Un racconto da Viviaio Festival, la manifestazione che si tiene a Terlizzi con la direzione artistica di Michele Altamura.
Una città affamata di teatro: Vivaio a Terlizzi è un articolo che due anni fa Sabrina Fasanella ha pubblicato qui su teatroecritica dopo essere stata ospite a Vivaio, il festival che Michele Altamura organizza a Terlizzi, comune in provincia di Bari, dal 2022.
La sua corposa introduzione è una copia fedele di quella che si era materializzata nella mia testa qualche giorno fa, al mio ritorno dalla quarta edizione del festival.
Per mia imperizia paesaggistica non mi sarei soffermato sul biancore opaco delle case e delle “chianche” (questo il nome, ho scoperto leggendo, delle pietre che lastricano le strade delle città pugliesi) e avrei subito cominciato descrivendo la situazione teatrale terlizzese, per certi versi simile a quella di altre province italiane. Sulle note del telefono avevo già appuntato l’inizio del pezzo: “Tecnicamente a Terlizzi un teatro non c’è”. Alla lettura suona pure un po’ fastidioso, con quella “t” martellante: per fortuna Fasanella mi ha evitato di scriverlo. Ma al di là di questo, anche io avrei parlato del Teatro Millico, teatro all’italiana inaugurato nel 1877, danneggiato durante la Seconda Guerra Mondiale, ristrutturato con pesanti modifiche negli anni ‘60, tanto da diventare prima un cine-teatro, poi un cinema pornografico, per essere poi chiuso definitivamente oltre trent’anni fa.
Anche io avrei raccontato dell’associazione Apriti Millico che Altamura ha fondato nel 2020, in un primo tempo chiamando le persone a riunirsi, una sedia ciascuno, davanti al teatro chiuso e poi organizzando una sorta di scuola serale per spettatori (per la maggior parte over 60) con annesse gite a Bari per assistere agli spettacoli in cartellone nei teatri della città.
Anche io avrei usato un inciso per appuntare che la scuola di teatro (chiamiamola così, anche se ad Altamura, che non ama la parola “formazione”, forse non piace neppure la parola “scuola”) si è spinta in pullman fino a Sansepolcro per Kilowatt e a Castrovillari per Primavera dei Teatri.
Avrei allora evidenziato come questa nuova comunità di circa 150 persone sia diventata il pubblico di riferimento del futuro festival dedicato ad artisti Under 35 e come, addirittura, Vivaio sia nato per rispondere a una sua esplicita richiesta di avere un teatro nella propria città.
Leggendo il suo articolo, ho l’impressione che Fasanella sia entrata più in contatto di me con il pubblico locale. Anche io, per esempio, avrei voluto raccontare quell’interessantissimo incontro sulla percezione e la rappresentazione dei giovani che due anni fa ha tenuto impegnati un gruppo di adulti e uno di “Gen Z”, entrambi terlizzesi.
Mi sarebbe piaciuto conoscere meglio questo pubblico, la cui maggioranza numerica rispetto ai classici frequentatori dei festival è schiacciante. Non so se ad avermelo impedito sia stata la mancanza di un’occasione organizzata di dialogo, che Fasanella sembra aver avuto, o la mia ritrosia sociale che mi fa considerare il pubblico non specializzato come una massa difficilmente accessibile quando, volendo, avrei potuto avvicinare durante le cene o i dj-set una signora del paese, o le sparute ma esuberanti ragazze iscritte all’A.N.P.I, e fare due chiacchiere.
Avrei potuto, e probabilmente pure dovuto, parlare con loro di quello che mi sembrava, sempre di più, essere il tema del festival: l’eredità. Cosa si prova a ricevere qualcosa dal passato? Lo possiamo rifiutare o siamo costretti ad accettarlo inevitabilmente? Esiste un modo specifico di trattarlo? Bisogna conservarlo a mo’ di reliquia o lo si può adattare alle diverse esigenze pratiche e culturali? Possiamo usarlo in modi originariamente non previsti? Ed è possibile che ereditare un oggetto fisico significhi anche ereditare un mondo? Sono domande che ci si può porre se dal passato si incappa in una macelleria, in un doblone d’oro, in un colosseo quadrato o in una storia. Sarebbe stato meglio cercare di capire assieme se si attagliassero agli artisti presenti alle S.E.R.R.E. e come questi potessero rispondere. Dato che ho ignorato qualsiasi richiamo al dovere, mi ritrovo a farlo da solo.
