| Cordelia | giugno 2022 

RECENSIONI  BREVI MA INTENSE. Tra le tre figlie di Re Lear, Cordelia, è quella sincera. Cordelia ama al di là del tornaconto personale. Gli occhi di Cordelia appaiono meno riverenti di altri, ma sono giusti. Cordelia dice la verità, sempre.

 Scorrete fino alla fine per trovare tutte le opere recensite finora.

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 LA FINE DEL MONDO #MILANO 

Cosa succede quando sono due sorelle e due fratelli a confrontarsi con un tempo che annuncia la propria ineluttabile scadenza? In alto, a lato della scena, un timer comincia a scandire i propri rintocchi in un conto alla rovescia. Irreversibile, perché dopo è la fine del mondo. Il luogo dell’attesa è una nave sulla laguna veneziana, attraversata dalle complesse tragedie famigliari: Dora e Atena, attrice ed ecologista, sono genuina leggerezza e tetro pessimismo. Si incontrano soltanto nel violento scontro di ideali e di prospettive future, esasperando un rapporto che riesce a colmarsi soltanto nella solitudine di una condizione infelice. Luca e Diego giungono invece al loro punto di rottura. Trasbordano dal palco nei tentativi di confronto, per acquisire la consapevolezza di una fraterna incomunicabilità. Luca troppo focalizzato sul proprio lavoro di teatrante, Diego confinato in uno spazio che alimenta la sua malattia, grida la propria condizione di dolore, che si disperde come l’acqua di un acquario, il suo. Ad accompagnare con sguardo meticoloso il testo di Fabrizio Sinisi, compiuto più nell’approfondimento psicologico della coppia di sorelle che dei fratelli, è la regia di Claudio Autelli che ripropone anche nella scenografia uno slittamento dei livelli di narrazione: al primo piano del dramma personale fa da sfondo quello di un’intera umanità, con proiezioni video delle catastrofi ambientali già in atto. Tragedia personale e collettiva si intrecciano, si soffocano nella nevrosi dei rapporti umani, lì dove assistiamo ad una diversa e più intima fine del mondo. (Andrea Gardenghi)
Visto al Teatro Franco Parenti, Milano. Crediti: di Fabrizio Sinisi, regia e spazio Claudio Autelli, con Alice Spisa, Umberto Terruso, Anahì Traversi e Angelo Tronca, disegno luci Giuliano Almerighi, suono e musiche Gianluca Agostini, video Chiara Caliò, costumi Diana Ferri.

Sleaping Beauty


 SLEAPING BEAUTY – OUTDOOR #ROMA 

C’è una generazione nuova, viva, che preme e mette in relazione con la creazione artistica anche le questioni legate all’orientamento di genere; nella danza e nei linguaggi legati all’utilizzo del corpo in scena tutto questo è evidente e il corpo proprio nella sua esposizione diventa il simbolo di un campo di battaglia sempre più al centro del dibattito. Il primo atto performativo di Attraversamenti 2022 è la versione Outdoor di Sleeping Beauty: 20 minuti di danza, ironia e intelligenza sull’asfalto di Largo Spartaco. Il gruppo si chiama Cornelia, viene da Napoli ed è guidato da Nyko Piscopo, sul web sono molto riconoscibili perché hanno come logo il disegno di un’anziana signora con gli occhiali da sole, la signora, Cornelia, nonostante il nome ricercato, altolocato, se ne frega delle convenzioni. E questa è l’idea anche di Sleeping Beauty, non farsi umiliare dalle regole imposte dall’alto: la Bella addormentata, in questa coreografia ripensata per Attraversamenti (anche grazie a un periodo di residenza messo a disposizione dal festival), non è presente come personaggio vero e proprio, perché a doversi svegliare sono tutti e quattro i danzatori (e una danzatrice). Calzoncini cortissimi in tinta con magliettine, scarpe da tennis e colori primari accesi: fuori campo, proprio come una strega cattiva, una voce integerrima, senza anima e automatica che dirige, impone e tutto vorrebbe normare; fino alla piccola rivoluzione finale, quando le convinzioni e la durezza delle regole classicheggianti lasciano il posto alla libertà dei corpi. (Andrea Pocosgnich)
Visto a Attraversamenti Multipli. Crediti: Coreografia / Nyko Piscopo
Danzatori / Eleonora Greco, Nicolas Grimaldi Capitello, Leopoldo Guadagno, Francesco Russo, Roberta Zavino Costumi / Sonia Di Sarno Produzione / Cornelia. Foto C. Farina

