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Non morire. Dracula di Andrea De Rosa

Recensione di Dracula diretto al Teatro Astra di Torino (TPE) da Andrea De Rosa, drammaturgia di Fabrizio Sinisi. Con Michele Eburnea, Michelangelo Dalisi, Marco Cacciola, Marco Divsic, Chiara Ferrara, Federica Rosellini.

Foto Andrea Macchia

Leggenda narra: nel 1816, l’ “anno senza estate” che la meteorologia ricorda come tra i più scuri e piovosi della storia, Lord George Gordon Byron si trova nei pressi di Ginevra, dove accoglie attorno a un camino uno sparuto gruppo di sodali: Percy Bysshe Shelley, la sua amante Claire Clairmont, la sua futura moglie Mary Wollstonecraft Godwin e il medico e scrittore John William Polidori. Al riparo dal fortunale, il team decide di sfidarsi a chi sia in grado di scrivere il più terribile racconto dell’orrore. In quella stessa notte, Mary (poi Shelley) scrive Frankestein, Polidori The Vampyre: un viaggio nell’Europa occidentale e mediterranea dove il misterioso Lord Ruthven muore e risorge come Conte di Mardsen, mietendo vittime per vampirismo e poi dandosi alla macchia.
È il 1897 quando Bram Stoker dà alle stampe Dracula, una nuova versione del mito che attinge alle cronache religiose e profane, ricostruisce l’origine del non-morto a partire dai documenti che circolano in Europa occidentale portati dal vento di un nuovo determinismo scientifico (c’è di mezzo la psicanalisi che rilegge le malattie nervose e l’esplosione dei ragionamenti sul corpo e sulle sue disforie) e conditi da un certo feticismo per il Blocco orientale, con il suo esotico folklore fatto di leggende e di storie sulla più malsana povertà, una malattia sociale dalla quale l’Occidente – roso dalla sifilide che è ancora un tabù – vuole pensarsi immune.
Nell’ineccepibile Vampyr – Storia naturale della resurrezione (2023), Francesco Paolo De Ceglia (storico della scienza di stanza all’Università di Bari Aldo Moro) ricostruisce la genesi e l’evoluzione di una frenesia collettiva che, dall’alto Medioevo, cerca di dare senso alla vita attraverso lo stigma della morte di fronte alla (fantasiosa?) possibilità del non morire.

Nel mezzo apre la fabbrica mitologica del cinema. In mezzo a titoli che indubbiamente brillano, come i Nosferatu di Murnau / Herzog e in parte Eggers o il Bram Stoker’s Dracula di Coppola, il grande schermo rende omaggio al vampiro innumerevoli volte, tracciandone quasi sempre le fattezze con un irresistibile carboncino romantico – responsabile di moderniste e consolatorie dicotomie bene/male in cui la bestia abbraccia la bella dando alla luce una nuova melodrammatica stirpe – oppure con le affilate armi della fabula di genere che tutto riduce ai dettami del pirotecnico ingegno narrativo. Due grimaldelli semantici consapevoli disertori di fatti sociali che invece lo stesso De Ceglia contestualizza e motiva, facendone un possibile inventario di sconfitte e di vittorie della scienza positivista. Allargando la visuale sull’archetipo del vampiro prima, e poi sulla più ampia iconografia del “ritornante” (tra zombie più o meno affabili o terribili), il cinema coltiva un vivaio di storie, via via smarrendo il potenziale d’archivio storico che pure dimostrava come dietro alle figure di vampiro, strega (strigòi), licantropo o masticatore di sudari si celasse, nel mondo moderno, l’onnipresente spauracchio del diverso, dell’esotico, del reietto, delle credenze religiose alternative, in una parola dell’Altro.

