Cara Compagna. Villino bifamiliare di Fabrizia Ramondino

Recensione. Al Teatro San Ferdinando di Napoli Arturo Cirillo porta la drammaturgia di Fabrizia Ramondino, inaugurando la prossima stagione di recupero del lavoro dell’autrice napoletana. Il testo è edito dalla casa editrice Marotta&Cafiero per la collana Le foglie di Gray, ne faranno seguito altri sette inediti.

Marco Ghidelli

Ho preso la libertà di scrivere appunti e riflessioni direttamente sul testo, con un’invadente e sbavata penna nera; ero in piena confidenza, tra qualche risata, un senso di esaltante competizione e una sincera curiosità. Quella confidenza me l’ha concessa il ricordo della prima di Villino bifamiliare al Teatro San Ferdinando: c’era attesa, c’era affetto. Non troppo distante da me sedeva un sorridente Mario Martone, compagno d’arte ai tempi di Morte di un matematico napoletano nel ’92; di lì a poco sul palco sarebbe entrato Arturo Cirillo: gli amici di Fabrizia Ramondino erano lì per lei, per ricordarla, per amarla. Un paio d’ore prima il direttore Roberto Andò insieme a Livia Patrizi, figlia di Ramondino, a Cirillo, a Goffredo Fofi, anche lui amico dell’autrice, e a Rosario Esposito La Rossa (editore della Marotta&Cafiero) aveva presentato il progetto di recupero del lavoro teatrale di Fabrizia in collaborazione proprio dalla casa editrice di Scampia. Ancora amici, familiari, estimatori: prima di quella serata, quello specchio di umanità mi era estraneo dalla platea.

Foto Marco Ghidelli

In scena c’era troppo a cui badare e, come immaginavo, la scrittura si è rivelata irrefrenabile; la testa di Fabrizia doveva essere irrefrenabile. C’è l’impegno e il sentimento politico, che come ogni grande amore trascina con sé una violenta delusione, il rapporto coi figli e i mariti e l’impeto di una penna incredibilmente femminile. Il testo si presenta scritto in verso libero e privo di punteggiatura, come se la parola non avesse trovato una misura giusta di espressione (lo stesso Cirillo, nella postfazione, scrive che “Fabrizia avrebbe voluto che questi testi venissero portati in scena, credo anche per verificare la loro teatralità, e forse per correggerli […] ricordo che non le interessava molto pubblicarli ma, piuttosto, vederli in scena”). Le citazioni, coltissime, abbondano e colpiscono con un’ironia smaniosa a cui non è sempre facile stare dietro: tutto troppo personale, troppo complesso per poter anche solo immaginare a che pubblico pensava di rivolgersi; sicuramente, a uno molto paziente. Una scrittura che nella fruibilità si ritrova piuttosto fragile e che ha avuto bisogno di una consistente rifinitura nella regia. L’azione si svolge, per l’appunto, in un villino bifamiliare di una località del Sud Tirolo (o Trentino Alto Adige) in cui alloggiano sotto sorveglianza due coppie: i coniugi Hogger (Cirillo) e Gretel (Sabrina Scuccimarra), ex esponenti del Partito Socialista Tedesco (alias, gli Honecker), e il capo di un partito di matrice cattolica, Giuliotti (Rosario Giglio), per cui non è necessario scriva tra parentesi chi è, con sua moglie Lucrezia (Franca Penone). Due guardie (Roberto Capasso e Francesco Roccasecca), forse pagate dal figlio di Giuliotti, sorvegliano le abitazioni.

