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HomeCordelia - le RecensioniFERDINANDO (di Annibale Ruccello, regia di Arturo Cirillo)

FERDINANDO (di Annibale Ruccello, regia di Arturo Cirillo)

Questa recensione fa parte di Cordelia di novembre 23

Nonostante la scena restituisca la dimensione ottundente del fallimento – quello del Regno delle Due Sicilie fa da fondale storico alla vicenda – i protagonisti sono tutt’altro che immobili e con vigore attoriale e sapienza interpretativa accendono coi loro umori le luci del lampadario precipitato a terra, smuovono le coltri, fanno oscillare il drappo damascato che chiude lo spazio di un teatro da camera che, come nel miglior dramma borghese, è pronto a saltare in aria. Ferdinando, ultimo lavoro di Arturo Cirillo sul testo di Annibale Ruccello, dopo il debutto ad Ancona è arrivato questa settimana al Teatro Parioli ed è subito accolto dal pubblico con complicità: risate dalle prime battute e applausi a scena aperta. Con empatia, ci avviciniamo al rancore sopito e alla disillusione di Donna Clotilde (Sabrina Scuccimarra), baronessa decaduta che schifa il re sabaudo e l’impersonalità della lingua italiana; a Donna Gesualda (Anna Rita Vitolo), Gesualdina, cugina “ingiallita” per la sua, apparente, condizione di nubile domestica che si rincuora con le “confessioni” di Don Catello (Arturo Cirillo), Catellino, uomo di chiesa ma amante del sacrilegio. Nell’opera di Ruccello, nei suoi adattamenti più ficcanti, e la produzione di Cirillo lo dimostra, il sottotesto, tanto drammaturgico quanto registico, è determinante al significato del testo stesso: l’impulso che cova e appassiona gli animi, i tic ripetuti dei personaggi, la prossemica, il ritmo ascendente e discendente della musicalità delle battute, alcuni termini calcati rispetto ad altri. E la camminata incisiva che Ferdinando (Riccardo Ciccarelli) compie da un lato all’altro del palco nella prima scena, in silenzio, quasi a prendere le misure, non può che far presagire quanto questo giovane, aitante, nipote della baronessa rimasto ora orfano e bisognoso d’affetto colmerà le solitudini dei tre riempiendone, e svuotandone poi, le esistenze. L’uomo deve essere consapevole di peccare, altrimenti diventa una bestia, dirà Don Catellino. (Lucia Medri)

Visto al Teatro Parioli: con Sabrina Scuccimarra, Anna Rita Vitolo, Arturo Cirillo, Riccardo Ciccarelli, Dario Gessati, Gianluca Falaschi, Francesco De Melis, Paolo Manti, produzione Marche Teatro, Teatro Metastasio di Prato, Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini

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Lucia Medri
Lucia Medri
Giornalista pubblicista iscritta all'ODG della Regione Lazio, laureata al DAMS presso l’Università degli Studi di Roma Tre con una tesi magistrale in Antropologia Sociale. Dopo la formazione editoriale in contesti quali agenzie letterarie e case editrici (Einaudi) si specializza in web editing e social media management svolgendo come freelance attività di redazione, ghostwriting e consulenza presso agenzie di comunicazione, testate giornalistiche, e per realtà promotrici in ambito culturale (Fondazione Cinema per Roma). Nel 2018, vince il Premio Nico Garrone come "critica sensibile al teatro che muta".

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