Da Tunisi. Tashweesh e Dream City, due festival tra attivismo femminista e Welfare

Dalla Tunisia raccontiamo due festival in connessione con l’Europa, Tashweesh e Dream City

Foto di Fabrizio Calvini

Si sentono ovunque; serpeggiano tra i muri bianchi e le strette ruelles, bisbigliano sugli usci delle case, ti avvolgono nei brulicanti suk, o cadono severe come macigni dagli alti minareti. Voci che sembrano suoni − idioma misterioso, l’arabo – che lasciano solo intuire allo straniero gioia, euforia, a volte rabbia. Voci, che in molta parte di mondo sono sepolte da realtà immobili, prevaricate dai regimi, soffocate sotto i neri burka. Voci che non hanno voce, ma che a volte si cercano e si uniscono, quando a pagare l’amaro prezzo del silenzio è sempre una donna. Forse è questa l’intuizione del Tashweesh – dall’arabo tumulto che infrange il silenzio −, il Festival nato nello spirito dell’alleanza transnazionale dell’attivismo femminista. Ri-presentato nella nuova edizione extended che coinvolge tre città: Tunisi – dal 23 al 29 settembre; Bruxelles – dal 28 settembre all’8 ottobre; e Vienna – dal 7 al 15 ottobre, dopo quella del 2018 tra Berlino e Il Cairo, conta, tra i vari partner produttori, anche la partecipazione di Creative Europe, diventato ormai una vera manna, ricordiamolo, per le tante iniziative culturali internazionali.

Foto di Fabrizio Calvini

“Feminist voices come togheter and speak out”, è questo il motto che le due artiste curatrici – Tania El Koury, direttrice del centro OSUN per i diritti umani e le Arti al Bard College di New York, insieme a Bochra Triki, stesso fervore nell’attivismo politico – indirizzano alle colleghe di Asia Sud Occidentale, Nord Africa e Europa, dando vita, attraverso un fitto programma tra teatro, danza, docu e perfoming arts, a una riflessione sul rapporto tra femminismo e Stato, e tra potere − maschile, ma anche religioso, culturale – e le vite e, soprattutto, i corpi delle donne. Body è infatti il soggetto, o piuttosto un mantra, un loop ossessivo, nello spettacolo di Rima Najd, I grew un Alien inside of me. L’artista libano-newyorkese-berlinese crea, nell’ora di spettacolo, l’ardita relazione tra la vulnerabilità del corpo nella gravidanza e la sua, invece, resistenza nel momento della protesta. Nell’intimo di una tenda circolare montata sul palcoscenico del teatro nazionale di Tunisi – la 4eme art −, trenta spettatori intorno a un tavolo-passerella sono avvolti dall’alternanza di sussurri, fiumi di parole e grida. Una comfort-zone, forse un morbido grembo materno quello tra i bianchi teli che scendono dalla graticcia, dove riecheggiano voci: donne senza volto, ma con un nome; si raccontano: la solitudine del parto o l’ebrezza di confondersi in una folla in rivolta; esperienze, che hanno più il sapore di una segreta confessione, ripescate a caso dagli spettatori da un archivio emotivo racchiuso in una pila di cd, and press play. In questa cerimonia laica, iniziatica, celebrata da una dea primigenia in shorts e microfono, “Il corpo,” dichiara l’artista, “sa sempre cosa sta facendo. È libero di scegliere e agire istintivamente”. Parole – voci – sembrano braccia tese alle tante donne in Iran o a Kabul – o nei movimenti occidentali del me too o contro la pressione dei partiti antiabortisti −, che in queste ore mortificano o rendono esecrabile i loro corpi, che chiedono soltanto, mentre i capelli cadono in terra, di tornare liberi.

Foto di Fabrizio Calvini

Immagini dell’Egitto 2011− la primavera araba è ancora argomento scottante – proiettate sui teli dalla visual designer Ana Nieves Moya, mentre sceglie oggetti che altera sotto una luminosa lente, creano nuove forme e nuovo senso a strane isotopie del femminile – neri fili di lana che una mano divarica −; metafore tabù di cui si può solo accennare nel buio dello spazio scenico. È allora (im)possibile, si domanda Nikita Dhawan, una solidarietà tra femminismo nel mondo? Nella sua conferenza di apertura del festival, la militante indiana punta un faro nel caos dell’attivismo nel mondo: un nervo scoperto, fragile, quando le proteste delle diverse diseguaglianze sembrano opprimersi a vicenda, e l’Arte allora può soccorrere, nell’inclusione, quando i popoli emigrano e le culture si scontrano. Le mani si alzano nella sala gremita all’Art Rue – organizzatori e produttori del Tashweesh festival − tra le domande e gli artisti nella splendida sede del Dar Bach Amba, tempestato di smalti e colonne di marmo, ex sede della Fondazione Orestiadi, fuggita a gambe levate all’indomani della rivoluzione, e mai più ritornata. Creata dalla coppia di danzatori Selma e Sofiane Ouissi, a metà strada tra Woodstock e la cultura nerd, e i profumi di spezie delle Mille e una notte, tra i suoi cosmopoliti capannelli si parla inglese, francese, arabo, si fuma narguilé, sotto sorprendenti cascate di bouganvilles, mentre si è in collegamento con Beirut o Londra. Uno di quei luoghi insomma dove partoriscono le idee, si lasciano modellare come argilla, e magari si realizzano come solo i sogni a volte sanno fare. Non è un caso allora che Dream City sia arrivato alla sua ottava edizione.

Foto di Fabrizio Calvini

Il Festival d’art dans la cité, con cadenza biennale, è in scena dal 30 settembre al 9 ottobre, e conta sulla partecipazione di ottanta artisti − ritorna Emel Mathlouti, la cantante protagonista di un inno della Rivoluzione dei Gelsomini, e c’è l’italiana Rossella Biscotti − che allestiranno i loro spettacoli dal vivo tra le vie, nelle case, i tetti della medina di Tunisi. L’ambizione del progetto, al di là dei tanti eventi e dibattiti, è l’interazione col patrimonio architettonico e l’altrettanto capitale umano dei suoi abitanti. Nel delicato tessuto della medina di Tunisi, sede di realtà disomogenee, tra cultura popolare, vita borghese, forti tradizioni legate all’Islam e angoli di miseria e abbandono, si crea un laboratorio permanente; gli artisti non sono solo ospitati, ma chiamati a risiedere nella medina, allo scopo ultimo di “modellare un avvenire insieme”, come dichiarato dai fondatori. Pietre morte, anime vive, difficile è la convivenza negli angoli remoti della società, a noi italiani per niente estranei, e l’arte, lo spettacolo dal vivo, com’è noto a tutti, può affrontare la natura più sensibile di un territorio. Dream City sembra allora un perfetto esempio di Welfare, se lo scopo è illuminare angoli di mondo dimenticati, e restituire, o almeno alzare il volume delle voci di coloro che vi abitano, e portarle oltre la cortina dell’indifferenza; tenendo sempre in mente però l’amaro principio che: “non è mai la voce che comanda la storia:”, come dice Italo Calvino, “sono le orecchie”.

Fabrizio Calvini

Ha realizzato, come produttore e organizzatore, spettacoli teatrali, festival, rassegne, laboratori e Forum nazionali su temi di riforma dello spettacolo dal vivo. È stato membro della Commissione consultiva prosa al Mic. Attualmente si occupa di progetti tra le due sponde del Mediterraneo. Ha una laurea con lode in Storia critica e teoria dello spettacolo presso l’Università Roma Tre, e una laurea magistrale in Comunicazione, editoria e giornalismo.

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