Favola personale e disturbante. Lanthimos secondo Scarpinato

Recensione. Favola personale, di Giuliano Scarpinato, racconta l’assurdità del vivere contemporaneo. Ispirato al cinema di Lanthimos, un dramma in tre atti in scena al Biondo

Foto di Rosellina Garbo

«Tre atti per un mondo alla rovescia ispirati al cinema di Yorgos Lanthimos»: è con questa dicitura che il foglio di scena presenta Favola personale, diretto da Giuliano Scarpinato, e rappresentato al Teatro Biondo a febbraio. Il riferimento è alla triade di film Kynetta, Alps, The Lobster, per il regista palermitano i più rappresentativi, i più radicalmente espressivi dell’estetica cinematografica dell’autore greco. Ma non si tratta di una loro diretta riduzione teatrale: piuttosto, la loro cifra è rinvenibile in un’atmosfera disturbante e vagamente allucinata, che attraversa i tre atti deformandone fino al grottesco personaggi e situazioni.

Il sipario si apre su un corpo che giace a terra, blandito da una luce pallida. Blatera qualcosa sui corvi, su come abbiano tendenze necrofile, su come a questo mondo anche la morte debba avvenire in modo composto, socialmente accettabile. Mentre parla, una mano si insinua da dietro, seguita da un braccio, poi da un intero corpo. I due interpreti, nella reciproca contorsione, sembrano un unico organismo che si muove a scatti, che urla, che emette suoni strozzati: la visione è angosciante, sinceramente insostenibile. È il primo atto, ed è lo spettacolo di una postumanità distrutta, dal titolo Morir es mejor che amar.

Foto di Rosellina Garbo

Successivamente, lo scheletro di un interno domestico viene trascinato sulla scena. Mattia, un ragazzo con un evidente disturbo psichico, lo attraversa in preda a un’euforia esasperata. Lorenzo Tombesi ne esprime tutta l’incontrollabile energia, l’incontenibile vitalità. La madre (Alice Conti) cerca di rabbonirlo, ed è disposta a tutto: anche a pagare una prostituta (Alice Spisa) per dare una consistenza ai sogni del figlio, alla sua Favola personale (titolo del secondo atto); anche a offrirgli un soggiorno in un certo albergo, la cui retta è direttamente proporzionale all’entità del disturbo del giovane. Si offre allo spettatore un’umanità a pezzi ma ancora bisognosa di vita e induce un senso di penoso disagio e di vergogna per la compassione provata, che si rivela a se stessa come giudicante. Un sentimento che accompagnerà anche l’atto successivo, Hotel Ovidio.

Foto di Rosellina Garbo

La vita all’Hotel Ovidio è regolata da un cerimoniale che governa con assurdità le esistenze dei suoi ospiti. L’obiettivo dei residenti è quello di procacciarsi un compagno, una compagna per la vita, racconto molto da vicino di The Lobster: anche nel film i protagonisti vivono in un albergo e allo stesso modo sono costretti a trovarsi unanima gemella, nel rispetto di imposizioni insensate. Come conferma Scarpinato, l’intento rimane quello di tratteggiare una realtà microcosmica fondata sulla competizione e sull’ansia del fallimento, diretto risultato di una strategia oppressiva e verticale. Il reale protagonista è il capitalismo con i suoi miserabili rituali, le sue mediocri parvenze di felicità e finti bisogni. A questi feticci, i protagonisti, nella speranza di guarire la propria solitudine, si sottopongono.

I luoghi degli incontri tra i personaggi sono gli ambienti decadenti e un po’ kitsch dell’Hotel, immaginati da Diana Ciufo come una sala che ricorda anche la villa pasoliniana di Salò. Tra le stanze si succedono i numeri di un triste cabaret, al quale ciascuno dei partecipanti aderisce per trovare un senso, un’approvazione esterna. Nel farlo, si accettano – più o meno consapevolmente – le illogiche e paternalistiche intimazioni che vengono dall’alto, presentate come la condizione necessaria alla conquista della felicità. A controllare lo svolgimento degli eventi è un’algida Jacqueline (Giselda Ranieri), seguita da un portavoce bizzarro e blandamente pervertito (ancora Spisa).

Foto di Rosellina Garbo

Probabilmente il dramma soffre di una progressiva perdita di ritmo, il quale sembra stemperarsi dopo i primi due atti: carattere accettabile dato il riferimento a certo cinema di Lanthimos, la cui cifra estetica viene accolta, si diceva, come lata suggestione. In questa direzione vanno gli eccessi parodistici nella caratterizzazione di alcuni personaggi, forse più marcati del necessario. In un certo senso, è come se l’allestimento illanguidisse, in determinati punti, nell’esigenza di stigmatizzare le dinamiche del sistema oggetto della giusta polemica.

Alla fine viene fatta giustizia e la scelta registica condanna al sacrificio i depositari del potere, tra i quali anche Eric (Isacco Venturini), un distaccato figuro che non vuole aderire al consesso degli altri personaggi. Nonostante il sistema, e anzi  proprio al suo interno, ognuno trova il suo posto e una promessa di futuro: oltre a Mattia, nell’albergo c’è Lucky, reso goffo da Michele Schiano di Cola ma genuinamente gioviale. E ancora l’inquietante Teresa (ancora Conti), outsider minacciosa e conturbante; Rebecca e Selina, interpretate rispettivamente da Daniela Vitale e Federica D’Angelo (le cui movenze hanno qualcosa di incantevole): entrambe esprimono in modi diversi la ricerca e il rifiuto dell’altro.

Un alone volutamente tragicomico oscura l’intera rappresentazione, ma non impedisce la possibilità di una narrazione alternativa. Mentre sulla scena la lotta per l’anima gemella assume i tratti di una vera e propria lotta per la sopravvivenza, un’evocativa voce fuori campo sembra dare corpo a una volontà trascendente, provvidenzialistica. È un imperscrutabile lógos, e proclama l’amore come accoglimento condiviso di un’armonia universale. In quest’ottica, i personaggi del dramma sono il precipitato che, malgrado tutto e in un misterioso modo, resiste nella forma residuale loro consentita, capace ancora di una spontanea solidarietà, di un effettivo completamento nell’altro.

Tiziana Bonsignore

FAVOLA PERSONALE
Trittico per un mondo alla rovescia ispirato al cinema di Yorgos Lanthimos                      

ideazione, drammaturgia, regia: Giuliano Scarpinato
con (in ordine alfabetico):
Alice Conti (La madre, Teresa)
Federica D’Angelo (Selina)
Luca Piomponi (Un cameriere)
Giselda Ranieri (Una donna, Jacqueline)
Michele Schiano di Cola (Lucky)
Alice Spisa (Milagros, Bobby)
Lorenzo Tombesi (Mattia)
Isacco Venturini (Eric)
Daniela Vitale (Rebecca)
dance dramaturg: Gaia Clotilde Chernetich
scene: Diana Ciufo
luci, suono: Giacomo Agnifili
consulente per i costumi: Dora Argento
assistente alla regia: Valentina Enea
produzione: Teatro Biondo Palermo

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