HomeArticoliCronaca di una devastazione. Su L’angelo del focolare di Emma Dante

Cronaca di una devastazione. Su L’angelo del focolare di Emma Dante

Recensione. Il nuovo spettacolo di Emma Dante visto al Teatro San Ferdinando di Napoli dopo il debutto al Piccolo di Milano. La tournée prosegue in Francia e poi in Italia a Mestre, Verona, Piacenza, Firenze, Lugano, Vicenza, Udine…

Foto Masiar Pasquali

Il marito afferra la moglie da dietro, con gli avambracci le stringe a mo’ di uncini petto e schiena e mentre lei urla «mi fai male» lui l’insulta tra gli affanni. Quando lei si sgancia la riafferra alla nuca, come si fa coi cani, quindi le tira i capelli forse strappandogliene qualcuno e la spinge al tavolo. Del ferro con cui pochi minuti prima è stato stirato il pantalone del pigiama usa il filo attorcigliandoglielo alla gola. Lei amplia le palpebre, le pupille paiono ingrandirsi, le mani le si spalancano, s’alza sulle punte dei piedi mentre lui ha la saliva che gli bagna la bocca all’angolo. L’ha già schiaffeggiata, palmo destro sulla guancia sinistra, ora le abbassa la testa – la fronte fermata nel punto in cui ogni mattina, da vent’anni, lui beve il caffè – e la colpisce con quattro botte a piastra piena. Ciò che scrivo si ripete per tre volte, per due lei ha la forza di rialzarsi. Con le unghie gli riga il volto, le dita s’incastrano nell’incavo degli occhi, si libera, corre in verticale e orizzontale gridando «aiuto» e «lasciami» ma anche «vattenne» ossia «vai via», «non guardare» o «salvati» al figlio e alla suocera che entrano ed escono tra quinta e palco. Intanto in platea non si respira, l’assito pare più in bilico di quanto sia davvero e le luci si fanno gelide, forse perché l’immagine sia chiara, glaciale ed evidente. Lei resiste sempre più debolmente, me ne accorgo anche se è di schiena. I piedi le si dilatano, le ginocchia si piegano, ventre e petto respirano col ritmo d’un organo che si sta fermando. Il capo in avanti, la spalla destra più bassa della sinistra, s’inclina come un albero colpito al fianco. Non grida. La ragazza che mi siede accanto sibila un «basta» che sa di preghiera, di pietà. La donna crolla infine, ma senza far rumore e come cosa morbida s’adagia e si spande. Il ginocchio sinistro curvo, la gamba destra diritta, il braccio sinistro teso, il braccio destro in alto. La testa in proscenio, i piedi verso il mezzo palco, la tempia tumefatta e insanguinata. Buio. L’angelo del focolare può iniziare.

Foto Masiar Pasquali

Quand’entro e osservo il palco l’unica cosa che vedo sono due ciabatte: una è diritta, suola al legno, l’altra è sottosopra. Il pubblico siede, rumoreggia, fino all’ultimo tasta gli smart, chissà se vi bada. Le ciabatte dicono che qualcosa è già accaduto prima del buio-soglia da cui il teatro di Emma Dante sorge da sempre e dopo il quale c’è il corpo di lei (Leonarda Saffi) come l’ho descritto. È morta, un faro le batte sul collo, vedo vene e pelle ferme, non respira. Angolo anteriore alla mia sinistra entra la suocera (Giuditta Perriera): abito nero, capelli ingrigiti, l’orlo delle labbra raggrinzito, il viso è un’antica maschera, poggia le mani al dorso della poltrona che piazza in scena quindi siede, guarda la nuora e inizia una giaculatoria in un dialetto-puro-suono con cui mischia chiacchiere, lamenti ed invettive. Srotola parole come vomitasse ciottoli ma il senso è «alzati, non vorrai stare lì tutto il giorno? C’è la casa da riassettare». Angolo opposto, posteriore alla mia destra, il figlio traina il letto, dice «ma’» con l’incedere con cui un vivo non s’arrende e insiste nel chiamare il cadavere, s’infila quindi sotto coperta e aspetta che la madre anche stamani lo desti fermando la sveglia con le mani. E il marito (Ivano Picciallo)? Tagliato lo spazio in diagonale, capelli da cuscino, barba di tre giorni, evita la moglie allargando il passo come si fa con gli escrementi in strada e giunge al bagno, angolo anteriore destro. Urina, scrolla il pene, volge lo sguardo al centro ed emette il primo bercio di giornata. Siede quindi a tavola, ordina il caffè. Intanto la donna s’è rialzata. Dalla sala tira l’ossigeno. Il letto da rifare, i panni da stendere, la tazzina da portare. Un’altra giornata è cominciata.

