Scritto da Stefano Massini, diretto da Alessandro Gassmann, Stato contro Nolan ha debuttato al Bellini di Napoli e, dall’autunno, sarà in tournée. Recensione

Stato contro Nolan è del 2019. Einaudi, Collezione Teatro, otto scene, novantatré pagine, in nota: «Il caso giudiziario qui narrato è liberamente ispirato a notizie giornalistiche e a controversie processuali autentiche» ma «per evidenti ragioni» (quali?) Stefano Massini muta i nomi a persone e luoghi e cambia le dinamiche «in modo radicale». L’opera va perciò considerata di fantasia, «integralmente». In premessa cosa inventa l’autore? Primo: una micro-comunità agricola. Stati Uniti, contea di Leister, anni Cinquanta. Campi, canali, fattorie, la libreria al fiume, la stazione, una fabbrica. Zero distrazioni (la sala da ballo ha chiuso in sei mesi) «nessun monumento, nessuna attrazione», tutti conoscono tutti, si semina, si raccoglie, ogni tanto la fiera del bestiame, ogni tanto la raccolta di beneficenza. Secondo: l’arrivo d’un ignoto, valigia chiusa a spago, addosso una camicia scucita, con due bottoni mancanti. Terzo: l’omicidio. L’uomo entra in una fattoria, chiede dell’acqua, una ragazza è colta di sorpresa, urla, il nonno di lei afferra il fucile e gli spara quatto colpi: muore, con una mosca che gli resta ferma (non disturbata cioè dal respiro) tra il naso e le labbra. Quarto: il cronista del Leister Telegraph, che monta il caso: 7.000 battute e prima pagina, poi titoli cubitali, un’inchiesta sull’insicurezza in contea, vignette, la posta di lettrici e lettori. Quinto: la vendita in crescita di fucili marca Weiss, la stessa (dicono) usata dall’assassino. Sesto: il possibile conflitto d’interessi giacché il padrone del giornale, Herbert Nolan, ha proprio quote della Weiss. Settimo: qualche anno dopo la procuratrice Miles, che rappresenta lo Stato, accusa l’editore d’aver stretto un patto col produttore di fucili affinché il primo fomentasse paura, il secondo vendesse più armi ed entrambi guadagnassero. Perciò il riporto dei fatti fu distorto a mezzo stampa. Ottavo: aula di tribunale, il giudice Rutherford, la Miles, Nolan e il suo difensore (l’avvocato Nathan), sei testimoni, dieci giurati. La drammaturgia inizia qui.

Stato contro Nolan non tratta il crimine ma il suo utilizzo commerciale, tant’è: la vittima resta senza nome, il vecchio che l’uccise intanto è crepato, a pagina 25 sappiamo cosa accadde e poco dopo siamo già certi che il cronista, Paul Kapinski, scelse frasi inaderenti alla verità. Il velo portato dalla ragazza non fu strappato ma le cadde, la fontana alla quale l’ammazzato avrebbe potuto bere senza entrare in fattoria era a secco e non ci furono approcci violenti. Inoltre il giornalista omise dettagli rivelatori, tralasciò le testimonianze non tendenti allo scandalo, calcò il passato del morto (uscito di prigione 27 anni prima ma marchiato nel pezzo come «ex detenuto»). «L’oggetto di questo dibattito» non è il fatto ma «la possibile distorsione di un fatto» si legge, «il processo si basa sul modo di raccontare la realtà» e ad essere valutate sono le parole che diventano articoli, copie, notizie. Abbondano rimandi alla scrittura (giornali, segnaletica stradale, cartelli pubblicitari, temi dei bambini, libri per l’infanzia, manuali botanici, fiabe, salmi religiosi); si cavilla sui termini («assunto» e «dipendente», «propose» e «pretese», «opinioni» e «distorsioni» ad esempio) e nel testo 78 volte frasi ed espressioni – al netto di quelle citate – sono in corsivo per evidenziarne il valore. Ci si chiede come si monti una pagina, si ragiona di vendibilità del prodotto, attraverso due testimoni (il proprietario d’un emporio, una maestra di scuola) si valutano gli effetti in termini di consenso, distrazione e credulità e (poiché l’opera dice l’odierno) nel finale emergono l’uso della paura con finalità di controllo e governo e il diritto d’essere informati correttamente. Cinti dal terrore, voi «non chiedete di darvi le notizie, ma di confermarvi con le notizie quello che credete. E noi? Noi vi accontentiamo» afferma Nolan; «libertà è licenza di affermare il falso? Libertà è forzare la mano? Libertà è stuprare – sì: stuprare – l’arte del parlare per farne una fogna in cui tutto può essere distorto?» chiede la procuratrice Miles ai giurati comprendendo tra questi anche noi che, chiuso l’Einaudi, dovremmo emettere un verdetto personale. Sul palco invece tutto ciò che diventa?

