L’Antigone di Jean Anouilh diretta da Roberto Latini al Teatro Vascello ha innescato una riflessione sul presente a partire dalle differenze tra dramma e tragedia. Nel 2026 in scena al Lac di Lugano, al Teatro Astra di Torino, al Puccini di Firenze, poi Ravenna, Rimini, Milano

C’è una battuta dell’Antigone di Jean Anouilh che forse più di tante altre risuona, tra il 1942, quando l’autore scrive la sua personale versione del classico sofocleo in un clima di occupazione tedesca, e questo nostro tempo stravolto da guerre e pretese di giustizie divine; tempo (e spazio nostro almeno un po’ più pacificato) che ha visto la messinscena di questa opera diretta da Roberto Latini al Teatro Vascello (la cui prima nazionale era stata presentata al Teatro di Ostia Antica quest’estate): «è pulita la tragedia, è riposante… nella tragedia siamo tutti innocenti, insomma. Non perché c’è uno che ammazza e uno che è ammazzato, è una questione di distribuzione». È il coro (cui dà voce qui Manuela Kustermann, anche nel ruolo di nutrice) a pronunciare questa battuta, quando con freddo cinismo critica proprio l’idea di tragedia dove non c’è più speranza di risolversi e soprattutto dove le responsabilità cadono sempre sopra coloro che agiscono, non su chi le compie, che è così comodamente privato del peso delle azioni. E dov’è la responsabilità dell’uomo?

Nel paragonarla al dramma, sottolineava quanto, nella tragedia, quell’ineluttabilità concatenante che la contraddistingue e che spinge i più crudeli assassini a compiere atrocità e a passarla indenni, potesse avallare l’inammissibile. Il gioco del confronto col presente è pure troppo facile, pertanto ne approfittiamo per rintracciare gli snodi drammaturgici classici dell’opera. Qualcuno si sente in diritto di reclamare una terra in maniera coatta in quanto decisione divina (così fa Eteocle, venendo meno al patto con il fratello Polinice, che a sua volta gli muove guerra perché non ha avuto il suo turno di governare), anche a costo di sacrificare vite, (la guerra che li vede protagonisti viene raccontata nei Sette contro Tebe, nell’Antigone è appena passata, entrambi sono morti e solo a un cadavere verrà reso onore), di mancare di rispetto divino e societario (Creonte, con i propri editti che vietano di seppellire il fratello considerato fedifrago, viene meno non solo al sacro dovere di proteggere i morti, ma dimostra di leggere solo una parte superficiale e recente dei patti politici, dando ragione al fratello che per primo si era rifiutato di cedere il posto e aveva già commesso torto).
In Anouilh e, chiaramente, anche nella scelta operata dal regista romano, invece, c’è il dramma, quello che vivono questi personaggi limbici, nella scena di Gregorio Zurla, un non luogo che ha della sabbia quanto della strada, e nei costumi di Gianluca Sbicca che nella loro semplicità moderna e regale non appartengono a nessun tempo. Svuotati da quelle intenzioni pure, quindi sorde, e nobili, quindi aristocraticamente intoccabili, già dipinti con un’idea di morte incipiente, mascherati, gli occhi cerchiati di nero, dai movimenti spezzati, a volte maschere comiche essi stessi (come nel caso delle guardie interpretate da Ilaria Drago, anche nel ruolo di Emone). Qui si prova a fare un ragionamento più preciso, a non deresponsabilizzare nessuno: non solo non si nascondono le colpe di Eteocle e Polinice ma la guerra stessa viene desacralizzata; dalla lotta per guida di Tebe del mito, adesso si muore per un idiota regolamento di conti. Muta anche la spinta di Antigone, interpretata proprio da Latini, microfono in mano e nessun tentativo di mascheramento mimetico – perché, sottolinea post spettacolo, in questa scelta interpretativa non c’è nessuna intenzione legata al genere: questa Antigone è istinto adolescente e radicale che sente il peso della pietà ma, quando alla fine vede smontare la propria missione, pur scegliendo di morire, mostra il suo lato umano e fragile e chiede perdono.
E poi c’è il re, che in Sofocle era figura irremovibile, granitica, mentre qui, pur essendo il burocrate che manovra, è forse l’unico veramente arreso alla propria tragicità. Questo Creonte agisce non per tornaconto bensì perché è il suo lavoro; è stanco e sgomento ma va avanti, su di lui caricheremo il peso di tutte le morti e sarà l’unico a continuare a vivere. Francesca Mazza è esemplare, nulla è fuori posto, perché diventi strumento di forze esterne, è potenza implosa e arroccata all’asta del microfono, a contrasto con la vibrante vocalità dell’Antigone di Latini, che arriva dal pubblico (non perché sia scelta facile, ma perché appaia più evidente che la parte che sceglie è politica, ed è anche la nostra), che cammina e agisce per i morti, ma poi ammette che il suo atto di insubordinazione è un atto per se stessa. Tutto ciò che i due archetipi, qui però molto umani, compiono è frutto delle loro scelte, fatte e non fatte, come appare scritto sulla scena a fine spettacolo. Così come tutte le morti che seguono, ignobili, utilitaristiche, che nel dramma sarebbero anche potute essere risparmiate (perché non viene meno la speranza a priori, essendo tutto frutto di scelte da poter compiere o meno), e invece se non lo sono è colpa degli uomini che le hanno permesse.