Foto Masiar Pasquali

Il nucleo de L’angelo del focolare mi pare sia una coppia dicotomica, per cui la Vittima è vittima e il Carnefice è carnefice. Non ci sono scuse, dubbi, chiaroscuri, che quando qui sarà scorso il sangue a nessuno venga di cercare un motivo, una ragione, la giustifica. Lui è greve, sgraziato, non ha tatto né conosce tenerezza. Passeggia in slip e canottiera, nota la moglie che curva asciuga il pavimento, si gratta le natiche e continua a camminare, si lava e fa cadere l’acqua, batte i pugni, strepita, bestemmia, non scorge neanche la camicia che ha davanti e, senza lavoro, chiede venti euro a una madre cui ruba gli spiccioli. Ha un tono atavico, da cavernicolo, di lui la moglie dice che è «una sottospecie umana inclassificabile» e che «pure Cristo si è dissociato quand’è nato», non parla mai d’amore ma di sesso, che associa alla caccia. Il pene è un fucile, la femmina la preda che si osserva anche per ore, in attesa di colpire. Tant’è, spiega al figlio «le tecniche tattiche della situazione» con la metafora bestiale: la giraffa cui ha fatto l’appoggio, la paperella che sculetta, la puledra portata nel parcheggio e si muove come un gorilla, fischietta il richiamo, le dita come artigli, due parole in bocca, «cazzo» e «muscoli», che è ciò che basta.

Foto Masiar Pasquali

Lei invece ha cresciuto un bambino che rideva e al quale parla di poesia, anche se non conosce né i versi né i poeti, e di musica, che lui canta e ne sogna la carriera: karaoke, piano-bar, matrimoni, X Factor. The Voice, che «sei più bravo di Laura Pausini». In sala qualcuno ride ma in lei vedo la commovente aspirazione alla bellezza delle madri che ci hanno pagato gli studi facendo da badante in una casa alto-borghese, roba da puzza di piscio, spina dorsale a pezzi e giorni interi fuori casa perché mia figlia facesse Lettere, mio figlio Ingegneria. I due sono inconciliabili ed Emma Dante lo rende sul piano fisico e verbale: mano nella mano in proscenio tirano in direzioni opposte, come fosse il gioco della fune; «tu non mi devi toccare» dice il marito a una moglie che fa «ahi» quando lui le torce il braccio. L’apice è nel racconto opposto del primo incontro: «tua madre una cosa voleva da me, diventare femmina» e «ti piace», «fammi fare a me», «so che lo vuoi» mentre lei ricorda la sala in cui ballava «pizzica pizzica», lui che arriva, l’afferra, la fa volteggiare tra gli sguardi di tutti poi in terrazza, l’affaccio al parapetto, la piazza della città, la chiesa e il campanile, le stelle, l’odore del mare, le contrade e la campagna dove la stupra, ch’era «piena di energie, piena di sogni» e si ritrova immobile, sotto una scimmia che suda penetrandola.

Foto Masiar Pasquali

Di lui e lei L’angelo del focolare non mostra il femminicidio o meglio, la scena c’è, dura quattro o cinque minuti, fa da pre-finale ma non è ciò che importa veramente. Invece contano i grammi violenti che si sommano diventando una montagna e l’incedere progressivo con cui un’offesa diventa insulto, l’insulto una minaccia, la minaccia uno scatto a pugno chiuso, labbra morse con rabbia, «ti uccido» detto una volta, poi due, poi spesso finché non si trasforma in pratica, tra la tovaglia per la colazione e il cestino del cucito in cui la nonna tiene la cioccolata. Tant’è, guardo e mi chiedo «in quanti modi s’ammazza? O quante volte si muore in una vita?». Credo lei muoia già la sera dell’incontro e nel giorno del matrimonio, credo muoia ogni volta che il marito si vanta di tradirla togliendole valore o – prima che per i «lurida», «sgualdrina», «strappacazzi» – quando le si dice che era bella perché era magra, le ordina «stai zitta» o sente «sei una cosa inutile», «non vali neanche un sacco di farina» e «non ti tocco, mi fai schifo». E credo muoia perché è scontato sia lei a spazzare, piegare le lenzuola, impugnare la paletta, e che muoia con lo schiaffo che la stende al letto, ma anche quando il marito urla al punto da renderla un fagotto. Lo slancio che non ha, la parola che non dice, che chissà lui come reagisce, è già una morte: questo mi sembra ci sbatta in faccia lo spettacolo. Osservo e vado a memoria, per autobiografia: gli uomini ancora a tavola e le donne in cucina a lavare i piatti, il rumore percepito d’un cazzotto dato contro il muro in corridoio, la madre d’un amico chiusa in bagno a piangere mentre noi giocavamo alla Playstation, i commenti sui seni sotto le magliette estive, i «ci sta» adolescenziali per uno sguardo, la collega cui mancano di rispetto con una battuta, il regista-attore che sento ironizzare sulla giornalista col microfono, l’adolescente che in un laboratorio mi spiega che il sabato, quando si veste “meglio”, cambia strada per non passare davanti ai bar dei vecchi. Io dov’ero, cos’ho fatto, come ho reagito? Me lo domando e intanto fisso il figlio, la suocera e quel che fanno in scena.

