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Stronzi senza responsabilità. La fabbrica di Maniaci e Kronoteatro

Recensione. Dal connubio artistico tra Maniaci d’Amore e Kronoteatro, La fabbrica degli stronzi. Visto al Teatro Elfo Puccini di Milano, dopo l’esordio a Prato, al festival Contemporanea 2021 e la programmazione al Teatro Nazionale di Genova.

 

Foto Luca Del Pia

C’è un luogo di confine, una linea di demarcazione, talvolta ben netta, altre volte più tenue, più confusa che delimita e separa ciò che siamo da ciò che vorremmo realmente essere. Non si tratta di un confine visibile a tutti, né di una consapevolezza che si acquisisce con un’immediatezza naturale. È uno spazio di mezzo, ambiguo, qualcosa che ha del tranello, dal carattere insidioso e dalle fondamenta lagunose. C’è chi decide che sia il posto migliore per proteggersi dalla realtà di un mondo che spesso non concede molto, che tenta ripetutamente di metterti alla prova. Su quella marginalità dal terreno instabile, le vittime creano la propria angusta dimora, con barriere protettive che le immunizzano da ciò che sta al di fuori. Il loro è un modus operandi abietto, perché permette di attribuire la colpa delle proprie mancanze a tutti tranne che a sé stessi, rimanendo cristallizzati in una posizione inattaccabile, tanto timorosi di ogni critica quanto compiaciuti del proprio crogiolarsi.

Foto Luca Del Pia

Al Teatro Elfo Puccini La fabbrica degli stronzi è così uno spettacolo che sforna a ritmo sostenuto una famiglia di vittime. La regia è cofirmata da due compagnie: quella dei Maniaci d’Amore, formatasi a Torino nel 2008 e composta da Luciana Maniaci e Francesco d’Amore, e Kronoteatro, compagnia nata ad Albenga nel 2004 da un’iniziativa di studenti che presero parte al laboratorio di Maurizio Sguotti. Il progetto ha dunque portato avanti un connubio artistico efficace, che ha trovato il sostegno del Teatro Nazionale di Genova e delle Residenze PimOff Milano, per uno sguardo che è sia lucido che spigliatamente ironico su di una realtà in lenta ed elefantiaca trasformazione.

Sullo sfondo perlato violaceo e talvolta verdastro a seconda dell’irrealistica illuminazione di Alex Nesti, assistiamo all’apologia di tre fratelli, che sono vittime, che sono stronzi, accogliendone con amaro scherno le fallimentari prospettive di vita. Tom (Tommaso Bianco), affezionato al papà che decise di lascarli e ormai traviato dai suoi insegnamenti, lascia la fidanzata Bea con cui doveva andare a convivere, perché troppo alta dice lui, e non c’è da fidarsi. Sua sorella Lucy (Luciana Maniaci) è un po’ svitata, come tutti gli estri artistici dopotutto, e rincorre il sogno della cantante per poi sprecare l’unica occasione presentatasi. Infine c’è Fra (Francesco d’Amore), dalla sensibilità fragile, incapace di dormire in un letto in cui non ci sia la madre ma con la stravagante voglia di lasciare il proprio paese e viaggiare con i fratelli. A unire i tre ragazzi, che si ritrovano a coabitare il funebre spazio teatrale, è la forma del rituale: insieme sono chiamati a detergere e rivestire la salma della madre, estendendo le proprie incapacità anche in quella liturgia. Ma ognuno, si sa, fa quel che può. E questo tanto basta per evocare le abitudini di deresponsabilizzazione individuale nonché la paralizzante inezia a cui nessuno sembra davvero riuscire a sottrarsi. Tra i personaggi si stabilisce così un gioco di ruoli e di colpevolezza, che istituisce una gerarchia di poteri in grado di legittimare la logica vittimistica di ognuno.

Foto Luca Del Pia

Lo snodo narrativo inizia con un ricordo, ma c’è uno scarto mnemonico tra Tom, Lucy e Fra, tanto da innescare la tensione del tradizionalissimo litigio fraterno che richiede l’intervento di una forza esterna per stabilire la ragione dell’evento. Sobbalza così la voce della madre che si fa anche carne e corpo: dal lettino dell’obitorio si erige improvvisamente seduta e prende parte alla fenomenologia delle lamentazioni dei figli, un po’ sarcastica, un po’ bieca, umoristicamente impeccabile nel travestimento di Maurizio Sguotti. Si svolge così la prosopopea teatrale, per cui la figura soffocante e autoritaria della madre viene rievocata come causa dei fallimenti della prole, non senza la resa sarcastica di stereotipi che caratterizzano fortemente la nostra società contemporanea: dal ruolo imposto di genitrice, all’obbligo femminile di truccarsi, ai termini perbenisti come oversize che sostituiscono quelli più turpi di ciccione/a. La satira diviene l’espediente irriverente per combattere dei tabù, permettendoci di entrare a far parte di questo tribunale drammaturgico, in cui ognuno è chiamato a rispondere delle proprie colpe. Il riferimento si lega al saggio di Daniele Giglioli, Critica della vittima. Un esperimento con l’etica, in cui l’autore ci rivela come la vittima sia effettivamente l’eroe del nostro tempo; rinvenendone la sintomatologia, Giglioli analizza e decostruisce questo nuovo uomo contemporaneo di cui in scena vediamo le mediocri sfaccettature, l’articolarsi di meschina ridondanza e di vile pretesa d’alibi.

Foto Luca Del Pia

La formula magica dello spettacolo diviene così la lamentazione, di quelle che oscillano tra compassione e commiserazione, tra cinismo e convenienza. È una fabbrica di crediti da riscattare perché la colpa si configura come un velo funesto che si stende sopra i capi di ognuno ma che non è responsabilità di nessuno. E i Maniaci d’Amore insieme a Kronoteatro riescono a creare con La fabbrica degli stronzi un crisma di questa condizione, in un’ottica che rispecchia lo scetticismo di quest’epoca, in cui diventa sempre più arduo ritrovare una verità autentica e definitiva con la quale identificarsi. Il dubbio e la negazione diventano, così, il potente antidoto dei personaggi, mentre il vittimismo l’unico atteggiamento in grado di assumerlo. D’altronde è sempre più facile essere gli stronzi, quelli senza alcuna responsabilità.

Andrea Gardenghi

Teatro Elfo Puccini, Milano – Marzo 2022

LA FABBRICA DEGLI STRONZI

drammaturgia Maniaci d’Amore
regia Kronoteatro e Maniaci d’Amore
con Tommaso Bianco, Francesco d’Amore, Luciana Maniaci e Maurizio Sguotti
scene e costumi Francesca Marsella
disegno luci e responsabile tecnico Alex Nesti
produzione Kronoteatro
coproduzione Teatro Nazionale di Genova con il sostegno di Residenze PimOff Milano

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Andrea Gardenghi
Andrea Gardenghi
Andrea Gardenghi, nata in Veneto nel 1999, è laureata all’Università Ca’ Foscari di Venezia in Conservazione e Gestione dei Beni e delle Attività Culturali. Prosegue i suoi studi a Milano specializzandosi al biennio di Visual Cultures e Pratiche Curatoriali dell’Accademia di Brera. Dopo aver seguito nel 2020 il corso di giornalismo culturale tenuto dalla Giulio Perrone Editore, inizia il suo percorso nella critica teatrale. Collabora con la rivista online Teatro e Critica da gennaio 2021.

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