Alessandro Gassmann spiega ad Alfredo Angelici, Creative Director del Bellini di Napoli e autore della video-rubrica Caffè Scorretto, che come regista ama che la scena sia già allestita all’inizio delle prove. Aggiunge: l’ambiente dev’essere «coerente» e diventare «casa» per attrici e attori, affinché sia tutto «credibile». Che forse per Gassmann vuol dire “realistico” tant’è: il bancone rialzato del giudice con targa anteriore, porta d’ingresso dal retro e ai lati le pedane testimoniali incolonnate, i banchi d’accusa e difesa a destra e sinistra, in diagonale perché a favore di pubblico e di base identici (due riquadri anteriori, sedie, lampade verdi e brocche e bicchieri per l’acqua: ciò che al morto fu negato), le porte per l’arrivo dei testimoni. Ancora: dodici luci a muro in quattro gruppi da tre, sul fondo le bandiere, i decori consistenti in una doppia verticale lignea da dieci fasce ciascuna, la scritta a rilievo «In God We Trust». I lunghi finestroni posteriori e laterali, con veneziane; la tazza da caffè americano al bancone; il fregio dal quale (smentita del realismo appena elencato) partono le proiezioni, date sul velatino fisso in proscenio che fa da schermo, serra lo spazio, è una quarta parete permeabile (consente di vedere attraverso facendoci coincidere con la giuria) e sgrana i margini di cose e figure lasciando intendere che siamo al cospetto d’un’oggettività incerta, smussata. Qui Gassmann lavora per effetti e caratterizzazioni. Sotto l’etichetta degli effetti metto le quattordici proiezioni con cui torna per frame ciò di cui si parla: dai giurati seduti di schiena alla giovane che spazza in veranda; dal nonno seduto all’aperto, nuvole in cielo e cane Smitthy ai suoi piedi, alle auto sulla Statale. Sono inoltre effetti il sonoro (frinire dei grilli, spari, un’auto che frena, i tocchi di campana in aggiunta a un tessuto ritmico-musicale che rafforza la temperatura emotiva) e i tagli di luce e i colori presi da Hopper: gli arancio-tramonto, i gialli-mattino, i freddi blu-sera, i bianchi rigati dall’ombra che il giorno segna impattando gli oggetti a parete. E le caratterizzazioni? Toccano a chi deve recitare.

Per fare due esempi. La procuratrice di Massini muta in procuratore, l’interpreta Daniele Russo. Che tipo è Miles? A me ricorda i geni strampalati da detective-story, simpatia borderline e meticolosità millimetrica. Roba da cicche, occhi lesti, metodi inusuali e ghigno di chi la sa lunga. Dilatandone il ritratto desumibile dalle battute («La invito ad attenersi a un metodo più pertinente», «L’avverto», «Riformuli la domanda…») questo Miles entra facendo cadere dei fogli, porge pile di giornali al giudice, mostra un libro, sbraca una pagina, colma la scrivania (al contrario di quella dell’avvocato, in ordine dall’inizio alla fine), fuma il sigaro, cala di continuo la testa alle carte, prende appunti per poi poggiare la penna alle labbra e scherza mormorando il cognome «Kapinski» al posto della parola «capisco». D’una eleganza formale è invece l’avvocato Nathan di Gaetano Bruno: passi larghi, gesti eloquenti, non di rado la schiena inarcata un po’ all’indietro per lanciare in platea le prove difensive. L’ombrello impugnato come un bastone per parlare di meteo, gli occhi sgranati quando ricorda d’aver guidato da minorenne, le braccia aperte per calcare le parole «enorme» e «consistentemente». Mellifluo (porge un fazzoletto alla giovane testimone che piagnucola, si finge costernato al cospetto del prete chiamato a deporre), sa che difende uno squalo, di cui gli tocca relativizzare sia la ferocia che i denti. E gli altri, le altre? In parte, per verosimiglianza, oltre il credibile. Valga ciò che uscendo sento da una spettatrice: «Diamine, il giudice (Mauro Marino) sembrava davvero un giudice». È un complimento meritato, ma è qui che per me cominciano i dubbi.