Foto Masiar Pasquali

L’anziana bacia a schiocco otto volte suo nipote, prega quando prega anche la nuora, con cui litiga ma che difende e salva: con una bacinella d’acqua spegne la rabbia del figlio rimandando l’omicidio. Schiacciata in poltrona dalle urla, il mento al petto, le mani in grembo, le ginocchia a protezione dello stomaco, si ritrova anche lei a pulire il pavimento, che è roba di femmina, l’età non conta: nel silenzio se ne sentono gli sbuffi, la fatica. Nel contempo straparla, si posiziona alla destra del figlio sempre, assicurandosi che riceva il caffè o che nella discussione abbia ragione, e sorride soddisfatta quando lui agita il pacco. Orgoglio di mamma, l’ha fatto sfrontato, dotato, bello. In casa si scatena il putiferio e lei sgrana il rosario, l’uomo schiaffeggia la donna e lei continua l’uncinetto. E il ragazzo? S’affatica negli allenamenti di mascolinità del padre, dal padre è costretto a bere birra come fosse latte al biberon e quando tenta d’abbracciare il padre viene respinto, gettato a terra e guardato con disgusto. Gambe magre, scarnito, glabro, canta Luna diamante di Fossati dicendosi «grigio», «flaccido», «uno sbaglio senza muscoli». A un punto indossa l’abito fuxia e le scarpe argentante con cui la madre ballava da ragazza, «come cazzo te si vestuto?» chiede il padre spogliandolo. La questione è l’omosessualità? Ripenso a Mishelle di Sant’Oliva e ai fratelli di Carnezzeria e mi dico «no». Il figlio vestito da donna è la manifestazione per metafora d’una possibilità concreta, è cioè l’opposto del modello patriarcale, solidarizza col femminile con cui in un abbraccio diventa tutt’uno e spezza la catena. Il padrone s’accorge che non ha un erede, che lui è l’ultimo e anche per questo uccide, con la stessa crudeltà con cui il soldato spara a un’innocente pur sapendo che il conflitto è ormai agli sgoccioli. Eppure, allo stesso tempo piscia come il padre, come il padre attende a tavola la colazione, a terra lascia briciole di patatine messe in bocca da maiale e s’infila anche lui in tasca i soldi della nonna. Ragazzo e suocera sono l’ambiguo dello spettacolo, sentono ma non reagiscono, sanno ma non fanno, provano fastidio ma non s’oppongono lasciando campo alla violenza, rimandandone la fine. Sono l’equivalente del pubblico, che nei primi venti minuti ride a battute, siparietti e coreografie ridicole dimenticando che ha davanti una donna che ha il sangue fresco sulla fronte. E sono anch’io. Quando non mi sono alzato da tavola per sparecchiare, quando non mi sono opposto alla battuta che ridimensionava la collega, quando all’amico non ho chiesto «perché tua madre piange?» preferendo continuare la partita alla Playstation.

Foto Masiar Pasquali

Lo spazio nudo, i pochi arredi introdotti e tolti da chi recita, la prosa fusa con la danza, il comico che veste il dramma, la tragedia che emerge da un accatasto di risate. E i tagli di luce fredda, il proscenio adoperato come strumento di messa in evidenza, l’uso d’oggetti basso-quotidiani, il sali-scendi di canzoni popolari (da Bang Bang di Dalila del ’66, «bang bang, per ridere / bang bang, sparavi a me / bang bang, e vincerà / bang bang, chi al cuore colpirà» a Alla fiera dell’Est che Branduardi scrive riprendendo la filastrocca Chad Gadya con cui gli ebrei celebrano la libertà dalla schiavitù egiziana). Sono i fondamenti di ritorno d’un modo di dire del mondo al mondo, vabbè ma «Emma fa sempre lo stesso spettacolo» mormorerà qualcuno mettendo in fila soprusi, Sud, dialetto e sottoproletariato. Eppure dovrebbe essere chiaro da vent’anni che qui non c’è realismo né cronaca, adiacenza ai fatti, squarcio veristico e che il suo è un teatro in cui ci si tuffa a mare piegandosi in ribalta, si muore in piedi, si grida sbadigliando o si scompare volteggiando verso il fondo. E L’angelo del focolare dunque come termina, in che modo dice addio?

