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ROSARIA (di Davide Iodice)

Questa recensione fa parte di Cordelia di marzo 26

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La vita – perché Rosaria si ispira alla vicenda reale di una donna senza fissa dimora – irrompe priva di mediazioni nel chiaroscuro della scena, imponendo allo spettatore una prossimità tanto scomoda quanto necessaria. Monica Palomby interpreta la vicenda offrendosi al pubblico con cruda autenticità. Il suo racconto attraversa il dolore, la perdita, la marginalità che segna con silente ferocia certe esistenze di Napoli, qui evocata come “nu giocattolo scassato”. Pur componendosi di frammenti – relazioni fallite, sogni infranti, abusi subiti – Rosaria evita ogni tipo di compiacimento vittimistico. La parola è scabra, mentre la voce rauca e il respiro affannoso sono a tratti spezzati e interrotti dall’irrefrenabile istinto di sorseggiare voracemente la bottiglia di vino o dal freddo “e mmerda” dal quale cerca di ripararsi col cartone fragile. «Ij vuless’ sulamente qualcuno da abbracciare ma non mi viene in mente nisciuna faccia»: un’invocazione in cui si condensa tutta la vertigine dell’abbandono. Iodice allora costruisce uno spazio di ascolto rigoroso in cui gesti, silenzi e musica acquistano un chiaro peso drammaturgico. Il vissuto, solitario, di un’ex guida turistica – che riconosce nel grido dei gabbiani l’eco della propria disperazione – si compie in una morte inosservata. A riattraversarla è Chiara Alborino, che ne restituisce dignità tramite una partitura corporea che, insieme alla nudità, è capace di farsi omaggio e breve conforto. Non si tratta di una documentazione scenica di un fatto di cronaca: la pièce riporta alla luce una storia rimossa, sottolineando la questione etica che emerge dalla biografia della donna. Il pubblico è chiamato a rinunciare a una fruizione passiva perché si interroga sul proprio sguardo e sulla propria responsabilità. Non c’è né catarsi né consolazione: resta traccia di una vita consumata nell’invisibilità, dentro un sistema che ignora e abbandona. Iodice, in questa esposizione radicale del dolore, compie un gesto essenziale: ci chiede di non voltarci più dall’altra parte. (Sara Raia)

Visto a Sala Assoli drammaturgia e disegni Benito Martino; adattamento, elementi scenici, luci e regia Davide Iodice; con Monica Palomby, Chiara Alborino; musiche Lino Cannavacciuolo; foto Alessandro Scarano; luci Simone Picardi; cura artistica e produzione Scuola Elementare del Teatro – progetto del ciclo officina conservatorio popolare; per le arti della scena – ideato e diretto da Davide Iodice; con la collaborazione di guide e tutor della Scuola Elementare del Teatro Aps.

Cordelia, marzo 2026

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