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Quando la Sicilia non è metafora: alcune note su La concessione del telefono

Recensione. Giuseppe Dipasquale dirige La concessione del telefono di Andrea Camilleri, visto al Teatro Biondo di Palermo, in replica a febbraio 2022 ad Ancona.

Foto Rosellina Garbo

Nelle sue note di regia a La concessione del telefono, Giuseppe Dipasquale scrive: «Il racconto ha uno spessore popolare. Non è sofisticato e non può essere raccontato in modo sofisticato». Una definizione di “sofisticato” sarebbe stata dirimente. Forse, con questo termine, il regista intende il «Critico retaggio di molta postura letteraria» che, pare, comprometterebbe la democraticità della fruizione. La presunta dicotomia che oppone “popolare” e “letterarietà”, già in partenza opinabile, sembra rimanere irrisolta. È proprio su questa ambiguità che l’allestimento de La concessione del telefono, prima prodotto dallo Stabile di Catania (2005), e adesso dal Teatro Biondo di Palermo dove debutta in prima nazionale con nuove scene, costumi e cast, forse inciampa. Si tratta della riduzione dell’omonimo romanzo di Andrea Camilleri, alla quale hanno lavorato sia lo scrittore che il regista, insieme: come era prevedibile, all’origine del soggetto si trova un successo editoriale, ed è da questo che bisogna partire.

Foto Rosellina Garbo

Nell’estate del 1995 Camilleri si imbatteva in un decreto ministeriale risalente al 1892, latore di un assurda rete di adempimenti burocratici. Tre anni dopo, veniva pubblicato il romanzo che adesso viene portato in scena, e che attorno a quel decreto ricama una trama di dialoghi e missive. Il protagonista, Filippo “Pippo” Genuardi, richiede per iscritto al Prefetto di Vigata la concessione di una linea telefonica privata; per qualche misteriosa ragione, viene scambiato per un rivoltoso socialista e perseguitato dallo stato, dalla mafia e dalla chiesa. Segue, ovviamente, una catena di equivoci. Il racconto brilla comunque di un umorismo sardonico e descrive, dall’interno, le connivenze che da sempre governano la società e la politica siciliane. La sapiente costruzione narrativa, che in genere ha permesso allo scrittore il riconoscimento letterario del quale ha goduto, sospende consapevolmente la vicenda tra farsa e satira. Ma l’equilibrio è tanto solido quanto precario: gli eventuali limiti di questa impostazione, evitati dalla riproposizione televisiva dello stesso romanzo (2018, regia di Roan Johnson), si manifestano invece con maggiore evidenza in questa sua rappresentazione teatrale. L’intento era quella di enfatizzare quanto poteva essere concesso allo spettacolo, inteso come puro intrattenimento, come linguaggio autonomo dal dato letterario. Il risultato è sbilanciato a favore della farsa, e con difficoltà si amalgama a quegli spunti di polemica sociale ai quali comunque non si poteva rinunciare. Il carattere satirico ne esce ridimensionato e si riduce a sfondo sul quale si stagliano, inanellandosi ininterrottamente, i dialoghi tra i molti personaggi.

Foto Rosellina Garbo

Il dramma si apre con il commento musicale di Germano Mazzocchetti, ed è una fanfara che più siciliana non si può. Le scene di Antonio Fiorentino sono popolate da imballaggi e incartamenti che giacciono sparpagliati, come una delimitazione mobile dello spazio. In alto, a sinistra, incombe il ritratto di Umberto I, mentre sullo sfondo è proiettata la riproduzione del decreto ministeriale incriminato. I costumi (di Dora Argento) sono di colori accesi e contrastanti: restituiscono una parvenza aggressivamente fiabesca. Tutto il primo atto è scandito dagli incontri e dagli scontri tra i personaggi, che si intersecano alternando momenti comici non sempre mordaci. L’inizio del secondo atto sembra più convincente: è forse il momento più genuinamente popolare, riconducibile a modi e pose da teatro dialettale. In particolare, il dialogo tra Pippo Genuardi (Alessio Vassallo) e il geometra Agostino Pulitanò (Alessandro Romano), è comico davvero: ne fanno fede le risate del pubblico in sala che, in fondo, sono un ottimo parametro di giudizio e seguono, tra conferme e incertezze, l’andamento dello spettacolo. Vassallo, già protagonista del film nello stesso ruolo, persegue con coerenza la linea farsesca, e in questo bisogna riconoscergli capacità d’invenzione: il suo gesto è agile, si muove sulla scena con una certa giocosa leggerezza. Mimmo Mignemi, nei panni del mafioso Lollò Longhitano, è tra gli interpreti il più camilleriano, quello che con maggiore credibilità si pone in equilibrio tra satira e divertissement; con lui Paolo La Bruna, nei panni di don Nenè.

Se la vocazione dell’allestimento voleva essere popolare, si tratta di una popolarità in parte svuotata, orfana cioè di quella verve polemica che non teme di ridicolizzare il potere nelle sue espressioni. La sicilitudine portata in scena, privata delle più convincenti interpretazioni naturalistiche, rischia così di tradursi in un macchiettistico sicilianismo di maniera. A venire meno è, anzitutto, quello specifico distacco critico che è la cifra di tanta scrittura isolana e di cui anche Camilleri, a modo suo, è fautore. Un distacco che non manca di certo sadismo nei confronti della realtà e delle sue storture, pure dentro una costruzione metaforica. Soprattutto, dentro una costruzione metaforica. La concessione del telefono, nella sua veste teatrale, si presenta come uno spettacolo, forse, troppo sornione, bonario.

Tiziana Bonsignore

Teatro Biondo, Palermo – Gennaio 2022

Date in calendario tournée

3-6 febbraio 2022 Ancona, Teatro delle Muse

LA CONCESSIONE DEL TELEFONO
dall’omonimo romanzo di Andrea Camilleri edito da Sellerio
testo teatrale di Andrea Camilleri – Giuseppe Dipasquale
regia Giuseppe Dipasquale
interpreti e personaggi Alessio Vassallo Filippo Genuardi (Pippo) Mimmo Mignemi Calogero Longhitano (Don Lollò) Carlotta Proietti Gaetanina Schillirò (Taninè) Paolo La Bruna Emanuele Schillirò (Don Nenè) Cocò Gulotta Arrigo Monterchi Ginevra Pisani Calogera Lo Re (Lillina) Cesare Biondolillo Corrado Parrinello Alfonso Postiglione Vittorio Marascianno Alessandro Romano Ignazio Caltabiano, Agostino Pulitanò, Giacomo La Ferlita, Franz Cantalupo Gesualdo Lanza (Turò), Rinaldo Rusotto, Don Cosimo Pirrotta, Dottor Zingarella, Filippo Mancuso, Giacomo Giliberto, Mariano Giacalone, Alessandro Pennacchio Paolantonio Licalzi, Gegè
la voce registrata di Sasà La Ferlita è di Sebastiano Tringali
scene Antonio Fiorentino
costumi Dora Argento
musiche Germano Mazzocchetti
direttore di scena Sergio Beghi
aiuto regia Angelo Grasso
assistente volontaria alla regia Giorgia Conigliaro
produzione Teatro Biondo Palermo
Si ringrazia il Fondo Andrea Camilleri per la concessione del documento originale da cui ha origine la storia
Foto: Rosellina Garboprima nazionale

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