Foto Marco Ghidelli

Il villino è costruito dallo scenografo Dario Gessati in due blocchi gemelli e mobili perimetrati da neon: uno è un salotto arredato con mobili minimali ed eleganti, alle cui parete di fondo si impone un’enorme carta geografica in russo (probabilmente molto più immediata nell’associare il socialismo a uno specifico contesto storico e geografico rispetto ai  ritratti fotografici di Marx, Engels, Lenin, Luxemburg e Liebknecht, così come invece aveva previsto la didascalia dell’autrice), l’altro è una calda cucina tipica sud-tirolese (o, insomma, alto-atesina), funzionale sia a un livello descrittivo che propriamente narrativo per animare un’azione che altrimenti sarebbe monopolizzata e schiacciata dalla sola parola. I due uomini, in passato leader, si ritrovano menomati nella mente e nel corpo: Hogger è un maniaco-depressivo e Giuliotti è paralitico e muto. Le consorti: una è ex Ministro dell’Educazione (anche se il marito non la riconosce e pensa, ovviamente, che sia la sua compagna segretaria), e l’altra è, beh, una moglie e basta. Lucrezia è terribilmente attratta e innamorata di Hogger, che però non è consapevole di nulla mentre immagina, ordinando le file di soldatini su di un plastico, che Alexandr Nevskij abbia vinto sia la Battaglia dei Ghiacci del 1242 che quella di Stalingrado nel 1942 o ancora imposta un discorso al Comitato Centrale per i compagni apicoltori (ah, le api operaie…), sotto la ferma cura di Gretel; per lui la dolce donna “imparerebbe il socialismo” (anche se le socialiste sono sfacciate e impudiche). Da parte sua Gretel è emancipata (nonostante l’appellativo di segretaria), razionale e delusa dal partito e dal suo paese; ha interesse soltanto a ricongiungersi con la figlia che vive a Paranaguà (nel Sud America come tutti i nazisti, dice Lucrezia, Gretel le ricorda che la figlia è comunista), e si diverte ad alimentare le fantasie della sue vicina. Il socialismo è ridotto a una follia o al desiderio di una donnetta annoiata e disamorata delle figure oscure del marito e del figlio; non c’è spazio per i rimpianti. Meglio che non ci siano, altrimenti si finirebbe proprio come il povero pazzo. Giuliotti resta muto, e anche quando non è in scena è sempre presente.

Foto Marco Ghidelli

L’operazione di Arturo Cirillo è stata quello non soltanto di alleggerire il testo (come lui stesso afferma), ma anche di renderlo appetibile per un pubblico non più abituato, anzi ormai diseducato, a un teatro di questo stampo politico ma soprattutto a una scrittura, con tutti i limiti specifici, così impegnativa e articolata (per non parlare del rifiuto patologico del nostro Paese di ricordare la propria storia, sempre così lontana, sempre così passata). Questo tipo di operazione ha indirizzato l’ironia tagliente di Ramondino verso una risata più sguaiata, provocata da un’interpretazione quasi macchiettistica (soprattutto quella di Cirillo) piuttosto che da una reale comprensione di ciò che veniva pronunciato (e che avrebbe di sicuro provocato un tipo di riso completamente diverso o forse, ed è qui il rischio del testo, nessun riso). Un piano più equilibrato è comunque mantenuto sia da Scuccimarra che da Penone che reggono sulle spalle in maniera magistrale due splendidi personaggi femminili, pesanti e pensanti e così naturalmente prismatiche. Anche nella conclusione si è preferita l’azione immediata e plateale al senso nascosto dei gesti minimi: Giuliotti si svela alzandosi dalla sedia a rotelle e andando via, invece di restituire un’idea più melliflua e sotterranea del suo agire, schiacciando, sempre seduto e muto, una mosca. Forse bisognava dimostrare più fiducia nei confronti della comprensione del pubblico, ma si è tentato il possibile pur di rendere la letteratura godibile dalla platea: anche questo, un indubbio gesto d’amore per Fabrizia.

Valentina V. Mancini

Aprile 2022, Teatro San Ferdinando, Napoli

VILLINO BIFAMILIARE

di Fabrizia Ramondino
regia Arturo Cirillo
con Sabrina Scuccimarra, Franca Penone, Arturo Cirillo, Rosario Giglio, Roberto Capasso,
Francesco Roccasecca
scene Dario Gessati
costumi Gianluca Falaschi, Nika Campisi
luci Camilla Piccioni
musiche originali Francesco De Melis
insieme a Zaccaria Barraco, Angelo Beltrame, Enrico Zanisi
regista assistente Roberto Capasso
assistente alle scene Eleonora Ticca
assistente alla regia tirocinante Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico” Andrea Lucchetta
direttore di scena Sandro Amatucci
datore luci Fulvio Mascolo
macchinista Marco Di Napoli
fonico Alessandro Innaro
sarta Roberta Mattera
foto di scena Marco Ghidelli
I diritti dell’opera Villino bifamiliare di Fabrizia Ramondino sono concessi da Zachar International, Milano
produzione Teatro di Napoli – Teatro Nazionale

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