Massini scrive un testo immobile in cui il contrasto invece d’essere agito è parlato e che (per dirla in figura) ha la forma d’un rombo. Ai lati accusa e difesa, vertice alto il giudice, vertice basso noi (cioè la giuria). Frasi date in linea diritta, come non ci fosse bisogno di corpi. Inoltre di che tratta davvero Stato contro Nolan? Se il tema è la manipolazione informativa tra fake, paura indotta e mal governo l’opera direbbe l’ovvio, in ritardo. L’ovvio, tra falsi social e partiti ridotti agli slogan; in ritardo perché non è più tempo di verità truccate ma di vero acclarato per vero ma negato lo stesso: si pensi ai morti di Bucha o a Renée Nicole Good, ammazzata dall’ICE perché «molto violenta» (Trump) anche se i video smentiscono il presidente col ciuffo. Siamo non all’aggiusto o alla scomparsa del reale ma alla sua insignificanza dunque, e su questo Stato contro Nolan non dice nulla d’impattante, tant’è che il testo forza il dettato. Un esempio? «Quante parole ci assediano ogni giorno? Quante ne sentiamo, quante ne leggiamo?» arringa Miles (alludendo all’odierno overload) ma per due ore non s’è discusso in teatro che dell’unico giornale in contea, che ha molte foto, grandi caratteri (cioè poca scrittura) e pubblica articoli «buffi». Più interessante l’altra trama intuibile. Nolan in quanto editore ha una responsabilità pubblica e tuttavia questa divinità tutta abiti di sartoria, ville e montatura d’oro agli occhiali rinuncia alla sua funzione: smette d’essere un garante collettivo, abbassa la soglia critica, s’allea con chi dovrebbe sorvegliare. Nolan frantuma il giornalismo dall’interno, e lo fa da quando lo muta in narrativa, preferisce il sostegno all’analisi e assolda per cronista un aspirante romanziere, non a caso detestato in redazione. È la dequalificazione del ruolo, che indebolisce una democrazia morsa da interessi privati (il mercato) che i contro-poteri, stampa compresa, faticano a limitare. Ma sul finale Massini preferisce dire attraverso i personaggi di «politica» e «libertà», a tratti cedendo al generico. E la regia invece?

Gassmann (con le attrici e gli attori) ha il merito di dare spessore corporeo a un testo privo di fisicità. Il giudice che si lagna del caffè zuccherato, la giovane (l’Else Robichaux di Alessia Santalucia) cui viene chiesto d’alzare il tono di voce, Norman Weiss (Angelo Zampieri) che post-deposizione taglia lo spazio evitando di stringere la mano al procuratore, Nolan (Stefano Guerrieri) che digrigna la propria spietatezza commerciale, il giudice che, inizio del secondo atto, richiama la giuria inducendo all’attenzione il pubblico, reduce dall’intervallo. Talvolta tuttavia ciò scade nel didascalico: la donna delle pulizie che aspira la polvere in proscenio ma non dietro al bancone; l’avvocato Nathan che allude alla pesantezza dei testicoli quando a Miles dice «lei ci ha proprio… deliziato», i saluti che i testimoni dirigono in sala se parlano di alunni o di figli. È didascalico il tuono con fulmine che alla parola «blasfemia!» fa mancare la luce per un istante; funziona (il pubblico ne ride) ma è didascalico l’Eddie Benjamin cui deve dar vita Giuseppe Gandini che, rappresentante incolto della comunità (gesticolio affabile, sorriso paffuto e fucile in emporio), bacia la bandiera USA (nazionalismo), non conosce «capzioso» e si spaventa all’aggettivo «lampante» (ignoranza), mormora «gentaglia» fermandosi a metà (razzismo celato), invia baci a Nolan (subordinazione al Potere di natura divistica) ed esteriorizza «brutto affare…» allentando la cravatta. Inoltre Gassmann con le proiezioni depotenzia la forza evocatoria della parola (preferisce mostrare più che far immaginare) e usa Hopper come suggestione ambientale mentre per il pittore i colori sono «la trascrizione più esatta possibile delle impressioni più intime». Hanno cioè ha che fare con l’anima e non con l’arredo.
