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La verità nella fiaba. Re Chicchinella di Emma Dante

Recensione. Al Piccolo Teatro Studio Melato di Milano, Emma Dante porta in prima assoluta l’adattamento del cunto napoletano Re Chicchinella, andando a chiudere la trilogia – composta dai precedenti “Pupo di zucchero” e “La scortecata” – che ha dedicato alla messinscena delle fiabe di Giambattista Basile, tratte da “Lo cunto de li cunti”.

ph. Masiar Pasquali

Così come ne La scortecata in cui «Il buio è totale e prolungato, saturo di un’attesa che, quasi confidente, esonda in brevi sprazzi di applausi» e nel Pupo di zucchero, in cui «sulla scena di nero immersivo in principio è il buio» anche nel terzo capitolo della trilogia napoletana tratta da “Lo cunto de li cunti” di Giambattista Basile, Emma Dante parte dalla profondità di un fondale nero che fagocita sia a livello spaziale che sonoro la totalità della scena per poi restituirne la visione vivida e pulsante di un’immagine, puntellata da un bisbiglio confuso e infestante di sottofondo: la luce di Cristian Zucaro colpisce così al centro del palco uno schieramento compatto di galline dai tratti antropomorfi, con il volto singhiozzante da uccello e il corpo tipicamente umano, eretto verticalmente e nascosto dalle vesti cupe del lutto. È all’interno di questa visione satiricamente liturgica, dai contorni nitidi e surreali – al tempo stesso cornice e sintomo rivelatore della narrazione – che si sedimenta l’origine magica della fiaba seicentesca di Basile, che Dante riadatta nella scrittura e nella direzione scenica.

ph. Masiar Pasquali

Per farlo, decide di agire in primo luogo su un linguaggio tanto verbale quanto performativo, universo di possibilità dove il racconto può davvero incontrare il reale per trasformarlo. Attingendo all’uso del dialetto napoletano seicentesco e declinandolo per estrarne la sua componente satirica, la regista offre non solo la peculiarità della lingua in quanto cifra goliardica di caratterizzazione della storia e dei suoi personaggi, ma anche come elemento che permette di stabilire un diaframma che fa respirare lo scritto originale nel suo riadattamento teatrale. In realtà, lo stesso Cunto, tratto dalla raccolta di 50 fiabe “Lo cunto de li cunti” scritta tra il 1634 e il 1636 da Basile e meglio conosciuta con il nome di “Pentamerone”, non è mai stato estraneo alla dimensione teatrale e performativa: il testo era infatti destinato alla lettura di gruppo, alla recitazione e alla conversazione cortigiana, e veniva usato come un canovaccio aperto all’intervento attivo degli interlocutori. In questo senso, Dante ripristina la dimensione collaborativa, che viene mantenuta nel lavoro di preparazione dello spettacolo, mentre quella performativa, oltre ad essere ripresa, viene dilatata e arricchita dalla visionarietà dei ritornelli coreografici, studiati con estrema cura e precisione e utilizzati come ornamento di senso rispetto alla partitura recitata.

ph. Masiar Pasquali

Ed è proprio qui, tra i pomposi costumi delle damigelle danzanti, che prenderà vita la corte di Re Carlo III d’Angiò, re di Sicilia e di Napoli, principe di Giugliano, conte d’Orleans, visconte d’Avignon e di Forcalquier, principe di Portici Bellavista, re d’Albania, principe di Valenzia e re titolare di Costantinopoli. Una corte chiassosa e davvero buffa, composta da una varietà ricchissima di pollastrelle tondeggianti (nelle forme volutamente esagerate dei costumi creati dalla regista stessa), che si muoveranno ostentando fasto con calzamaglie, nudità e tutù barocchi; che ripeteranno all’infinito gli stessi suoni e gesti, con dialoghi ciancicati conditi di risate e guaiti, di toni acuti e urletti forzati, facendo dell’imitazione pedissequa e priva di pensiero l’unico cieco motore della loro azione. A guidarle, però, in queste loro divertenti dinamiche coreografiche e di “abbuffata” (intensa è, per esempio, la componente olfattiva dei banchetti condivisi dalla corte) sarà la Princess, la figlia un po’ capricciosa di quel Re che un giorno, per un accidente, si ritrovò per sempre “una gallina impezzata al culo”, ma almeno dalle uova d’oro. «In realtà quella di Basile è una papera, che si attacca alle chiappe regali – spiega Emma Dante in un’intervista pubblicata sul Corriere -. Io sono andata oltre, la gallina dentro rappresenta un male invalidante, che non si può estirpare. Un re disabile, solo e disperato, incinto di una gallina, ostaggio di una corte che lo considera solo per l’oro che produce. Una metafora sull’ottusità del potere. In nome dell’oro anche una gallina può diventare re».