Foto Andrea Macchia

Da questo complesso nucleo tematico sembra partire l’allestimento diretto da Andrea De Rosa, per il secondo triennio alla guida del TPE – Teatro Piemonte Europa di Torino, inaugurando una stagione che porta il titolo emblematico di “Mostri” e che, per il 2025/2026, si concentra sulle “Persone”. Se l’identità del non-morto dialoga con la natura effimera dell’essere vivente, la visione di De Rosa – resa parola dal competente drammaturgo Fabrizio Sinisi – dichiara come ragionamento primario la domanda se esista qualcosa di più terribile del vivere per sempre. Ad ascoltare gli esistenzialisti, la vita andrebbe impegnata nell’allontanare metodicamente l’idea della morte, che rende impossibile ogni serenità. Ma al giro di boa del Ventesimo secolo gli esistenzialisti non esistono ancora e gli stilemi gotici – non di meno latori di una paura dell’apocalisse individuale – hanno ancora una grande affezione per il separare in maniera netta il mondo delle ombre da quello della luce. E le Esposizioni Universali ne saranno il parco giochi. E allora l’esperienza inedita di un individuo che rinuncia alla morte e si condanna alla vita eterna porta piuttosto con sé una disillusa critica a quell’illuminismo che aveva fatto di noi umani i depositari del trono della Natura. Vincere la morte incarna la sfida suprema, la medaglia al valore della hybris. Fino a che Stoker non ci mette di mezzo l’amore, non come mezzo per sconfiggere la morte (quello che univa i romei e le giuliette in un più quieto Aldilà) ma come dispositivo meccanico per interrompere una vita eterna senza emozioni né senso, perché sprovvista della paura di una fine.

Foto Andrea Macchia

Il fu Cinema Teatro Savoia (1928) è oggi la sede del TPE, un Teatro Astra che ha scelto di conservare i segni di una profonda ristrutturazione, con pezzi d’intonaco liberty, grandi finestroni d’epoca, l’anima d’acciaio che spunta dal cemento armato dei pilastri. L’usuale ingresso è sbarrato; ci accalchiamo nel bianco foyer in attesa di essere ammessi a uno stretto corridoio. Lì il giovane Jonathan Harker (Michele Eburnea, con voce e gesto solidi di formazione accademica) ci tiene la schiena attaccata al muro, percorrendo lo spazio a lume di candela, recitando ad alta voce la pagina di diario che lo vede accedere agli inospitali sentieri gettati in tenebra dall’ombra dei Carpazi e poi al cunicolo che conduce alle porte di Castel Dracula.

Foto Andrea Macchia

Il gigantesco spazio è liberato raggomitolando gli spalti di platea sulla torre della regia, un pubblico più contenuto è alloggiato su un’unica tribuna al lato lungo della sala, l’alta graticcia è costantemente attraversata da una corsa di passi pesanti, la sonorizzazione dell’ambiente (a cura dell’impeccabile G.U.P Alcaro) ci fa sobbalzare con rumori sinistri e sedie che vibrano al cupo bussare di frequenze abissali; se poi tutto appare nudo, rugoso, desolato, se entrando in sala la temperatura precipita di quasi dieci gradi e ci ficca il naso nelle sciarpe, tutto questo è più che sufficiente a tramutare l’Astra in un castello transilvano abbandonato agli schiaffi di ottocento rigidi inverni.

