Futuro Passato: dalla memoria alla drammaturgia. Intervista a Federico Bellini

Futuro Passato – ricordare la memoria è il progetto che declina il tema della memoria coniugando formazione e drammaturgia. Il drammaturgo Federico Bellini guida il gruppo di autori e autrici il cui lavoro di scrittura sarà finalizzato alla composizione di quattro nuovi testi teatrali. Intervista

Foto di Teresa Terranova

Federico Bellini è alla guida del gruppo composto da Caroline Baglioni, Alessandra Di Lernia, Jacopo Giacomoni e Alice Torriani che sta portando avanti in questi giorni Futuro Passato – ricordare la memoria, il progetto di Tinaos realizzato con il contributo di Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, Comune di Cervignano del Friuli e Fondazione Friuli, in collaborazione con il CSS Teatro stabile di innovazione del Friuli Venezia Giulia. Un percorso di azione sulla memoria, articolato in più fasi fra quattro Comuni, tre scuole, due teatri, sei fra laboratori e incontri, per più di cento ore di attività e finalizzato alla composizione di quattro nuove drammaturgie che saranno presentate in ottobre: una vincerà il premio di produzione, alle altre tre sarà garantita la presentazione del testo al pubblico e agli operatori del settore in forma di lettura scenica.

La tessitura dell’azione di scavo mnemonico diventa indagine sul sé, passa attraverso i corpi, le interazioni con le scuole e le case di cura per anziani, diventa esercizio pratico per poi trovare una sua forma che interpreti e comunichi un contenuto inafferrabile e unico, in quanto frutto di sollecitazioni non solo creative ma anche scientifiche, coadiuvate dal supporto di psicologhe e neuropsicologhe. La finalità estetica passa in secondo piano per permettere l’emersione di altre necessità – sociali, comunitarie, sanitarie – contingenti alla fase processuale, alla sua gradualità e al suo approfondimento, così da proiettare il lavoro non verso la finitezza di uno spettacolo, ma verso l’infinito ipertestuale. Tanti testi quanti sono le azioni, e le sinapsi, che si possono attivare, in un orizzonte di educazione e trasmissione.

Foto di Teresa Terranova

Come procedono i lavori, a che punto siete arrivati e quali sono i tuoi pensieri in questa fase?

Siamo alla fine, abbiamo cercato di accumulare più materiale possibile, raccolto tramite un’indagine sul campo svolta da una parte con le scuole di Cervignano e i malati di Alzheimer, e dall’altra insieme ai drammaturghi e alle drammaturghe. Abbiamo avuto modo di interrogarci sul funzionamento della memoria attraverso le varie età, partendo dalle elementari fino alle RSA: ne è scaturito un viaggio nell’umano che osserva il cambiamento dei ricordi, della memoria dal punto di vista clinico, sia che si tratti della giovinezza che della senilità. È un percorso identitario innanzitutto, interagendo con le persone abbiamo compreso come la memoria determini la costruzione del sé, aspetto più dirompente del lavoro a mio parere. In questo percorso siamo stati affiancati da psicologhe e neuropsicologhe affinché l’indagine teorica potesse incontrare quella pratico scientifica. Ad oggi, non abbiamo nulla di certo però, perché è uno studio che ogni giorno cambia e approfondisce aspetti inediti tendendo verso nuove scoperte.

Quali erano i presupposti di partenza coi quali hai pensato di iniziare questo percorso e se e come stanno mutando nella pratica?

Personalmente mi interessava affrontare le modalità tramite cui il tema della memoria potesse influire sulla costruzione di un testo, il modo in cui modifica inevitabilmente la struttura del racconto e come cambia se si assume il punto di vista di una persona che ha poca memoria o quello di una che ne ha troppa. La memoria collettiva è un altro macro argomento affrontato soprattutto nelle scuole e nei licei: quello che ricorda un ragazzo o una ragazza è completamente diverso da quello che ricorda la mia generazione, e da come lo ricorda. Questo procedimento di ricostruzione è assolutamente soggettivo, e quello attuale è inficiato in primis dalle fake news. La nostra opinione deriva da ciò che ricordiamo, è una strutturazione del tutto arbitraria. Anche la sollecitazione della memoria emotiva cambia con i nuovi strumenti tecnologici: se guardo un fatto storico, come la caduta delle Torri Gemelle su YouTube, questo sarà diverso dalla visione di quell’evento avvenuta in diretta sui canali della CNN.

Qualsiasi lavoro di scrittura implica una sedimentazione della memoria, una sua attualizzazione nel presente e una tensione verso il futuro. Da questo punto di vista, come stai coordinando il lavoro con Caroline Baglioni, Alessandra Di Lernia, Jacopo Giacomoni e Alice Torriani finalizzato alla costruzione di una drammaturgia e di una drammaturgia scenica?