Infine, Gassmann presenta Stato contro Nolan come il suo spettacolo «più politico» e Daniele Russo nel dirne ad Alfredo Angelici parla di teatro politico, «assolutamente». A distanza di giorni mi domando in che consista questa politicità, sottolineata anche dalla quarta-Einaudi («fortissima vena etico-politica»). Stato contro Nolan discute il presente per allusione, adopera lessici industrializzati (a partire dalla cinematografia, con tanto di titoli di coda), non si differenzia in termini produttivi né stabilisce un rapporto diversificato o contrastivo col pubblico cui offre invece ciò che s’aspetta in cambio del biglietto: un’opera vagamente impegnata, firmata da artisti che (per fortuna) prendono parte al dibattito quotidiano con posizioni (spesso) condivisibili e che dà a chi assiste la sensazione dell’intrattenimento pensante. Basta questo dunque? O, per rilanciare la questione, premessa la base (il teatro, la polis, la compresenza, l’arte come strumento di riflessione, il consorzio umano riunito): quanto quest’opera si fa «strumento di lotta» e «terreno di scontro» (per citare La teoria del teatro politico di Claudio Vicentini)? Come dà fastidio a chi governa, sfrutta o manipola? Che cambiamento produce in chi guarda? E in che modo s’oppone alle dinamiche dominanti all’esterno?
Me lo chiedo per Stato contro Nolan. Ma vale (volendo) per ogni atto teatrale che fa dell’aggettivo «politico» una medaglia esposta al petto a prescindere.
Alessandro Toppi
Teatro Bellini di Napoli – aprile 2026
STATO CONTRO NOLAN (UN POSTO TRANQUILLO)
di Stefano Massini
uno spettacolo di Alessandro Gassmann
con Daniele Russo, Gaetano Bruno, Mauro Marino, Emanuele M. Basso, Gaia Benassi, Davide Dolores, Giuseppe Gandini, Stefano Guerrieri, Alessia santalucia, Angelo Zampieri
scene Gianluca Amodio
costumi Mariano Tufano
musiche Pivio e Aldo De Scalzi
video Marco Schiavoni
regista assistente Emanuele M. Basso
aiuto regia Gaia Benassi
assistente alla regia Gloria Riggio
produzione Fondazione Teatro di Napoli-Teatro Bellini, Teatro Biondo di Palermo, LOMBARDI CREATIVE STUDIOS srl














Ho piacere di condividere il mio commento:
Finale di stagione: “Lo stato contro Nolan”
Da un testo di Stefano Massini, con la regia di Alessandro Gassman.
Quando la narrazione è pretesto per fare dei bei discorsi edificanti .
Una torre costruita ad arte che culminare con i crescendo finali che non possono che dare soddisfazione al pubblico e quindi provocare gli applausi.
Ricca di suggestioni è la narrazione del midwest americano anni ‘50, che è ricorso in diversi spettacoli quest’anno, e che copre agevolmente l’immaginario di gran parte del pubblico che ha assorbito i numerosi film americani sul tema. Se una cosa sanno fare bene gli americani è raccontare le storie, con loro il cinema è diventato un’industria, mentre da noi puro artigianato, e l’artigianato si sa non è per tutti.
Mi chiedo perché, oggi, un autore italiano, mio contemporaneo debba trovare il bisogno oggi di ambientare una storia nell’America degli anni ‘50, e dí raccontarla attraverso l’usatissima forma del processo americano.
Mi è sembrato uno stigma si immediata comprensione, un messaggio che voleva veicolarsi velocemente agganciandosi ad un immaginario già sazio.
In questo spettacolo la storia mi è sembrata essere solo un pretesto, un veicolo, usato, per arrivare a fare un discorso politico.
Ma veniamo al discorso.
Pure quello non proprio originale o sorprendente.
Il costrutto in forma processuale non poteva che essere un crescendo, che come tutti i processi culmina con l’arringa finale.
Il tema forte era quello eterno della paura e del potere.