Foto Andrea Macchia

Presa la decisione di regalare questo spettacolo al solo pubblico torinese, in apertura del nuovo triennio, la cura con cui lo spazio (pensato da De Rosa con Luca Giovagnoli) viene modificato e sfruttato, la convocazione plenaria estesa a tutti i possibili organi di senso verso un’assemblea aperta a una dimensione esperienziale rendono un gradito inchino alle potenzialità del teatro, in grado di aprire nuove strade all’altrimenti sbilenco (e pur frequentatissimo) tentativo di grand guignol fuori tempo massimo: i litri di sangue finto profusi in scena non sono trucchi posticci ma piuttosto kandinskijani rimandi alla magnitudine sinestetica del colore; il gelo percepito passa con agio dalla contestualizzazione di un ambiente al comando di uno stato d’animo con cui si vorrebbe che leggessimo il tragico apologo.
Di fronte ci troviamo tre tavoli da autopsia, piastrelle candide che buttano un lieve fiotto di sangue agli angoli, da far bere con gesto metodico a una spugna. Immersa in un sonno inquieto, sul catafalco centrale giace Mina Murray (Chiara Ferrara, solida ma tremante di una tormentata fragilità), la bianca veste da notte scossa da fremiti e sussulti; su di lei incombe a spada di Damocle un groviglio di tubi raccolto a grappolo e appeso all’alto soffitto, che a breve si riempirà di un calmo getto di liquido rosso, a disegnare l’intirizzito ma ancora vivo cuore di Dracula, pronto a essere smembrato e fermato da una sorta di suicidio offerto alla società dei non-morti.

Foto Andrea Macchia

Con una tecnica fatta di sferzate di diaframma, maledizioni ruggite e rantoli sofferti, e con la consueta sorprendente presenza camaleontica, il vampiro di Federica Rosellini è avvolto da un drappo di rosso arabescato: un algido e glabro principe di certe tenebre che, rivelando poi un total black di canotta, calzoni neri e anfibi, sembrano essere quelle dei club dark-punk anni Ottanta. Animale agile e irrefrenabile, si arrampica su spalti e scale di sicurezza, percorre misteriosi corridoi per comparire in un lattiginoso controluce sui diafani finestroni; vigilerà come fantasma visibile solo a noi sui progetti di annientamento perpetrati dai giovani sposi e dal dott. Van Helsing (un segaligno e stupendamente ironico Michelangelo Dalisi), in attesa di compiere un agognato rito d’amore, di sesso ben edulcorato e di liberazione con Mina, unico bagliore di luce in un’eternità di buio.

Foto Andrea Macchia

Se il primo quadro sfrutta tutte le possibili soluzioni, lo fa con grande coerenza interna e potrebbe finanche rinunciare ad ampi brani di testo in forza di un’affilata partitura sonora e visiva (il livido disegno luci è di Pasquale Mari). Il blocco centrale si arena invece in una certa staticità: tra lunghi monologhi e concertati che cercano di piegare la natura epistolare del romanzo alla forma drammatica e dialogica, lo spazio lasciato alla definizione del concetto – così chiaramente espressa nei materiali – risente forse di qualche eccesso di verbosità e prepara senza troppe sorprese un atto finale sciolto nelle lacrime più che nel sanguinamento, nell’epilogo romantico più che nella pur generativa severità bioetica a cui si stava alludendo. Messa a punto la trappola che userà Mina come esca per condurre il vampiro al rogo della luce del sole, l’addio dei due è una carrellata di albe iconiche, che non senza ironia cita le scene più famose del cinema, da Apocalypse Now a Twilight, al suono de «l’ultima volta che avrò visto».
I costumi dello spettacolo (di Graziella Pepe) ci avevano confuso, mescolando gli ottocenteschi soprabiti e cravatte, i calzoni alla zuava e gli stivali militari di Harker e van Helsing alla neutra veste di Mina o agli abiti contemporanei sotto all’emblematico impermeabile giallo dello sventurato capitano del Demeter (il vascello che traghetta Dracula a Whitby), qui imbrigliato in una frettolosa crasi con l’importante personaggio di Renfield (Marco Divsic tuttavia regala la giusta urgenza allucinata). E allora, nell’evocare prodotti filmici di certo posteriori all’epoca pur rievocata nella storia, dopo un primo straniamento leggiamo il richiamo a un continuum temporale che, senza le cesure della morte, giace in un’irrisolvibile e claustrofobica fluidità. Time is out of joint, proclamava Amleto, il più vampiresco dei personaggi moderni.