 CONNESSIONI SCENA NATURA  PADERNO (BO) 

Immersività è una parola inflazionata, ma il suo duplice campo semantico illumina un’idiosincrasia storicamente nodale: c’è l’immersione nella natura e c’è l’immersività nei nuovi formati digitali dell’intrattenimento e delle arti. L’allusione è all’integralità di un’esperienza che implica la totale adesione del soggetto al paesaggio contestuale. Immergersi è dunque un gesto che implica il superamento di una diffidenza, il consegnarsi ad una dimensione altra proprio perché avulsa da una data quotidianità. Come ci si immerga nella natura, attraverso quali modalità artistiche, organizzative, produttive: questo il quesito che Michele Pascarella e Emanuele Regi (dottorando in Arti visive, performative e mediali presso Unibo) hanno posto ad una piccola, eterogenea comunità di artist*, accademic* e presenze del campo teatrale, convenuta a Fienile Fluò (BO) per Connessioni Scena Natura, nell’ambito del Festival che Crexida/Fienile Fluò dedica al tema. I due curatori hanno mediato una modalità di confronto distesa, anche letteralmente su variopinti teli da pic-nic, basata sulla condivisione breve e colloquiale (10’ a intervento) dei frutti del proprio percorso. Si passeggia e ci si ascolta all’ombra delle querce intorno al casolare, fra gli orti, i filari che guardano i calanchi dischiusi a ventaglio come un teatro naturale. Per nessuno, però, natura è solo amena cornice. Senza mai ricorrere a scontate formule da green washing, natura è il luogo sostanziale del lavoro, della ricerca, della relazione, tensione di fondo per un ecosistema delle arti realmente, profondamente sostenibile. (Andrea Zangari)
Convegno Itinerante tra i Colli Bolognesi – Incontro nazionale di scambio di pratiche e saperi sui molti rapporti tra arti e natura – Visto a Fienile Fluò, a cura di Michele Pascarella, Emanuele Regi – direzione artistica Angelica Zanardi – direzione organizzativa Monica Morleo

 ELENA   #MILANO 

Gli invisibili sussurri senza corpo, flebilmente pronuniciati al microfono, sono preludio della messa in scena della décadence di una condizione esistenziale. Elisabetta Pozzi è Elena, personaggio femminile della tradizione omerica, motivo d’amore ma anche di guerra; avanza sommessamente nel buio del palco per poi essere illuminata dal calore di una luce endemica che taglia un’aria densa, intrisa dagli spettri di ciò che era, di ciò che ha vissuto. Elena si muove così tra cinque sgabelli vuoti, tra la luce e l’ombra, tra il fumo di una sigaretta consumata e il whisky di un bicchiere traboccante, rendendo corpo e voce, segnati dall’infausto scorrere del tempo, gli unici strumenti scenici di un racconto connotato dall’amarezza delle vane disillusioni del passato e dalla lucida consapevolezza del presente. Il testo di Ghiannis Ritsos, tradotto da Nicola Crocetti, mantiene il proprio spessore drammaturgico con la maturità artistica ed espressiva di Pozzi, ne diviene ritratto sterile e malinconico, per cui il monologo si contrae chiudendosi in un soliloquio lacerante, abitato dalle ombre di una donna anziana che ora è scherno per le ancelle. La musica di Daniele D’Angelo, nella volontà di accompagnare la solitudine delle parole della donna, talvolta sovrasta e ne prevarica l’interpretazione, facendo sfumare quell’attrattiva degradante del motivo performante. Sfuma anche la speranza nell’impietoso ritratto, il senso stesso di una vita tanto gloriosa quanto effimera nella sua vacua materialità. «Eppure chissà – ci dice Elena – là dove qualcuno resiste senza speranza, è forse là che inizia la storia umana, come la chiamiamo, e la bellezza dell’uomo». (Andrea Gardenghi)
Visto al Teatro Carcano, Milano. Crediti: di Ghiannis Ritsos, traduzione Nicola Crocetti, con Elisabetta Pozzi, musiche Daniele D’Angelo eseguite dal vivo, regia Andrea Chiodi, produzione Centro Teatrale Bresciano

