Saggi Gnostici, di Jon Fosse, Cue Press (2018)

Dichiarazioni, asserzioni lampo si intrecciano a brevissimi cenni autobiografici, considerazioni definitive, senza intermediazione. Nei “Saggi Gnostici” Jon Fosse si muove sui temi della poesia, della letteratura, dell’arte quasi senza rispetto, con una prosa informale e schietta, brutale. Nella raccolta di scritti redatti tra il 1990 e il 2000 e curata da Franco Perrelli per Cue Press la parola teatro compare pochissimo. Circa 80 volte, togliendo titoli e note, di cui 30 soltanto nell’introduzione di Perrelli. Nella vita di Fosse il teatro interviene in maniera molto più concreta, quasi rubando l’autore alla letteratura e alla narrativa, ma molto tardi. Per caso, o meglio, per economia. Fosse detesta il teatro, e sostiene che non farà mai il drammaturgo, non perché non si senta in grado di scrivere un dramma, questo non l’ha mai turbato, bensì per una forma di protesta nei confronti del teatro. Con tutta la schiettezza della sua prosa dichiara che è stato l’esclusivo bisogno di soldi a portarlo ad accettare la commissione del suo primo dramma. Un primo dramma, che “grazie a Dio”, ha funzionato, e che ha sorpreso lo scrittore nel piacere di scrivere le didascalie e i dialoghi in quello spazio e tempo limitato, minimalista. «È soprattutto l’essere umano», scrive Fosse, «che il teatro cerca, cerca e manca, di trasformare in arte». E forse qui qualcosa di religioso, di mistico, avviene: come dicono in Ungheria, c’è un momento, nel teatro quando il teatro funziona, in cui “un angelo attraversa la scena”. Un istante di comprensione emozionale collettiva, di armonia totale, nel quale il teatro è capace di possedere “il più intimo, grande e indicibile segreto”. Un momento soltanto, che porta lo scrittore, lo “spregiatore del teatro” ad abbandonare, almeno per un po’, la narrativa, e dedicarsi alla drammaturgia. Un uomo pratico, uno scrittore pratico, che si sforza di scrivere nel limbo tra tragedia e commedia, tra lacrime e risa, sapendo che un drammaturgo non può mai barare e che può solamente tentare tutto quello che può perché un angelo possa, per un solo istante, attraversare la scena. 

Angela Forti, di La Spezia, 1998. Nel 2021 si laurea in Arti e Scienze dello Spettacolo presso La Sapienza Università di Roma, con un percorso di studi incentrato sulle arti performative contemporanee. Frequenta il master in Innovation and Organization of Culture and the Arts all’università di Bologna. Nel 2019 consegue il diploma Animateria, corso di formazione per operatore esperto nelle tecniche e nei linguaggi del teatro di figura. Studia pianoforte e teoria musicale, prima al Conservatorio G. Puccini di La Spezia, poi al Santa Cecilia di Roma. Inizia a occuparsi di critica musicale per il Conservatorio Puccini, con il Maestro Giovanni Tasso; all'università inizia il percorso nella critica teatrale con i laboratori tenuti da Sergio Lo Gatto e Simone Nebbia e scrivendo, poi, per le riviste Paneacquaculture, Le Nottole di Minerva, Animatazine, La Falena. Scrive per Teatro e Critica da luglio 2019. Fa parte della compagnia Hombre Collettivo, che si occupa di teatro visuale e teatro d’oggetti/di figura (Casa Nostra 2021, Alle Armi 2023).

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here