Questa recensione fa parte di Cordelia di giugno-luglio 26
C’è forse qualcosa di inevitabile, oggi, nell’accostare lo Stabat Mater alle immagini che la cronaca di guerra ci consegna ogni giorno. Ma forse proprio questa immediatezza chiede pudore: il dolore che dal figlio torna alla madre precede ogni presente, abita la liturgia, l’antropologia della perdita. Stephen Shropshire sembra partire da qui, non per rappresentare quel dolore ma per chiedersi quale forma possa ancora assumere quando viene sottratto all’icona.La sua coreografia, in dialogo con Pergolesi, nasce da un procedimento analitico: il testo poetico diventa una tecnologia di traduzione, un alfabeto privato attraverso cui le parole migrano nei corpi. Le tre danzatrici – Adi Amit, Christine Ceconello e Aimee Lagrange, che il coreografo, nel talk seguito allo spettacolo e condotto da Lea Giamattei, ha definito “muse”, figure di mente, corpo e anima – costruiscono così una partitura triplice e insieme continuamente sbilanciata. Spesso due presenze occupano il fronte dell’azione, mentre la terza arretra, si fa eco, controcanto, deposito silenzioso. È forse qui che il trio lascia intravedere la struttura duale che lo Stabat Mater porta con sé: corpo che soffre e corpo perduto, presenza e assenza. Eppure proprio questa architettura dei rapporti resta talvolta esposta al rischio di una leggibilità troppo ordinata. Più sorprendente appare invece l’uso dello spazio della Sala B del Teatro India: le capriate illuminate a giorno, la verticalità quasi ecclesiale, il fondale aperto sull’uscita di emergenza. Ne nasce una visione suggestiva, quasi escatologica, in cui la danza sembra cercare un altrove oltre il teatro. Resta allora una domanda, più che un giudizio. Che cosa accade quando un metodo così rigoroso, fondato sulla traslitterazione del testo in gesto, incontra una spazialità così fortemente simbolica? La verticalità dell’architettura amplifica il pensiero coreografico o lo spinge verso una retorica del sacro? Forse Stabat Mater vive proprio in questa frizione: tra scrittura e immagine, analisi e abbandono, corpo e mito. Non ci chiede di “sentire” il dolore, ma di osservare come il dolore continui a organizzare lo spazio tra i vivi. (Andrea Zangari)
Visto a Teatro India: coreografia Stephen Shropshire; musica Stabat Mater Giovanni Battista Pergolesi; danzatrici Adi Amit, Christine Ceconello e Aimee Lagrange