SPECIALE: Salviamo i talenti – 13° ed. premio Attilio Corsini   #ROMA 

DISPERATO ERETICO SHOW

«L’uomo, nel suo stato di natura, è uno stronzo egoista». La rabbia di Ludovico, attore-rider o rider-attore è totale, viscerale, incancrenita dalle pedalate in tangenziale, dalla cattiveria del pizzaiolo che ti fa consegnare in ritardo, e il cliente poi non ti lascia la mancia. È abbrutito dalla pandemia, dal necessario bisogno di continuare a guadagnare per pagare l’affitto della casa in cui convive con la ragazza in attesa della riapertura dei teatri, incattivito dalla quotidiana fatica di continuare a vivere in un presente che un giorno di marzo ha dato un bello schiaffo all’umanità. Nel monologo diviso in capitoli scritto da Paolo Perrone per la regia di Beatrice Mitruccio, finalista al Premio Attilio Corsini – Salviamo i Talenti 2022 al Teatro Vittoria, Ludovico Cinalli, è in piedi davanti un microfono e una loop station, in uno spazio vuoto occupato ai lati da uno zaino quadrato giallo e da una biciclettina, di quelle piccole e basse, per cui le gambe quando pedali ti arrivano quasi sotto al mento. Il livore appunto, esacerba e consuma le parole (in dialetto romano e campano alcune) il ragionare politico del corpo d’attore che con puntigliosità reagisce, e ruggisce; un contenuto che rifiuta il contenitore imposto dal sistema per cui, nell’isolamento dello stallo mondiale, non possiamo che ordinare, pagare, mangiare. Erotico è l’attore che si consegna, eretico l’attore che si oppone, nell’intrattenimento del tempo che ci offre quello che vogliamo quando e come lo vogliamo. (Lucia Medri)
Visto al Teatro Vittoria, Roma. Crediti: drammaturgia Paolo Perrone, regia Beatrice Mitruccio, con Ludovico Cinalli, video e grafiche di Matteo Bernabei e Beatrice Mitruccio, produzione Collettivo Est, produzione esecutiva Progetto Goldstein con il sostegno del Teatro Trastevere – Roma, dell’Ex Mercato di Torre Spaccata, di Spin time

VOLEVO VEDERE IL MARE

Volevo vedere il mare: monologo dalla disincantata e a tratti tenera ironia di un trentenne che resiste al mondo adulto. Procrastino degli impegni, rifiuto della burocrazia, disagio per chi sembra già realizzato, ansia, angoscia quasi da accogliere a braccia aperte: il mondo a cui da voce Armando Quaranta, con due sedie e un telo su cui proiettare ombre, è quello che parte dai ricordi di bambino (tra dinosauri-voce della coscienza e le canzoni dei Neri per caso che accompagnano più di un momento scenico), adolescente che già sfugge alle interrogazioni. E poi l’oggi, quello di un’epoca in cui si fa fatica a trovare il proprio posto nel mondo, ma quello per cui, d’altro canto, si sente il peso delle responsabilità quando arrivano sotto forma di opportunità, magari lavorative. Quaranta autore, regista e interprete, parla al pubblico che con lui ride parecchio – e più volte lo sorprende con applausi a scena aperta, riconoscendosi –; dolce cadenza con una punta di pugliese, il suo è un personaggio che ricorda il Moretti prima maniera, con quello stesso modo di imbattersi nei problemi di lato, deviando anche nel parlato, nel pensiero, rincorrendo il senso e nascondendo le questioni importanti. Alla fine del colloquio di lavoro, fatto quasi per forza, arriva la candida confessione: “per un attimo ho pensato che non sarei voluto venire, che avrei voluto vedere il mare”. Concedersi, pensiamo noi, non tanto il piacere della non responsabilità ma della libertà, di quella corsa senza fine, quasi fosse un giovanissimo Antoine Doinel truffautiano, verso le possibilità di un mare che non ci sta giudicando. (Viviana Raciti)
Visto al Teatro Vittoria, Roma. Crediti: scritto, diretto e interpretato da Armando Quaranta, assistente alla regia Saverio Cambiotti, luci e fonica Andrea Vannini