Forse, proprio per questo sentore di morte che poteva evitarsi e così non è stato, Ismene (Silvia Battaglio anche lei in doppio ruolo, con quello del messaggero), ha già un che di funereo, quasi da burattino dell’oltretomba: il suo tono è razionale, ipotizza il futuro e le sue conseguenze, ma rimane intrappolata nella sua paura; come lei anche la nutrice ed Emone non riescono ad uscire dalle proprie visioni, da quella dimensione ineluttabile nelle quali vengono trascinati, e per cui moriranno – come racconta il messaggero in uno tra i più vividi e lucidamente commossi monologhi che, in piena tradizione classica, restituiscono le morti senza mostrarle. Alla fine, per quella pietà che non aveva mostrato, Creonte a sua volta invocherà pietà ad Antigone, invitandola a vivere. Ma il re ha già scelto e, mascherando di capacità governative la sua miopia culturale, egemonica e bellica, non rimarrà che solo, con un consiglio a cui rispondere mentre «comincerà ad aspettare la propria morte».
Viviana Raciti
Visto a Roma, Teatro Vascello – novembre 2025
Prossime date in calendario tournée
Lugano (SVIZZERA) LAC – Lugano Arte e Cultura Dal 15/01/2026 al 16/01/2026
Torino TPE Teatro Astra Dal 27/01/2026 al 01/02/2026
Firenze Puccini 06/02/2026
Ravenna Alighieri Dal 07/02/2026 al 08/02/2026
Rimini Amintore Galli 26/02/2026
Milano Piccolo Teatro Studio Melato 17-22 marzo 2026
ANTIGONE
di Jean Anouilh
traduzione Andrea Rodighiero
personaggi e interpreti
Silvia Battaglio – ISMENE e IL MESSAGGERO
Ilaria Drago – EMONE e GUARDIE
Manuela Kustermann – LA NUTRICE e CORO
Roberto Latini – ANTIGONE
Francesca Mazza – CREONTE
scene Gregorio Zurla
costumi Gianluca Sbicca
musica e suono Gianluca Misiti
luci e direzione tecnica Max Mugnai
in collaborazione con Bàste Sartoria
regia Roberto Latini
produzione La Fabbrica dell’Attore teatro Vascello –
Teatro di Roma teatro Nazionale
PROSSIME DATE
15-16 gennaio 2026 Lugano – Teatro Lac
18 gennaio Vignola – Teatro Fabbri
20 gennaio Foligno – Politeama Clarici
27 gennaio-1 febbraio -Torino teatro Astra
5 febbraio Guastalla – Teatro Comunale
6 febbraio Firenze – Teatro Puccini
7-8 febbraio Ravenna – Teatro Alighieri
19 febbraio Marsciano – Teatro Concordia
20 febbraio Narni – Teatro Marini
26 Febbraio Rimini – Teatro Galli
28 febbraio Colleferro – Teatro Comunale
15 marzo Viterbo – Teatro dell’Unione
17-22 marzo Milano – Teatro Studio Melato Piccolo di Milano