Giulia Scotti, in Quello che non c’è, racconta di aver ricevuto una storia. È stato il padre a raccontargliela, dopo lunghi anni in cui era rimasta a giacere in uno di quegli intercapedini su cui si reggono i rapporti famigliari: “Questa è la storia di mia zia come l’ho saputa da mio papà, è la storia di un uomo che vuole salvare sua sorella dalla morte, ma non ci riesce”. L’autrice bergamasca, tuttavia, non si limita a informarci della dipendenza di sua zia e degli sforzi di suo padre per far sì che guarisse, ma ci mostra in che modo questa storia abbia modificato la propria percezione di sé, senza darcene una spiegazione diretta, ma servendosi di altre storie, accostandole silenziosamente alla propria. E così, i membri del gruppo musicale turco Grup Yorum che, oppressi dal governo, nel 2020 si lasciarono morire di fame per protesta, diventano un modo di tematizzare sia il suo rifiuto della morte, sia il suo senso di inadeguatezza politica e sociale; la volpe che silenziosamente scava nel petto di Emmanuel Carrère riflette quell’ansia di ricostruire una vicenda che non si è vissuta e che, però, ci riguarda. In entrambi i casi si nota un parlare di sé giocando di sponda. Il disegno fumettistico che Scotti utilizza per l’intera durata dello spettacolo (la drammaturgia, edita per Sigaretten, vede effettivamente dialogare questo mezzo espressivo col testo scritto) è sia un modo di guardare la vicenda di sua zia attraverso un filtro, e di sottolineare l’inevitabile scarto tra fonte e sua rielaborazione, sia una manifestazione plastica della complessa personalità dell’autrice, che attraverso il racconto, il disegno, la danza aggiunge facce all’accidentato prisma della propria identità.
Anche il centro di Ballavamo sempre dei BumBumFritz ruota attorno all’atto di tramandare un ricordo: 20 ore di interviste agli anziani di alcune RSA trentine sono contenute in svariate musicassette da 30 minuti l’una e magistralmente campionate da Giovanni Frison, diplomato al conservatorio in composizione e musica elettronica. Tuttavia il punto dell’operazione non sembra stare in quello che la compagnia veneta può trarre ed effettivamente trae da queste interviste: i loro frammenti che ritmicamente ci piovono addosso parlano di balere, di bombardamenti, di cioccolata americana, di filastrocche infantili, insomma di cose che ci sembrano già sentite e incapaci sia di formare un discorso coeso, sia, nella loro struttura fluida e casuale, di generare un ragionamento che sorpassi il rapido antimilitarismo e il compianto sull’odierna fine dell’amore. I BumBumFritz, infatti, sembrano innanzitutto volersi confrontare con la natura imprendibile del ricordo (già il titolo evoca il passato gioioso e impreciso delle storie d’infanzia), evidenziando il modo in cui il processo memoriale si snoda, rendendone i vuoti, le crasi, le ripetizioni e creando un’affascinante metafora in cui il ricordo diventa un brano da sacrificare o da ingigantire, e il cervello un dj che lo seleziona, lo sintetizza, lo mischia con altri, ne slabbra i confini, lo rende irriconoscibile.
Un approccio molto più ombroso alla cura del passato e, nello specifico, degli anziani emerge in La cara dei vecchi, scritto da Elvira Buonocore. La “cara” del titolo, interpretata da Anna Carla Broegg, accudisce i suoi due nonni, entrambi affetti da gravi disabilità fisiche e mentali, convivendo nella loro stessa casa. Lo squilibrio del rapporto emerge fin da subito grazie alla spaccatura che il regista, Pino Carbone, opera in scena: da una parte Broegg sul palcoscenico narra il suo totale asservimento parentale, dall’altra due attori si muovono giganteschi sullo schermo che fa da sfondo con maschere da anziani obnubilati, forse debitrici di quelle dei Familie Flöz. Tra i due mondi esiste un contatto unidirezionale di pura e perenne assistenza, sclerotizzato fin da subito dalla recitazione fortemente espressionista di Broegg, dalle voci dei nonni, che l’attrice modifica attraverso due microfoni, dalle loro movenze goffe e incancrenite: il disgusto è il sentimento prevalente in platea per una rappresentazione tanto implacabile quanto impastoiata nella contemplazione delle proprie viscere. L’unico elemento a trasformarsi in scena, infatti, è il modulo INPS che la protagonista compila, all’inizio per ricevere detrazioni fiscali e pensioni di invalidità e, gradualmente, per sottrarsi all’assistenza, ottenere il consenso all’abbandono: tutto il resto è racchiuso in una monocromia asfissiante che, pur estenuandoci, ha il pregio di mostrarci un aspetto nascosto del caregiving, ossia l’esaurimento delle energie fisiche e psichiche fondamentali per l’assistenza, di cui figli e nipoti, si pensa generalmente, debbano essere forniti per natura.