Foto Masiar Pasquali

Uccisa, la donna s’alza, raggiunge il lavabo, si toglie sangue e trucco ridiventando giovane, poi torna al centro e in un palco via via sgombrato, sotto luci stroboscopiche, balla prima col marito poi da sola, tenendo con indici e pollici gli orli d’una veste candida. C’è chi vi ha visto la stilizzazione di un volo, chi un richiamo al titolo, con la stoffa che le dà due ali. A me è parso che Emma Dante, gli attori e le attrici, dopo aver rimesso indietro gli orologi (dalla morte a ciò che la precede), abbiano riattaccato i fogli ai calendari. I mobili scomparsi in quinta, via la casa, il figlio, la suocera, il marito, annullato il matrimonio e niente stupro, campagne, contrade, odore di mare, stelle, niente chiesa e campanile, piazza del paese, parapetto, terrazza, ingresso di lui che la punta e se la prende. La moglie non è una moglie ma una ragazza, ha di nuovo sedici anni, il volto è fresco, gli occhi le ridono, le manca il fiato per la gioia. Guardatela, è come un pieno di promesse non ancora devastate dalla guerra.

Alessandro Toppi

Teatro San Ferdinando – Napoli, dicembre 2025

Prossime date in calendario tournée

15 – 17 gennaio 2026 Châteauvallon
20 – 24 gennaio 2026 Rouen
27 – 28 gennaio 2026 Mestre
29 gennaio 2026 Verona
03 febbraio 2026 Piacenza
05 – 07 febbraio 2026 Teatro della pergola Firenze
23 – 24 febbraio 2026 Lugano
26 – 27 febbraio 2026 Vicenza Piccionaia
28 febbraio 2026 Udine CSS
03 marzo 2026 Cremona
05 – 06 marzo 2026 Sarzana
07 – 08 marzo 2026 Teatro Era Pontedera
12 marzo 2026 Savona
14 – 15 marzo 2026 Pistoia
19 – 20 marzo 2026 Rovereto
28 – 29 marzo 2026 Bari Kismet

L’angelo del focolare
testo e regia Emma Dante
con Leonarda Saffi, Ivano Picciallo, David Leone, Giuditta Perriera
scene e costumi Emma Dante
luci Cristian Zucaro
coordinamento e distribuzione Aldo Miguel Grompone, Roma
organizzazione Daniela Gusmano
produzione Teatro di Milano-Teatro d’Europa, Teatro di Napoli-Teatro Nazionale, Châteauvallon-Liberté Scène Nationale, Les Célestins Théatre de Lyon, Comédie de Clamont-Ferrand, La Scène Nationale d’ALBI-Tern, Le Cratère, Scène Nationale d’Alies en Cévennes, L’Estive, scène nationale de Foix et de l’Ariège, Théâtre + Cinéma Scène nationale Grand Narbonne, Théâtre de l’Archipel de Thau, Le Parvis, scène nationale de Tarbes Pyrénées, Compagnia Sud Costa Occidentale, Carnezzeria

Telegram

Iscriviti gratuitamente al nostro canale Telegram per ricevere articoli come questo

Alessandro Toppi
Alessandro Toppi
Alessandro Toppi è critico e giornalista napoletano. Scrive prima per il Pickwick, di cui è fondatore e direttore fino al 2022. Dal 2014 è redattore per Hystrio, dal 2019 scrive per le pagine napoletane de la Repubblica e dal 2020 è direttore de La Falena, rivista semestrale di cultura e teatro promossa dal MET di Prato. Negli anni suoi interventi, prefazioni, postfazioni e approfondimenti sono comparsi in varie pubblicazioni. Del 2024 la curatela condivisa con Maria Procino del volume Tavola tavola chiodo chiodo… Il teatro di Eduardo nello spettacolo di Lino Musella edito dalla redazione napoletana de la Repubblica.

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here

Pubblica i tuoi comunicati

Il tuo comunicato su Teatro e Critica e sui nostri social

ULTIMI ARTICOLI

Teatrodilina: l’apparente ordinarietà in cui accade la vita

Meno di due di Teatrodilina torna in scena a Roma da domani fino a domenica 18 allo Spazio Diamante. Un ritrovarsi che è anche...