Gabriele Lavia: «In scena non hai uno spartito, devi inventarti le note»

Gabriele Lavia, con Il berretto a sonagli in tournée in tutta Italia, ci parla del suo teatro, le sue passioni, tutto ciò che lo rende a ottant’anni uno tra i più importanti teatranti italiani. Intervista

Gabriele Lavia in prova. I giganti della montagna, stagione 19/20. Foto Filippo Manzini

Mentre squilla il telefono ci penso su, mi viene in mente di immaginare in quale momento quel telefono si sarà illuminato, avrà vibrato; forse interrompendo un pensiero o una frase appena pronunciata, magari immergendo quel suono nel silenzio di un camerino del Teatro Diana di Napoli, frequentato da tutti gli attori passati di lì, per chissà quale messa in scena. Ogni teatro contiene in sé la storia del teatro, mi dico tra me, mentre aspetto che mi risponda Gabriele Lavia, un attore e regista di quelli che, come i teatri, contengono in sé stessi molto del teatro fatto prima di loro. Si chiama tradizione, ma potremmo serenamente darle nome di storia. 

Pirandello cercava verità nella menzogna – chissà che avrebbe scritto nell’epoca della fake news – e Il berretto a sonagli rappresenta uno dei testi più profondi in questa riflessione, in cui la verità si nasconde nell’alterità, appunto, nel falso delle apparenze. Cosa l’ha spinta a metterlo in scena proprio oggi?

Mi sono trovato tra le mani un vecchio libro che mi aveva regalato mia nonna, in cui c’era Il berretto a sonagli. Io credo nei segni e così ho iniziato a lavorarci sopra. Ho letto poi la versione siciliana, che Pirandello scrisse nel 1916 per l’attore Angelo Musco, e la successiva versione italiana, tradotta nel 1918; ho pensato di fare un falso e le ho mescolate in maniera casuale, ma c’è sempre una necessità che domina il caso: volevo che il pubblico avesse nelle orecchie il suono del primo testo, nella lingua madre di Pirandello, ma anche le parole scelte per la versione in italiano. Ecco, dunque, in questo discorso sulla menzogna, in fondo io rispetto a Pirandello non sono altro che l’autore del falso, tanti anni dopo.

C’è dunque un segno in origine, certo un’intuizione iniziale che l’affascina in un testo, ma poi come si svolge il percorso che dall’idea va verso la scena, la realizzazione di quella suggestione?

Quando leggo, attendo che mi venga in mente qualcosa, perché la mia musa non è realistica ma visionaria, pertanto i miei spettacoli non hanno nulla a che vedere con la didascalia che accompagna i testi. Però, allo stesso tempo, per mia tradizione culturale non sono un infedele, come molti della mia generazione dei fedeli alla lettera sono molto rigoroso nel rispetto della scrittura, ma non lo considero un pregio, lo considero piuttosto un mio limite. Sono infedele poi nella messa in scena e questo è il mio dissidio interiore, la mia guerra: vivo in una costante, angosciosa contraddizione.

Il berretto a sonagli, foto Tommaso Lepera

Lei ha lavorato con molti registi importanti – da Strehler a Missiroli, da Patroni Griffi a Squarzina – di chi sente maggiormente l’influenza?

Il regista che più ha influito su di me, non c’è dubbio che sia Strehler. Ma non nelle immagini, piuttosto nel suo modo di avvicinarsi al teatro come una pratica artigianale, fatto di modi semplici: non ci sono sacerdoti, ci sono degli operai che salgono su e giù dal palco alla platea, poi risalgono, tengono cioè presente che c’è un legame con il pubblico, non lo dimenticano mai. E non c’è una regola, quando sei in scena non hai uno spartito da suonare, devi inventarti le note, anche se Amleto è stato rappresentato migliaia di volte tu sei un altro strumento, per questo il teatro è una cosa complessa, perché ogni sera è nuovo e allora le tue stesse note il giorno dopo sono diverse. Proprio per questa complessità il teatro è immortale.

Forse è proprio per questo mistero imperscrutabile che continuiamo a farlo o a tornarci…

Il teatro non può morire perché resiste da migliaia di anni nella sua condizione precaria, fragile, ma è semplice: il pubblico di qua, gli attori di là, posti un po’ più su e che parlano un po’ più forte; è come fare l’amore: puoi cambiare posizione, fare bizzarrie di ogni tipo, qualunque cosa, ma in fondo, nell’essenza, è una cosa soltanto.

Proprio parlando d’amore, c’è stato un momento in cui ha avuto chiaro che il teatro avrebbe sempre, per sempre, fatto parte della sua vita?

È certamente una decisione che ho preso, molto giovane, ma non saprei dire come sia accaduto; è come quando ti piace una donna, certo è perché è bella, ma c’è qualcosa di più, è attrazione verso qualcosa che non riesci a capire. E infatti io il teatro forse l’ho preso con me per farlo, ho imparato a riconoscerlo, ma ancora davvero non sono riuscito a comprenderlo.