L’idea che le nuove generazioni siano vampirizzate e sottomesse a norme, idee, modelli del passato scorre sotto traccia ne La cara dei vecchi e risuona più chiaramente in FragileResistente de Il turno di notte, anche se con qualche differenza. In quest’ultimo lavoro non ci sono patriarchi da assistere, anzi, “un padre” (sorta di “Everyman” contemporaneo interpretato da Tommaso Russi) cerca in ogni modo di rendere adeguato e funzionale “un figlio” (Silvia Pallotti), divenuto improvvisamente apatico e incapace di muoversi nel mondo. Ci sono, però, un sistema, quello capitalista, e una società, quella della performance, che risultano impraticabili, oltre che non più condivisibili, agli occhi di chi sente di averle ereditate con tutto il loro massacrante portato di crisi economiche, ambientali, energetiche, belliche, sanitarie, psicologiche. Schiacciato dalla percezione di ineluttabilità del sistema, la parabola di “un figlio” (e della sua generazione) declina tragicamente in modo piuttosto annunciato. La sua storia, così come la riflessione di Russi e Pallotta, gode e soffre della propria natura allegorica: è chiara, concisa, ma rigida e poco sensibile alle sfumature. L’invito al pubblico di deviare dal baratro aperto sotto ai suoi piedi e di immaginare, di esprimere, di discutere un finale diverso è difficile da realizzare – sono pochi gli appigli drammaturgici e quelli ideali forniti in questo senso durante lo spettacolo – ma disegna un tenue, fragile, ingenuo e, per questo, commovente tentativo di fare i conti in modo collettivo con i mostri che abbiamo ereditato.
Andare al dunque e delineare un preciso atteggiamento che gli artisti Under 35 manterrebbero nei confronti del passato è una tentazione seducente, ma tendente al sommario. Nell’incontro tenuto durante i giorni del festival da Alice Strazzi, per esempio, si sono criticati la categoria Under 35, l’atteggiamento di certi registi durante le prove, la figura del Genio e l’idea verticistica dell’artista concepite dall’800 in avanti. In quello moderato da Ornella Rosato, due giorni dopo, si è andati più nello specifico, mettendo in discussione il sistema dei bandi, l’acquisto delle repliche dopo InBox a 1000 euro lordi (1100 se si è in due) da parte dei grandi teatri, l’iperproduzione a cui spinge un premio come Scenario. E tuttavia non si può fare a meno dei premi, dei Geni, dei bandi, neppure dell’800. È ancora e sempre in questa contraddizione, al di qua e al di là della linea che divide la tradizione dal suo superamento, l’accettazione della norma dalla contestazione, lo stare seduti e il balzare in piedi, che si muovono gli artisti di Vivaio, ma forse non solo quelli di Vivaio, ma forse non solo gli artisti.
Matteo Valentini
Spettacoli visti a Vivaio, Terlizzi, dal 17 al 19 luglio.
Quello che non c’è: testo e regia Giulia Scotti, collaborazione al progetto Andrea Pizzalis, consulenza Alessandra Ventrella, con Giulia Scotti, disegno luci Elena Vastano, suono Lemmo
Ballavamo sempre: di e con BumBumFritz
Con le voci e i ricordi degli ospiti e le ospiti delle RSA di Pergine Valsugana, Borgo Valsugana e Trento Testi, musiche e regia di Giovanni Frison e Michele Tonicello
Fonica Max Trisotto Consulenza luminosa di Massimiliano Chinelli e Luca Scotton
Movimenti scenici a cura di Stefania Borella Grafiche Giulia Artusi Foto di Elisa Vettori co-produzione Pergine Festival, Artesella e Centro Servizi Culturali Santa Chiara
La cara dei vecchi: Drammaturgia Elvira Buonocore; regia Pino Carbone; con Anna Carla Broegg; in video Alfonso D’Auria, Darioush Forooghi; scene Giuliano la Spina; musiche Antonio Maiuri, Marco Messina; coproduzione Teatro Libero Palermo, Fondazione Luzzati/Teatro della Tosse, Network Drammaturgia Nuova; color e montaggio Rossella Frezza; prod. esecutivo video Marcos Vacalebre Spaghetti Film; edizione Francesca De Nicolais
FragileResistente: con Silvia Pallotti e Tommaso Russi; consulenza al suono Jacopo Malusardi; scene Fabio Pallotti e Silvia Pallotti; produzione il turno di notte