MERIDIANI

Lo spettacolo vincitore dell’edizione 2022 di Salviamo i Talenti è Meridiani, una favola delicata scritta dal giovane drammaturgo Carlo Galiero e diretta da Chiarastella Sorrentino. Come in una canzone di Dalla, con la stessa allegra malinconia, c’è una luna che è una palla e un cielo-biliardo: C. Sorrentino e Giuseppe Brunetti, giocosamente affiatati, sono Gigo e Reii. Con la musica incantano i bimbi, chitarra e voce fusi in un sodalizio d’amicizia per lei, d’amore inconfessato per lui. Nella notte dei miracoli, su un’isola-luna park, i morti possono tornare a godere della vita, se indotti a provarne nostalgia: così Gigo e Reii portano sull’isola la musica e la propria sgargiante vitalità. Solitario e disincantato, Dinamo (Loris De Luna) di nostalgia della vita non ne avrà. Mentre i morti tornano, lui con seriosa leggerezza sceglie di morire, perché l’esistenza sa essere crudele. Neanche l’amore lo dissuade, quando lo punge la curiosa sete di vita di Gigo. Il desiderio muove i personaggi sul palcoscenico sgombro: il linguaggio lo riempie, un gioco continuo sul filo dell’incomprensione, ma mai supponente; il dolore quanto più cresce più impara a non prendersi sul serio. Le tre esistenze si rincorrono e si fermano a guardarsi da lontano, come meridiani procedono sentendo di potersi incontrare, prima o poi, in un punto lontanissimo nello spazio e nel tempo. Cosa ci tiene in vita, se sempre accanto ci cammina il destino della fine? Le storie e la musica, declinazioni d’amore. (Sabrina Fasanella)
Visto al Teatro Vittoria, Roma. Crediti: drammaturgia di Carlo Galiero, con Giuseppe Brunetti, Loris de Luna, Chiarastella Sorrentino, regia di Chiarastella Sorrentino, musiche originali Giuseppe Brunetti, scene Rosita Vallefuoco, costumi Rachele Nuzzo, luci Sebastiano Cutiero, progetto sonoro Filippo Conti, aiuto regia Elvira Scorza, assistente alla regia Caterina Modafferi, realizzazione scene Mauro Rea
DE PRETORE VINCENZO
Scritto nel 1957 e inserito nella Cantata dei giorni dispari, De Pretore Vincenzo è uno dei testi di Eduardo De Filippo che rappresentano quella apertura sociale verso un paese in piena ricostruzione, lasciando il dopoguerra alle spalle senza tuttavia dimenticarne il segno. La storia, sembrò pensare Eduardo, non si può eludere o farne un montaggio, bisogna affrontarla secondo i canoni che sviluppa lungo il divenire. Il testo, diretto dalla giovane regia di Emanuel Pascale, porta in rassegna l’unico testo che non sia di drammaturgia originale, ma preso in prestito dal classico. La vicenda è quella nota: un uomo (lo stesso Pascale) appena uscito di galera si fa devoto a San Giuseppe nella speranza che gli indichi la strada non per redimersi, al contrario per trovare soldi facili, anzi, “giusti”, come un modello Robin Hood che ruba ai ricchi per dare ai poveri, cioè a sé stesso. Attorno è Ninuccia (Maria Elena Verde), che pare subire – ma non del tutto – le bizze di De Pretore e il tabaccaio Don Peppino (Rosario Buglione) che cerca di redimere i propositi del giovane mariuolo. La derivazione classica, unitamente al dubbio che possa non apparire del tutto in linea con i tre altri contendenti, determina forse l’ovvia conseguenza di una messa in scena poco incline al distacco dalla matrice, condensata in un linguaggio e in un ambiente categorici, definiti. Il calco classico, se da un lato permette una confezione di più comoda fattura, pur segnalando una discreta freschezza d’attore in Pascale è registicamente un limite alle idee più personali e forse, in una rassegna tesa a segnalare talenti, ci si aspetta un poco di coraggio in più. (Simone Nebbia)