Ognuno dei quattro partecipanti ha focalizzato un tema sul quale sceglie di lavorare, partendo sia dalla memoria clinica che da quella collettiva. Stiamo ora ragionando su una forma dei testi che non sia tradizionale perché ha a che fare con un tema sfuggente, quindi la narrazione non sarà di certo lineare, ma adattabile ad andare avanti e a ritroso nel tempo ad esempio. Sono autrici e autori diversissimi tra di loro e ognuno/a sta anche attingendo allo studio di specifici casi clinici. Il testo ragiona allora su se stesso, in una dialettica che si amplia attraverso degli ipertesti. In questa fase del processo raccogliamo anche discorsi, parole, espressioni emotive, cercando di essere fedeli al linguaggio delle persone che soffrono di Alzheimer, in un gioco di punti di vista differenti e non convenzionali, anche distanti dalla “corretta” scrittura. Al momento posso indicare delle aree d’interesse su cui gli autori/ici si focalizzeranno. Alessandra Di Lernia sta lavorando sulla ricostruzione di una forma di memoria storica, Baglioni su un caso di ipertimesia, Torriani sulla memoria transgenerazionale (ad esempio, la trasmissione ereditaria di un trauma), Giacomoni parte invece da un ragionamento sulla struttura della memoria stessa per farne drammaturgia testuale e scenica. Trovo molto interessante come, nonostante sia previsto un premio di produzione e di conseguenza possa instaurarsi una qualche forma di competizione, ciascuno/a degli autori e delle autrici abbia messo il proprio materiale a disposizione dell’altro, in un confronto continuo; si è creato così un gruppo di lavoro, un’equipe di drammatughi/e che potrebbe benissimo lavorare insieme in futuro. Da drammaturgo, se mi è consentito dirlo, è il risultato che mi interessa di più. Di questo sono grato a Tinaos, al CSS di Udine e a tutti i soggetti che hanno permesso questo progetto di ricerca e alla cura che hanno riposto in esso.

Foto di Teresa Terranova

Il ruolo delle psicologhe negli incontri organizzati come incide sul lavoro di scrittura? Cosa un interlocutore specialistico e scientifico può aggiungere, o togliere anche, al lavoro creativo?

Il teatro ha dei forti punti di contatto con la psicologia, soprattutto rispetto alla drammaturgia del linguaggio su come si parla e cosa si dice. Sono due pratiche che si integrano e in questo orizzonte noi cerchiamo di lavorare con le scienziate ponendo loro delle domande finalizzate a permetterci di intervenire sul campo attraverso la nostra competenza teatrale. Scopriamo aspetti che gli stessi neuroscienziati non hanno ancora chiari, principalmente perché sono aree ancora in fase di studio, e partecipiamo alla memoria cercando di viverla sui nostri corpi. Se si stratifica questo lavoro di integrazione possiamo procedere insieme in un rapporto mutuale di scambio e senza che l’uno soffochi quello dell’altro.

Territorio e memoria. In che modo il contesto locale si sta inserendo gradualmente nel lavoro e cosa osservi nella costruzione delle dinamiche instaurate tra i drammaturghi e la cittadinanza?

L’aneddoto curioso è che dobbiamo sempre rispondere alla domanda “chi è un drammaturgo o una drammaturga?” perché nella maggior parte dei casi nessuno lo sa. Partendo da questo assunto, una volta che viene spiegato e compreso, tutte e tutti vorrebbero farlo, e così scopriamo che alla fine il teatro non è poi così distante e che al contrario incontra un grande desiderio di espressione, spesso confinata in un ambito personale e intimo e mai presentata a livello pubblico. Se il teatro nelle scuole fosse veramente integrato, questo permetterebbe di far uscire quel mondo dei ragazzi e delle ragazze che fatica a comunicarsi. Ed è un mondo che non è legato solo esclusivamente al solipsismo dei social, non è solo desiderio di apparire, perché trova uno sbocco molto più naturale nella scrittura. L’appiattimento sui social e la loro stessa natura sono voluti e creati dagli adulti, che possiedono un forte pregiudizio rispetto alla realtà delle nuove generazioni, le quali, al contrario, vorrebbero scrivere molto di più, hanno una forte necessità di parlare del presente, della guerra in Ucraina ad esempio, e del loro futuro. In modo ampio, esaustivo, non con un tweet.

Riusciresti a indicare delle macro aree tematiche sulle quali vi state concentrando?

Sono interessato particolarmente ai due estremi del lavoro cerebrale: la perdita e l’accumulo, e alla memoria collettiva. I temi stanno emergendo da soli e non vengono imposti, l’interrogazione principale è proprio attorno alla forma, a come scrivere di questi aspetti. Attingiamo anche a degli esperimenti sonori che influiscono sulla nostra attività cerebrale e cosa ricordiamo di essa. Mi immagino che la restituzione sarà un grande ipertesto, infinito, aperto e senza soluzioni, non credo ci sarà un finale, anzi, vorrei che i drammaturghi entrassero in crisi rispetto le proprie estetiche. Ho chiesto loro di perdersi, e, per quanto possibile, dimenticarsi di loro stessi.

Lucia Medri

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