Del potere della stampa, stampa di quando c’erano i giornali in questo caso, e della mistificazione della notizia al fine di manipolare l’opinione pubblica, vellicando la paura che caratterizza specialmente le società chiuse.
E tutto questo mi spiega perfettamente perché il midwest americano, e perché gli anni ‘50.
Perché il messaggio arrivi tutto chiaro e subito occorre stigmatizzarlo.
Allora cosa c’è di meglio che utilizzare una piccola comunità bigotta in un territorio piatto e mono tono, un’epoca storica lontana ma non troppo in una nazione dedita alla caccia alle streghe?
Quel sentimento di luci basse e radenti, di polvere e di ingenua banalità di vite appiattite dentro luoghi comuni?
E tanto per essere chiari non basta rappresentarlo, lo proiettiamo pure in proscenio, una campagna magari con le lucciole, la vegetazione alta e un cartello che dice essere un luogo tranquillo.
Niente più?
Il messaggio viene prima del racconto, si ha fretta di arrivare al sodo, non vuole lasciarsi nulla all’interpretare.
Io penso che dovrebbe essere il contrario.
Io mi aspetto di innamorarmi a teatro, e non di avere qualcuno che mi spieghi cosa è l’amore.
Voglio che il pensiero risuoni dentro di me dopo, dopo che le luci si sono spente e l’eco dentro di me è rimasto a vibrare.
Il teatro è cosa viva, è in quel momento che è lì, accanto a me, e che non è un duplicato di niente, che mi emoziona, mi rapisce e cresce.
Poi lentamente mi esplode di senso, molto spesso dopo.
Ma non mentre lo sto guardando e già capisco dove mi sta portando e mi ricorda qualcosa di altro che ho già visto da qualche altra parte.
Il cinema è replicabile, il teatro no, ed è proprio questa la sua magia.
Non ha niente di uguale.
Per questo non mi piace quando lo vogliono rendere uguale al cinema.
Non mi piace il velino che separa dalla platea, non mi sono piaciute le proiezioni delle immagini di luoghi e persone che dovevano essere il contesto, mentre avrei voluto che quel contesto potesse essere evocato dalla parola, dalla vocazione, dal movimento in scena.
Non mi sono piaciuti i pur bellissimi titoli di coda, belli nelle gestualità degli attori e nelle luci, ma descritti in maniera troppo cinematografica.
Mi sono piaciuti i ringraziamenti, anche se troppi per il mio entusiasmo.
Quanto ai temi io ci ho trovato un’eco di Urlo e furore di Steinbeck, che sarebbe potuto espandersi in un tranquillo nordest italiano, per la sua sempre viva attualità, ma giusto un’eco, senza quella forza fluviale del romanzo.
Secondo me l’intento della storia era anche quello di parlare delle migrazioni.
A rompere la quiete arriva uno sconosciuto, un uomo povero, probabilmente in cerca di terra e lavoro, uno di fuori.
La paura è il riflesso della chiusura di una società di fronte a qualsiasi migrante, il diverso e bisognoso che attenta al nostro benessere e al privilegio, secondo un pregiudizio comune.
Io innanzitutto ci ho visto questo, nell’uomo che in questa storia neanche si vede, il fantasma, che però la regìa ci tiene a mostrarci in ologramma, caso mai noi avessimo bisogno di dargli un volto e non sapessimo farlo da soli.
Le persone comuni che animano la storia si identificano con le cose che possiedono, si vestono di purezza per giustificarsi al mondo e sono assolutamente incapaci di amare il prossimo.
Visto mai niente di simile?
Arriva dunque il grande tema,la manipolabilità delle paure.
Visto mai quarto potere?
La spregiudicatezza della macchina dell’informazione nel controllare, suggestionare, soffiare sul fuoco, ai soli fini di utilità economica di qualcuno, o di se stessa.
( Tipo sbatti il mostro in prima pagina).
Tutti temi grossi, attuali e interessanti.
Tutti in parte gli attori, a me è particolarmente piaciuto l’avvocato difensore interpretato da Gaetano Bruno, e perfetto cammeo di Alessia Santalucia.
Molto belli i costumi d’epoca.
In uno spettacolo che comunque non annoia e mi sembra avere ricevuto un generalizzato plauso del pubblico in sala.
Siamo troppo abituati alla tv, anche stasera non siamo usciti di casa.