È in fondo ciò che accade a Pirandello, trascorrere una vita intera, un’opera, cercando di afferrare quel mistero, poi giungere alla fine senza davvero finire, con quel capolavoro incompiuto che è I giganti della montagna, dove appare uno spavento in ombra, che non si comprende, ma è quello spavento che giudicherà il nostro fare teatro… ecco, ragionando invece da spettatore – come saranno i giganti – c’è stato uno spettacolo capace di farle provare l’incanto e il rapimento che cerchiamo in ogni platea?

Lo spettacolo più bello che io abbia mai visto nella mia vita è certamente Vita di Galileo di Strehler, l’ho visto dodici volte; quando anch’io l’ho portato in scena ho usato un modo certamente diverso, ma so che devo tutto a quello di Strehler. Avevo diciotto anni, adesso ne ho ottanta, so però tuttora che il teatro visto prima non esisteva più, era un’esperienza completamente diversa che quasi non si può dire. Provò tantissimo, buttò via tutti i costumi, le scene, prima di debuttare ricominciò da capo… io so solo che quando andai con un gruppo di amici alla prima a Milano, da Torino dove abitavo, io ho visto qualcosa che mi ha lasciato senza parole e che fino a oggi non ho più rivisto. E ci tornai appunto dodici volte; c’era infatti Tino Buazzelli, in scena nel ruolo di Galileo, che un giorno mi disse: “A Gabrie’, ma stai sempre qua?!”

Giorgio Strehler e Tino Buazzelli durante le prove di Vita di Galileo, 1963. Foto Piccolo Teatro

Abbiamo fatto un piccolo contest, chiedendo sui social network una suggestione per lei.  Un nostro lettore, le domanda: anche al di fuori dal contesto più tradizionale in cui ha svolto la sua lunga carriera, c’è qualcosa che vorrebbe fare per continuare a sorprendersi e sorprendere?

A me piacciono le opere grandi, gigantesche, ma certo non mi posso mettere a confronto con questi autori enormi, così penso una regia, ossia una riduzione alla mia misura di quell’opera immensa. Un regista non può pensare qualcosa di innovativo a priori, fuori dai testi che vorrà affrontare, è invece condannato a fare questo: prendere Amleto e ridurlo a un attore con la sua faccia, o quella di un altro… questa è l’unica possibilità che abbiamo di farlo, il teatro, e non contemplarlo. Ancora, è come fare l’amore: devi farlo con i tuoi mezzi, con le tue capacità, non è un assoluto ma è il tuo, fare l’amore. Quella completezza è possibile soltanto quando a fare l’amore sono gli dei, noi dobbiamo limitarci a un amore nostro, alla nostra misura.

Beh, possiamo giocare a essere dei per un’oretta…

Non un minuto di più.

Simone Nebbia

Date in calendario tournée

debutto a Spoleto il 06 febbraio – Teatro Nuovo Giancarlo Menotti
Napoli dal 09 al 20 febbraio 2022 – Teatro Diana
Milano dal 01 al 13 marzo – Teatro Strehler
Thiene dal 15 al 17 marzo – Teatro Comunale
Legnago il 18 marzo – Teatro Salieri
Castefranco Veneto 19 e 20 marzo – Teatro Accademico
Torino dal 22 marzo al 3 aprile – Teatro Carignano
Savona dal 5 al 7 aprile – Teatro Chiabrera

lL BERRETTO A SONAGLI
di Luigi Pirandello
con Gabriele Lavia Federica Di Martino Francesco Bonomo Matilde Piana Maribella Piana
Mario Pietramala Giovanna Guida Beatrice Ceccherini
regia Gabriele Lavia
scene Alessandro Camera
costumi ideati dagli allievi del Terzo anno dell’Accademia Costume & Moda
Matilde Annis, Carlotta Bufalini, Flavia Garbini, Ludovica Ottaviani, Valentina Poli, Stefano Ritrovato, Nora Sala – Coordinatore Andrea Viotti
musiche Antonio Di Pofi

produzione Effimera e Diana OR.I.S.

Critico teatrale, ha una formazione interamente letteraria. Animatore del quotidiano di informazione teatrale onlinewww.teatroecritica.net, collabora con Radio Onda Rossa e ha fatto parte parte della redazione de I "Quaderni del Teatro di Roma", periodico mensile diretto da Attilio Scarpellini. Nel 2013 è co-autore del volume "Il declino del teatro di regia" (Editoria & Spettacolo, di Franco Cordelli, a cura di Andrea Cortellessa) e collaboratore della rivista "Orlando" (Giulio Perrone Editore) diretta da Paolo Di Paolo. Ha collaborato con il programma di "Rai Scuola Terza Pagina". Uscito a dicembre 2013 per l'editore Titivillus il volume "Teatro Studio Krypton. Trent'anni di solitudine". Suoi testi sono apparsi su numerosi periodici e raccolte saggistiche. È, quando può, un cantautore.

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here