Visto al Teatro Vittoria, Roma. Crediti: testo di Eduardo De Filippo; regia Emanuel Pascale; con Rosario Buglione, Lorenzo D’Agata, Emanuel Pascale, Maria Elena Verde; musiche originali Francesco Di Giuseppe, Leo Giulio Cresci; aiuto regia Maria Elena Verde


 SPECIALE: Festival Presente Futuro    #PALERMO 

A maggio il Libero di Palermo ha ospitato la sedicesima edizione del suo festival Presente Futuro. Un cartellone variegato, che ha abbracciato espressioni differenti per forme e temi. Notevole spazio è stato lasciato ad artisti emergenti e progetti ancora in embrione, secondo il fine programmatico dell’iniziativa. Il rapporto tra corpo e identità sembra il motivo conduttore: la sua indagine si è svolta oggi, ma guardando a domani.

 PORNODRAMA2 

Nella prima serata di Presente Futuro si sono susseguite performance animate da una freschezza a tratti acerba, ma degna di attenzione: tra queste Pornodrama2, ideata da Camilla Guarino e Giuseppe Comuniello, sul palco insieme a Simone Chiacchiarelli. I loro corpi costituiscono un complesso organico, sospeso in un equilibrio soltanto in apparenza precario: i piedi poggiano con tutta la pianta a terra, dove la tenue oscillazione che lascia fluttuare le membra si estingue. Le voci dei performer descrivono dettagliatamente i movimenti di ogni terminazione anatomica. Parola e gesto coincidono, in un percorso che vuole integrare la dicotomia di mente e corpo. Ne risulta una fisicità astratta, così come rarefatte sono le sonorità di Matteo Ciardi. Il contatto si riduce a sfioramento, ed è agito con una fluidità lenta, pensata: è il mezzo di una conoscenza che apprezza esclusivamente la sensazione, ma che ancora non vuole scendere più in profondità. L’attenzione rivolta alla materia somatica e alla sua significazione verbale è ossessiva, quasi onanistica – pornografica, appunto, e forse un po’ fine a se stessa. La ricerca può ancora addentrarsi oltre la superficie offerta, che appare piuttosto esteriore e molto uniforme: per essa il corpo è ancora pelle, e dunque medium di un’appercezione soltanto epidermica. È comunque suggestivo come il dato fisico si sia smaterializzato in un’atmosfera tersa, cristallina. In essa è scoccato intanto l’iniziale verso di una delicata lirica somatica. (Tiziana Bonsignore)
Visto al Teatro Libero. Crediti: ideazione Camilla Guarino e Giuseppe Comuniello, con Camilla Guarino, Giuseppe Comuniello, Simone Chiacchiarelli, Federico Malvaldi, Sara Sicuro

 WAITING FOR DORY 

Il teatro Libero è attento alle forme del circo contemporaneo, ed è tra le poche istituzioni siciliane a distinguersi in tal senso. Presente Futuro accoglie questo indirizzo, ospitando nel corso della seconda serata un “progetto sperimentale di Circo, verticali, canto e trapezio”. Waiting for Dory, che ha meritato una menzione particolare nel corso della premiazione conclusiva, è una performance scolpita a mezz’aria dalla muscolare femminilità di Valeria Cultrera. Dapprima, di lei si vedono soltanto le gambe: precedute dalle note della Casta Diva, sbucano da un grande cilindro di tela appeso al soffitto. La tensione verso il basso è massima, ma frustrata: i piedi puntano in tutte le direzioni, mentre dal cilindro cade ogni sorta di oggetto e lamento. Con slanci spesso invisibili allo spettatore, la performer infine si palesa, attraversando il tubo di stoffa alla ricerca della posizione ottimale. E mai sembra trovarla: intanto scruta le reazioni del pubblico, che per tutto il tempo osserva incantato col naso in su, nonostante la ripetitività di certi moduli costanti. Al di là delle più buffe apparenze, Cultreri ha un carattere deciso e fa ridere di sé con autoironia: nel caos delle tante cose sparpagliate, delle convenzioni e delle altrui aspettative, la caduta è dietro l’angolo. Ma rialzarsi è sempre possibile: a volte, per raggiungere la vetta, è sufficiente non prendersi troppo sul serio. (Tiziana Bonsignore)
Visto al Teatro Libero Crediti: di e con Valeria Cultrera, regard éxterieur, sviluppo alla drammaturgia e ricerca del movimento a cura di Vera Mor. AC Arteria Mediterranea,