ph. Masiar Pasquali

Nell’interpretazione estremamente fisica di Carmine Maringola del sovrano, che riflette anche un’attenzione tipica della regia alla nudità del corpo e alla presenza preponderante di quel corpo in scena, la carne accoglie la complessità di tutti questi segni: pulsa viva nelle contrazioni muscolari e nelle espansioni toraciche, trema negli aggrottamenti della fronte e nei continui sforzi vitali votati all’espulsione dell’ospite animale. Ma nulla può di fatto aiutare Re Chicchinella dal supplizio del corpo estraneo, né i periodi di digiuno forzato né i tentativi chirurgici di estrazione da parte di medici e inservienti. Nulla può salvarlo, non la figlia viziata o la gelida moglie, e nemmeno la corte di damigelle, troppo intente a produrre quella insignificante “mormorazione da trastullo” beneficiando dell’oro dolorosamente prodotto.

Solo, in un palazzo che immaginiamo fatiscente ma di un nero indefinito e vuoto di scenografie, il sovrano aspetta che il male finisca. E la morte arriverà, come sempre del resto, ma come ben spiega la regista «non sarà la fine di tutto, bensì una trasformazione in qualcos’altro». Nel confrontarsi con il cunto seicentesco di Basile, Emma Dante restituisce così magia a quella fiaba nera, mettendo in scena una metamorfosi performativa con una complessità di sguardo e una sensibilità ironica che permette di accedere con il sorriso divertito a verità non dette, a realtà nascoste. Togliendo forse anche un po’ quel sentore di tragicità che potrebbe evocare la trama della storia, la regista siciliana sembra decidere – con questo nuovo lavoro a chiusura della trilogia – di offrire al pubblico più godimento che morale, più risate di pancia che aggrottamenti della fronte e perturbazioni emotive (a cui la società di oggi oramai ci ha abituato), nel tentativo anche controcorrente, rispetto ad alcune spinte centripete e omologanti, di recuperare la località tipica e colorita di certe radici. Ed è qui che la fiaba si compie e si rinnova, perché al racconto si dà nuova immagine e all’immagine nuova vita e corpo attraverso il dispositivo teatrale.

 

Andrea Gardenghi

Visto al Teatro Piccolo di Milano

Re Chicchinella
PRIMA ASSOLUTA
libero adattamento da Lo cunto de li cunti di Giambattista Basile
scritto e diretto da Emma Dante
elementi scenici e costumi di Emma Dante
luci Cristian Zucaro
con Carmine Maringola (Re), Annamaria Palomba (Regina), Angelica Bifano (Principessa), Davide Mazzella (Paggio), Simone Mazzella (Paggio), Stephanie Taillandier (Dama d’onore), Viola Carinci (Dama di corte, Infermiera), Davide Celona (Dama di corte), Roberto Galbo (Dama di corte), Enrico Lodovisi (Dama di corte), Yannick Lomboto (Dama di corte), Samuel Salamone (Dama di corte, Dottore), Marta Zollet (Dama di corte, Infermiera), Odette Lodovisi (Gallina)
assistente ai costumi Sabrina Vicari
coordinamento e distribuzione Aldo Miguel Grompone, Roma
organizzazione Daniela Gusmano
coproduzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, Atto Unico/Compagnia Sud Costa Occidentale, Teatro di Napoli – Teatro Nazionale, Teatro Stabile del Veneto – Teatro Nazionale, Carnezzeria, Célestins Théâtre de Lyon, Châteauvallon-Liberté Scène Nationale, Cité du Théâtre – Domaine d’O – Montpellier / Printemps des Comédiens

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Andrea Gardenghi
Andrea Gardenghi
Andrea Gardenghi, nata in Veneto nel 1999, è laureata all’Università Ca’ Foscari di Venezia in Conservazione e Gestione dei Beni e delle Attività Culturali. Prosegue i suoi studi a Milano specializzandosi al biennio di Visual Cultures e Pratiche Curatoriali dell’Accademia di Brera. Dopo aver seguito nel 2020 il corso di giornalismo culturale tenuto dalla Giulio Perrone Editore, inizia il suo percorso nella critica teatrale. Collabora con la rivista online Teatro e Critica da gennaio 2021.

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