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Nel duello tra verità e bellezza, Cirano batte Manzan

Al Teatro Vascello di Roma è andato in scena Cirano deve Morire, adattamento in chiave rap del Cyrano de Bergerac diretto da Leonardo Manzan. Spettacolo under 35 vincitore del bando Biennale College della Biennale Teatro 2018. Prossime date Teatro Era Pontedera e Teatro Rifredi di Firenze – marzo 2023.

Foto Andrea Avezzù

Il teatro è un vecchio supermercato che svende velleità, dove l’intelligenza si misura sulla bilancia della noia, specchio rassicurante per sonnolenti critici e borghesi benpensanti. Poco dopo aver preso posto in una platea dall’età anagrafica più bassa della media, si assiste a un duello muto, immobile ed estenuante, in cui non c’è in gioco nulla, gli sfidanti non sudano neanche, nessuno rischia la vita. Cirano deve morire si apre così, con questa immagine che già da sola basterebbe, metafora di quell’accusa al mondo teatrale che poco dopo verrà esplicitata senza riserve. Si scontrano due figuri, cappello a falda larga, mantello, naso da Pinocchio, posticcio e buffo. Dall’alto li osserva una donna, che dopo interminabili e monotoni tocchi di fioretto scende armata di manganello e li atterra, entrambi. È Rossana: a lei è affidata l’interruzione di questo inutile rito. A Rossana from the past il compito di raccontare, prendere il microfono e cantare la propria storia, per la prima volta. Rossana idealizzata, bellissima ma sola, a lutto, mera figurina utile soltanto a fornire ai due uomini-Pinocchio, complici nella menzogna, un motivo di esistere e anche di morire. Cosa resta di lei, quando tutto è finito?

Foto Andrea Avezzù

Lo spunto è fertile, Paola Giannini è a fuoco e s’infuoca: la ribellione sarebbe già compiuta, già oltrepassata «la linea gialla che delimita la zona di sicurezza» di cui parla Antonio Latella nelle motivazioni del premio Biennale Teatro 2018 assegnato a questo adattamento del Cyrano de Bergerac di Edmond Rostand firmato da Leonardo Manzan e Rocco Placidi e diretto dallo stesso Manzan. Ma questa intuizione originale e sferzante, tenuta in piedi da un’interprete di notevole presenza, ritarderà di molto il proprio compimento.

Un rito ormai inutile, il teatro, un cimitero di storie: l’accusa proviene da un palcoscenico non certo off, e a muoverla è uno spettacolo dall’allestimento imponente e costoso, vincitore di un prestigioso premio, in tournée nei teatri più importanti della penisola. L’allestimento da concerto domina l’idea scenica, d’altronde non è un mistero: sul flyer consegnato al botteghino si legge, sotto al titolo: «uno spettacolo concerto con musica rap dj set costumi d’epoca luci strobo per raccontare la storia d’amore e d’inganno di Cyrano de Bergerac come non l’avete mai sentita». Slogan di marketing o manifesto artistico, di certo nessuno in platea può dichiararsi impreparato.

Foto Andrea Avezzù

Occupa il palcoscenico del Teatro Vascello un’imponente struttura di tubi su più livelli, di cui si indovinano le future evoluzioni: la scala semovente, le altezze, l’uscita e l’ingresso, la postazione da deejay a dominare il tutto dall’alto. Sul palco e in platea un parco luci da stadio. Sul fondo apparirà una scritta, «io amo», sintesi estrema del testo rappresentato, muro imbrattato dal writer protagonista sotto il balcone dell’amata. Cos’è che può ringiovanire un teatro avvizzito dai luoghi comuni, dalle pose intellettuali, dall’elitarismo cronico? Contano più le idee nuove o le forme nuove? Periferia e ribellione, ecco la lapalissiana definizione della gioventù che ci si aspetta dai boomer, meno dai millennials. Ognuno sceglie il proprio nemico, il proprio padre da uccidere. Leonardo Manzan, nato nel 1992, ha scelto Rostand e il suo Cirano. Ma candidamente ammette, nelle note di regia, che volendo interrogare la figura del guascone poeta, ha finito per esserne interrogato. «Penso che sia giusto da parte mia venire allo scoperto e dire apertamente cosa penso di Cirano, perché Cirano deve morire, motivare in qualche modo il mio desiderio iconoclasta. Ma rischio che sia piuttosto Cirano a dire cosa pensa di me. Si può essere iconoclasti verso ciò che non è un’icona?».