Foto Andrea Macchia

Come il Conte Vlad che ritorna dalla lotta contro i Turchi, l’arco drammaturgico e registico di questa veduta del mito espone di certo le ferite inferte dall’arduo governo su un’ipertrofica proposta di alternative; lo sguardo di De Rosa e delle sue collaborazioni artistiche deve vedersela con il peso specifico di un’iconografia abusata. E tuttavia la mancata protezione è forse segno della natura universale delle premesse, che riesce a resistere all’attacco di facili aspettative: se qualche opportunità di lettura risulta indebolita (come una più rocciosa parete di critica sociologico-scientifica che si perde nell’amorosa trama) non è perché ci si sia arresi a soluzioni già approvate, ma perché la vetta è frastagliata come quelle dei Carpazi, perché si cerca di dar senso alla vita provando in teatro a rappresentare la morte. Che è una delle missioni più coerenti ma anche più severe.

Sul piano logico e filosofico, ci resta impresso un brano di testo. Nel raccontare i propri incubi e la propria personale visuale del vampiro, Mina parla di un essere vecchissimo che si è dimenticato di morire. Il Dracula di De Rosa e Sinisi presenta un essere vigoroso e appassionato che si è dimenticato come vivere.

Sergio Lo Gatto

Teatro Astra, Torino, novembre 2025.

DRACULA
liberamente ispirato al romanzo di Bram Stoker
testo Fabrizio Sinisi
regia Andrea De Rosa
con Michelangelo Dalisi / Marco Cacciola, Marco Divsic, Michele Eburnea, Chiara Ferrara, Federica Rosellini
spazio scenico Andrea De Rosa, Luca Giovagnoli
luci Pasquale Mari
suono G.U.P. Alcaro
costumi Graziella Pepe
assistente alla regia Marco Corsucci
produzione TPE – Teatro Piemonte Europa

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Sergio Lo Gatto
Sergio Lo Gatto
Sergio Lo Gatto, PhD è giornalista, critico teatrale e docente universitario. È stato consulente alla direzione artistica per Emilia Romagna Teatro ERT Teatro Nazionale dal 2019 al 2022. Attualmente è ricercatore presso l'Università degli Studi Link di Roma. Ha insegnato all'Alma Mater Studiorum Università di Bologna, alla Sapienza Università di Roma e insegna al Master di Critica giornalistica e di Drammaturgia dell'Accademia Nazionale d'Arte Drammatica "Silvio d'Amico" e a Officina delle Arti Pier Paolo Pasoloni a Roma. Collabora alle attività culturali del Teatro di Roma Teatro Nazionale e con Dominio Pubblico. Si occupa di arti performative su Teatro e Critica e collabora con Rai Radio3, dove cura e conduce la trasmissione "Teatri in Prova". Ha fatto parte della redazione del mensile Quaderni del Teatro di Roma, ha scritto per La Falena, Il Fatto Quotidiano e Pubblico Giornale, ha collaborato con Hystrio (IT), Critical Stages (Internazionale), Tanz (DE), Left, con Plays International & Europe (UK) e Exeunt Magazine (UK). Ha partecipato e curato diversi progetti europei di networking e mobilità sulla critica delle arti performative, è co-fondatore del progetto transnazionale di scrittura collettiva WritingShop. Ha partecipato al progetto triennale Conflict Zones promosso dall'Union des Théâtres de l'Europe, dove ha diretto la rivista online Conflict Zones Reviews. Insieme a Debora Pietrobono, è curatore della collana LINEA per Luca Sossella Editore e ERT. Tra le pubblicazioni, ha firmato Abitare la battaglia. Critica teatrale e comunità virtuali (Bulzoni Editore, 2022); con Matteo Antonaci ha curato il volume Iperscene 3 (Editoria&Spettacolo, 2018), con Graziano Graziani La scena contemporanea a Roma (Provincia di Roma, 2013), oltre a diversi saggi e articoli scientifici su teatro e arti performative.

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