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Anton Cechov. Nel film di René Féret lo scrittore umano e civile

Uscito nelle sale il 26 gennaio e ancora in programmazione il film di René Féret racconta 10 anni della vita di Anton Cechov

Le prime inquadrature di Anton Cechov del francese René Féret (titolo originale Anton Tchékhov 1890, distribuito da Wanted, dopo otto anni dalla produzione avvenuta nel 2015), ci portano in un interno familiare: di fronte a una casa affollata si ferma una carrozza, è buio e in casa c’è una festa, giovani uomini e donne conversano in piedi, bicchieri sempre presenti tra le mani. Dalla carrozza sono scesi due uomini, uno ha dei lunghi baffi bianchi ed è un po’ pingue, l’altro è alto e magro e, nella penombra affollata di quel soggiorno cittadino, sono venuti da Pietroburgo per cercare l’uomo che aveva scritto i racconti di cui si erano innamorati. L’uomo alto ed elegante è Aleksej Sergeevič Suvorin, editore russo tra i più influenti alla fine dell’epoca zarista, l’altro è lo scrittore Dmitry Vasilyevich Grigorovich e il giovane autore di cui si sussurra il nome tra i chiaroscuri delle stanze illuminate con lampade ad olio è Anton Pavlovič Čechov. Si rivela solo dopo aver mandato uno dei fratelli al suo posto, per gioco. Come d’altronde considera dei giochi le sue storie, pubblicate su riviste letterarie e attraverso le quali comincia a farsi un nome: «Non ho lavorato più di un giorno sui miei racconti. Quando si parla dei miei scritti, tutti mi consigliano di non rinunciare alla medicina». La famiglia, è sempre la famiglia a suggerire le scelte più razionali e mai verrà tradita dallo scrittore che sarà responsabile dei diversi traslochi moscoviti, fino all’agognato benessere.

La sceneggiatura, dello stesso regista, fotografa la vita di Čechov nel momento della maturità, quando la fortuna bussa alla porta e ha la forma di un paio di baffi a caccia di talenti, ma non siamo di fronte alla classica retorica dello scrittore che vive per l’arte, incapace di fare altro. Il personaggio, interpretato con grande misura da Nicolas Giraud, utilizza la scrittura come uno strumento: «Scrivo per guadagnare denaro, per sostenere la mia famiglia», aveva detto ai due letterati che si erano presentati quella sera per conoscerlo e scoprirlo. L’indipendenza economica arriva grazie alla letteratura e i denari guadagnati saranno sempre spesi per la famiglia, anche quando si tratterà di portarla in vacanza o di trasferirsi nella tenuta di Melichovo, una villa di campagna con 230 ettari di terreno. Il film qui finalmente esce dagli angusti interni moscoviti per liberarsi nella campagna verde e rigogliosa: qualcuno ripreso in lontananza pesca nel laghetto, una carrozza arriva con l’amico di sempre, la luce primaverile illumina il grande soggiorno nel quale, attorno a un tavolo quadrato, pranza l’amata famiglia. Qui verrà ospitato anche uno dei fratelli malato di tubercolosi. «È il secolo della medicina – sussurrava lo scrittore in uno dei momenti iniziali, prima di addormentarsi vicino al fratello e all’amico – cureremo la tubercolosi». Eppure, come nella più fatale delle tragedie, sarà proprio la tubercolosi ad ucciderlo qualche anno dopo.

Il più importante drammaturgo russo e uno dei maggiori scrittori tra Otto e Novecento è nato a Taganrog, nella Russia meridionale, sul golfo che dà sul mar d’Azov, nei pressi del confine con l’Ucraina, a quasi duemila chilometri da San Pietroburgo e a due ore di auto dai territori attualmente contesi del Donbass. Vent’anni prima della nascita di Čechov, il nonno riusciva a riscattare la propria famiglia appartenuta fino a quel momento alla servitù della gleba per consegnarla poi a un uomo dispotico, violento e fervente religioso, Pavel Egorovič, il padre dello scrittore. Gli anni di Taganrog prima e di Mosca poi sono quelli più duri, in cui la famiglia deve affrontare le difficoltà maggiori, soprattutto economiche, che formeranno il carattere del giovane Čechov e la sua dedizione al lavoro. Féret è però bravo a fuggire dalla tentazione di un racconto fatto per flashback; dell’adolescenza o della vita da bambino rimangono solo gli effetti, nell’ossessione per la famiglia e soprattutto nell’incapacità di amare. La sua famiglia di origine – ci suggerisce il film – può allargarsi al massimo, temporaneamente, ai personaggi creati nei racconti, e sembra esaurire voracemente la vena affettiva dello scrittore. In questo senso il film non ha pietà, quando nella stessa scena Čechov riceve due lettere, una dalla storica amante, la quale lo mette a conoscenza del fatto che il marito ha scoperto qualcosa della loro relazione, mentre la seconda lettera è di Tolstoj che vuole conoscerlo. Ora sì che gli occhi brillano; prima di abbracciarlo la sorella gli chiede «che cosa fai?», «non lo so, giro a vuoto come un innamorato», risponde Čechov nell’umanissima prova interpretativa di Giraud.