 SENSUCHT 

La terza serata è stata dedicata per intero alla danza e a ricerche più compiute. Tra queste Sensucht, coreografia di Nicolò Abatista per la drammaturgia di Christian Consalvo. Dapprima, due gruppi di danzatrici e danzatori si fronteggiano in schiere contrapposte. I loro abiti, a tinte neutre, ricordano una tenuta scolastica o sportiva; indossandoli, i e le performer compongono due falangi ordinate nelle quali l’individuo sembra perdersi. Progressivamente le file si rompono, dissolte in una miriade di traiettorie divergenti. Ciascuno dei performer è un pianeta lungo la propria orbita, ma è comunque parte integrante di un sistema complesso: con il fisico si misura uno spazio sempre più collettivo, dato da centri energetici nei quali le forze di tutti e tutte finiscono per incontrarsi. Dalla cellula nasce la coppia, poi un intero organismo solidale: l’anelito al superamento cui allude il titolo è anzitutto nell’accogliere l’altro in sé. Sensucht indaga con intento positivo il problema del rapporto tra il singolo e il gruppo, in una prospettiva che concepisce il funzionamento del corpo sociale come biologia condivisa. Alla performance è andato il premio del pubblico: il riconoscimento ha individuato il senso del progetto ne “il desiderio, la ricerca di superare il limite che trova la sua concretezza nella rottura delle gabbie dell’individualismo, delle convenzioni sociali, nella ricerca dell’incontro”. In generale, la platea di Presente Futuro è stata variegata e partecipe: un merito che è giusto segnalare. (Tiziana Bonsignore)
Visto al Teatro Libero Crediti: coreografia Nicolò Abbatista, drammaturgia Christian Consalvo, con Maria Chiara Bono, Chiara Borghini, Giovanni Careccia, Gioele Cosentino, Arianna Cunsolo, Davide Galuppi, Francesca Lastella, Enrico Luly

 ROSAROSAEROSAE. LA PELLE DELLE IMMAGINI 

Se un fil rouge dell’ultima edizione di Presente Futuro è rinvenibile nella relazione tra il corpo e l’identità, Rosarosaerosae declina questa ricerca in senso multidisciplinare. La coreografia di Sara Lupoli, ideatrice e performer, indaga la sostanza fisica della rappresentazione visiva, sonora o video-sonora. Sulla pelle della danzatrice seduta si proietta la sua stessa immagine: movimento effettivo e movimento riprodotto si intersecano, scomponendo il corpo di Lupoli in un’immagine in parte cinematografica, in parte simile alle tele di Bacon. Con una gestualità a tratti costretta, Lupoli si libera da questa parvenza che le è estranea, ma pure le appartiene. Il suo corpo non è soltanto suo, ma è il deposito di una memoria collettiva: in tale decentramento, le fonti delle espressioni a cui si concede il nome di arte. La citazione (tra gli altri, rifermenti a Burri e Wenders), delinea i confini di un luogo ideale, di una topografia immaginaria nella quale il corpo femminile si immerge in quanto simbolo concreto. La pelle della donna si offre alla cultura come uno schermo, un supporto: il risultato non è un guscio vuoto, ma una mappa vivente. Rosarosaerosae sviluppa insomma motivi di ormai tradizionale post-modernismo, ma rinuncia alla già scontata decostruzione in favore di una sintesi sì personale, ma non autoreferenziale. Alla coreografia è andato il giusto premio della giuria presieduta da Guido Di Palma, che si aggiunge a una residenza presso il Teatro San Materno di Ascona: in questa sede sarà possibile approfondire una ricerca dalla quale aspettarsi interessanti sviluppi. (Tiziana Bonsignore)
Visto al Teatro Libero Crediti: concept, coreografia e performer Sara Lupol, video scenografie Alessandro Papa, costumi Daria Bonavita, Dario Biancullo

 
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