a chi ha investito nella sua fine?

Nei palchi e attorno, dopo una ristrutturazione che, come ricorda Fabrizio Gifuni in questa lettera bellissima a Repubblica, era già prevista e necessaria nel 2010, s’avverte odore di tintura fresca, intonaco da poco apposto, ma se il profumo della pittura sa di nuovo, vecchio è tutto quanto intorno: alla sera della prima non vengono più le signore impellicciate delle cronache di allora, in primo luogo perché la pelliccia ha perso il proprio status, poi perché fa caldo a Roma a mezzo ottobre; vengono invece i doppiopetti un poco stretti con cravatte striminzite, quel gusto vintage da Prima Repubblica, vengono direttori, politici, ambasciatori, qualche giornalista principalmente di cronaca o d’agenzia, ma cosa manca all’apertura di un teatro? Il teatro. E non solo perché questa è lettura, divertente, che il teatro giusto lo evoca. Ma perché in platea, se si eccettuano le realtà create che però vedo solo io, la gente di teatro non c’è. Anche il fascino settecentesco sembra un po’ di facciata, questo restauro freddo, asettico, ha tolto di mezzo troppa polvere perché sia un posto di teatranti.

Ph Teatro Valle Occupato

Anche sul palco, c’è uno scrittore che il teatro lo racconta e poco lo vive, pur essendo a proprio agio sulle assi in legno di questo palcoscenico scosceso, ricostruisce con ironia e vero interesse sociologico le cronache note di una follia collettiva, inquadrando bene sul piano storico, con acuto spirito di osservazione critica, quell’episodio come intimamente connaturato alla temperatura politica del tempo (il 1921 che va dalla fondazione del PCI in gennaio a quella del Partito Fascista in ottobre, ma che passa per la sanguinosa campagna elettorale di quella stessa primavera). Eppure l’autore del premiato – fu Premio Strega 2014, curioso, l’anno di fine occupazione – Il desiderio di essere come tutti, in cui narra il proprio amore per Enrico Berlinguer e la storia della sinistra italiana, racconta in coda dell’entusiasmo con cui ha accolto questa proposta celebrativa ideata dai poteri, senza mai mettere in dubbio se non si fosse omessa qualcosina. La sua sera della prima che rievoca la sera di un’altra prima, a quale distanza si trova dalla seconda? Per dirla meglio: cosa sarà di qui in poi il Teatro Valle? In conferenza stampa, al mattino, il direttore Luca De Fusco ha ribadito che il Teatro Valle sarà La casa della drammaturgia, contemporanea, ma allo stesso tempo ha dichiarato che s’intenda tutta quella scritta dal dopoguerra a oggi; si sarebbe potuto ricordare che invece il Valle Occupato questa definizione la scrisse proprio nello Statuto della Fondazione (di cui si occupò Stefano Rodotà, non uno qualsiasi) e produsse effettivamente la drammaturgia contemporanea, quella di oggi, dando casa ad autrici e autori con progetti di rilievo nazionale e internazionale, laboratori con artiste e artisti riconosciute (non a caso un drammaturgo vivente, l’argentino Rafael Spregelburd, offrì lo slogan ormai famoso dell’occupazione: Com’è triste la prudenza), un po’ quello che hanno tentato di fare Angelo Mai e Spin Time, per citare solo alcuni tra i più recenti laboratori di cittadinanza e creazione artistica che Roma Capitale non è riuscita a difendere dallo sgombero.

Le luci si accendono ai saluti, appena conclusa la sera di questa prima, nella confusione nessuno si accorge più di quelle presenze, realtà create, che non lasciano la sala ma la rivendicano come luogo d’appartenenza. Si esce dalla sala un po’ spaesati, con un senso di amarezza e di estraneità per l’occasione mancata, con la convinzione che poteva andare diversamente, se qualcuno, come il Capocomico di Pirandello, avesse detto, allora: “Vediamo, tentiamo… forse potrà venire fuori veramente qualcosa di straordinario…” e invece no, qualcosa di ordinario, viene fuori in questa città che ribolle, che ha esigenze profonde e si sente pronta a qualcosa di dirompente e identitario come i Sei personaggi in cerca d’autore di Luigi Pirandello, mentre il potere che governa il teatro continua a fare la solita commedia: Il giuoco delle parti.

Simone Nebbia

– Leggi gli articoli sul Teatro Valle Occupato

– Ascolta anche la puntata del podcast Tiresia sulla riapertura del Valle

 

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Simone Nebbia
Simone Nebbia
Professore di scuola media e scrittore. Animatore di Teatro e Critica fin dai primi mesi, collabora con Radio Onda Rossa e ha fatto parte parte della redazione de "I Quaderni del Teatro di Roma", periodico mensile diretto da Attilio Scarpellini. Nel 2013 è co-autore del volume "Il declino del teatro di regia" (Editoria & Spettacolo, di Franco Cordelli, a cura di Andrea Cortellessa); ha collaborato con il programma di "Rai Scuola Terza Pagina". Uscito a dicembre 2013 per l'editore Titivillus il volume "Teatro Studio Krypton. Trent'anni di solitudine". Suoi testi sono apparsi su numerosi periodici e raccolte saggistiche. È, quando può, un cantautore. Nel 2021 ha pubblicato il romanzo Rosso Antico (Giulio Perrone Editore)

1 COMMENT

  1. Sono stato l’ultimo Direttore del Valle per 18 anni. La mia stessa vita è stata meno importante del Teatro al quale ho sacrificato i.miei anni più belli, mentre le Istituzioni complici i tanti ingrati artisti che mi devono riconoscenza e molti eletti dalla politica che oggi lo inaugurano ieri sostenevano l’occupazione ed i Centri Sociali che lo hanno devastasto mentre il sottoscritto con Edoardo Sylos Labini e l’onorevole Gabriella Carlucci hanno lavorato per lo sgombero e la sua liberazione. Forse per questi motivi non sono stato invitato alla serata di rinascita. Questa umanità disumanata trapassaera’ ma il Valle resterà eternamente vivo. Salvatore Arico!

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