Alla narrazione del film francese manca una maggiore profondità circa i fatti teatrali, che poi sono quelli che attraverso le pièce hanno forgiato il nome dell’autore nella storia. Al palcoscenico Féret strappa solo una scena, di certo tra le più suggestive proprio per chi è in cerca del teatro dentro questo film: Čechov è alle prove del Gabbiano, il teatro è vuoto, sale sul palco e deluso dell’interpretazione parla con gli attori chiedendo una maggiore semplicità: «Non abbiate paura della noia, i miei personaggi vivono nella noia, consapevoli dei loro insuccessi. Portate il pubblico a quella noia senza preoccuparvi dell’estetica.» L’autore cercava la grazia nella semplicità dei gesti, nella quotidianità dei suoi personaggi e d’altronde è qui che vuole farci guardare anche il regista francese. Nonostante la scelta di relegare il teatro in una piccola ma precisa finestra narrativa, Féret è sincero nelle proprie scelte e, nell’economia del racconto che attraversa dieci anni di vita, non sacrifica però la storia con Lika Mizinova, donna sposata che qui rappresenta l’unica tensione carnale con cui si rapporta il protagonista.

Michel Piccoli, Natasha Parry, Peter Brook

Non viene menzionato invece l’amore a distanza con Olga Knipper, eppure sappiamo che con l’attrice del Teatro d’Arte di Mosca (anche protagonista del successo di quel Gabbiano) scambierà centinaia di lettere – riprese poi nel testo teatrale di Carol Rocamora su cui si basava lo storico spettacolo, Ta Main dans la Mienne, con la regia di Peter Brook e l’interpretazione magnetica di Michel Piccoli e Natasha Parry.

Féret è alla ricerca di un Cechov umano, nascosto dietro la maschera di un personaggio quasi avulso dalle emozioni, freddo e dedito agli altri. Ecco allora che le emozioni più terrene se le va a cercare lontano dalla ricchezza e dalla mondanità intellettuale, nell’Isola di Sachalin. È qui che monta alcune tra le scene migliori, per la costruzione dettagliata degli ambienti, nel crudo realismo della povertà in cui vivevano donne, uomini e bambini abbandonati da Dio e dallo Zar. Torna il Čechov in grado di utilizzare la letteratura come strumento: i suoi racconti da Sachalin sono una sonda lanciata in un territorio sconosciuto alla maggioranza dell’opinione pubblica. Impiega interi mesi di viaggio per arrivare sotto al cielo grigio di una landa desolata dove abitano prigionieri e poveri cristi, nonostante il realismo e lo sguardo aperto sulla miseria, anche in questo caso la mano di Feret non manca di quella delicatezza con la quale è costruita l’intera opera.

Andrea Pocosgnich

ANTON CECHOV
Regia di René Féret. con Nicolas Giraud, Lolita Chammah, Robinson Stévenin, Jacques Bonnaffé, Jenna Thiam. Cast completo Titolo originale: Anton Tchékhov 1890. Titolo internazionale: Anton Chekhov 1890. Genere Biografico, Drammatico, Storico, – Francia, 2015, durata 96 minuti. Uscita cinema giovedì 26 gennaio 2023 distribuito da Wanted.

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Andrea Pocosgnich
Andrea Pocosgnichhttp://www.poxmediacult.com
Andrea Pocosgnich è laureato in Storia del Teatro presso l’Università Tor Vergata di Roma con una tesi su Tadeusz Kantor. Ha frequentato il master dell’Accademia Silvio D’Amico dedicato alla critica giornalistica. Nel 2009 fonda Teatro e Critica, punto di riferimento nazionale per l’informazione e la critica teatrale, di cui attualmente è il direttore e uno degli animatori. Come critico teatrale e redattore culturale ha collaborato anche con Quaderni del Teatro di Roma, Doppiozero, Metromorfosi, To be, Hystrio, Il Garantista. Da alcuni anni insieme agli altri componenti della redazione di Teatro e Critica organizza una serie di attività formative rivolte al pubblico del teatro: workshop di visione, incontri, lezioni all’interno di festival, scuole, accademie, università e stagioni teatrali.   È docente di storia del teatro, drammaturgia, educazione alla visione e critica presso accademie e scuole.

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