Foto Andrea Avezzù

L’espediente della chiave rap, pur naturalmente sovrapponibile al verso e alla figura di Cirano, pecca di prolissità. A questo Cirano (un efficace Alessandro Bay Rossi, appena insignito del premio Ubu al miglior attore under 35) è stato tolto il naso, non soltanto perché si sceglie di evocarlo solo tramite la posa del protagonista, il microfono rivolto alla bocca nascosta dal cappuccio della felpa. A questo Cirano che sbeffeggia il mondo teatrale e autoriferito, manca quel naso che è «indizio di un uomo buono, affabile, cortese, liberale, di coraggio e di spirito». Quel naso che è il nucleo delle contraddizioni che fanno grande questo personaggio e la sua storia, stortura che acuisce ingegno e sensibilità, dalla quale nasce la sua fierezza nel combattere le ingiustizie e la sua sete d’amore. Il Cirano di Manzan senza naso è volutamente un miserabile sbruffone, bullizzato da un Cristiano-principe di Bel Air (Giusto Cucchiarini) che con grande eloquenza e tanto autotune lo bullizza, per poi farselo amico e brindare, al suono della rima finzione-minzione, alle spalle (o meglio letteralmente sulla testa) di Rossana. E tale presa di posizione sarebbe ancora coerente: Manzan fa di tutto per farci odiare questo Cirano sboccato e spaccone che vomita veleno nella forma del dissing, un fiume di parole infarcite di riferimenti ultrapop e riconoscibilissime citazioni della cultura di massa, magma che chiama in causa il pubblico e lo stuzzica dandogli persino il microfono e puntandogli addosso i riflettori seguipersona… Eppure, quando da questo magma iniziano ad emergere i versi di Rostand, ecco che il duello si sbilancia: il poeta batte il rapper, e lo fa tramite la voce di Rossana. Lucida e solida, è lei a pronunciare i versi più celebri e strazianti. La scena d’amore per antonomasia è costruita in un efficace momento teatrale sospeso nel vuoto di una nube di fumo che invade la platea e lascia Rossana distante e sola col proprio dolore. 

Tendiamo a chiamare classico il prodotto ottenuto sacrificando la verità alla bellezza, scrive Cortázar. Cirano deve morire rivendica il ritorno alla verità, ma non riesce a vincere la battaglia contro quella bellezza straziante contenuta nelle contraddizioni del personaggio immortale di Rostand. La struggente potenza del verso chiude lo spettacolo in un finale onirico, lunare: Rossana sola nella nebbia, Cirano che le parla dalla Luna, unico luogo in cui è concesso concepire il suo aldilà. Al fin della licenza, anche Manzan è stato toccato.

Sabrina Fasanella

Teatro Vascello, Roma. Novembre 2022

Prossime date in calendario tournée

20 e 21 dicembre 2023 PISTOIA Teatro Manzoni
13 marzo 2024 FOLIGNO Auditorium
dal 15 al 17 marzo 2024 ROMA Teatro Palladium
20 marzo 2024 UDINE Teatro Nuovo Giovanni da Udine
22 marzo 2024 CORREGGIO Teatro Asioli
23 e 25 marzo 2024 CASALECCHIO Teatro Laura Betti
26 marzo SCHIO Teatro Civico
dal 4 al 7 aprile 2024 TORINO Teatro Astra
dal 9 all’11 aprile 2024 PARMA Teatro Due
12 aprile 2024 MASSA Teatro Guglielmi
dal 16 al 21 2024 aprile NAPOLI Teatro Bellini
23 e 24 aprile 2024 LUGANO Lac
2 maggio 2024 NOVARA Teatro Faraggiana

CIRANO DEVE MORIRE
adattamento del Cyrano de Bergerac di Edmond Rostand
di Leonardo Manzan, Rocco Placidi
regia Leonardo Manzan
con Paola Giannini, Alessandro Bay Rossi, Giusto Cucchiarini
musiche originali di Franco Visioli e Alessandro Levrero eseguite dal vivo da Filippo Lilli
luci Simone De Angelis eseguite da Giuseppe Incurvati
scene Giuseppe Stellato
costumi Graziella Pepe
tecnico del suono Valerio Massi
produzione de La Biennale di Venezia nell’ambito del progetto Biennale College Teatro –Registi Under 30 con la direzione artistica di Antonio Latella
produzione nuovo allestimento 2022 La Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello, Elledieffe, Fondazione Teatro della Toscana
Spettacolo vincitore del Bando Biennale College indetto dalla Biennale Teatro di Venezia 2018.

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