“È morta perché ha vissuto”. Martone racconta Goliarda Sapienza

Recensione. Il filo del mezzogiorno diretto da Mario Martone, con Donatella Finocchiaro e Roberto De Francesco, nell’adattamento di Ippolita di Majo dal testo omonimo di Goliarda Sapienza. Visto al Teatro Mercadante di Napoli e in tournée a Torino, Catania, Milano, Roma

Foto Mario Spada

Il corpo è tutto. Goliarda amò il suo psicanalista di un amore che le contorse e distrusse il corpo. Goliarda del suo non sapeva cosa farne, quasi lo perse; ma del corpo degli altri, per via di penna, ne faceva quello che più desiderava. Una tiranna piuttosto generosa. Il suo corpo, ora, è quello di Donatella Finocchiaro, diretta da Mario Martone che si lega a Goliarda Sapienza attraverso Il filo di mezzogiorno, sul palco del Teatro Mercadante di Napoli.

Immensa, morbida e spigolosa, poi docile, irruenta e instabile; gli occhi a dimenarsi tra ricordi e dolori, i piedi bellissimi nudi irrequieti. Nel ’62 Goliarda iniziò una terapia di tre anni dopo aver subito in clinica la barbarie dell’elettroshock che le aveva compromesso la memoria: il motivo fu che ingerì accidentalmente una quantità eccessiva di sonnifero perché i tormenti le impedivano di dormire. Per cinque giorni alla settimana il suo psicoterapeuta Ignazio Majore, in scena Roberto De Francesco, le sottopose il trattamento che avrebbe dovuto ricomporla nello spirito e nella mente. Gli incontri si tenevano in casa di lei e Carmine Guarino, autore delle scene, ricrea due camere speculari come opposte prospettive di solitudine: quella della paziente fragile e quella del medico ottenebrato dalla propria scienza; due ambienti, corpi anche quelli, vivi dei movimenti di sussulti e respiri, illuminati o bui di pensieri e silenzi. Due ambienti che si osservano vicendevolmente, e poi si invadono, poi si respingono e ritornano a compenetrarsi.

Foto Mario Spada

Donatella Finocchiaro appare in camicia da notte e cantilena con un velo d’ironia nella voce graffiante l’arrivo di Goliarda a Roma nel ‘41 per intraprendere gli studi alla Reale Accademia di Arte Drammatica; dovette imparare la pronuncia di dizione forzando ad aprire le “cerniere” della mandibola, spalancando la bocca per emettere suoni sconosciuti alla sua terra. Ed ecco improvvisamente un ricordo della madre, la sindacalista socialista Maria Giudice, morta nel ’53 a seguito della malattia mentale: la sua voce severa, nordica, terribile e tanto amata, risuona nel buio. La mente di Goliarda si smaglia di numerosi strappi. La Sicilia, casa, una terra dove i tempi del Mito e della Storia fanno la gente volubile e passionale; la madre lombarda, dura e fredda che le ha reso sterile la femminilità e gli slanci affettivi, per poi tormentarla col dubbio dell’ereditarietà della malattia; la strenua lotta antifascista. La sua stessa nascita: ultima figlia di due vedovi già maturi e con a carico una numerose prole, nacque per compensare la morte di Goliardo, figlio del padre e vittima di mafia per motivi politici.

Foto Mario Spada

Nella scrittura ossessiva, piena di carne viva, di Goliarda tutti questi strappi  emergono furiosi e si alimentano dei sogni spaventosi e dei ricordi pieni di profumi e delle improvvise e vivide visioni, in una confusione che si subisce inermi e che lascia esausti, distrutti. Invece nel percorso di riadattamento di Ippolita di Majo si attenuano gli aggettivi dei tormenti e tanti (troppi) dei sogni spaventosi restano muti, per cui del supplizio psicologico non resta che un vago tremore nel corpo dell’attrice, un ribollire non troppo prepotente sotto la pelle che si traduce in un atteggiamento piuttosto bambinesco, fatto di nenie ed estraniamenti, lievi acuti e movimenti capricciosi di scelte apparentemente inspiegabili; efficace nella sua immediatezza, oltre che per l’energia disperata con cui è stata espressa, ma non è abbastanza. Più che bambinesca, Goliarda si racconta infantile solo nella misura in cui la sua fragilità esplode continuamente in violente incoerenze, egocentriche e primitive: nel pudore di una donna che ha imparato tardi a dire ti amo, nella rigidità frigida di un ventre martoriato dagli insegnamenti materni e dalle mancanze di questa, nella costernazione di una sessualità insicura e indifesa, trova spazio, osservando Majore, per un “[…]le labbra gli si muovevano in modo strano; i denti gli si sbiancavano a quei suoni taglienti: brillavano bianchi, gelsomino o mandorla. Forse avevano anche il sapore delle mandorle” fino a una spremitura sempre più brutale dell’emotività fisica del sesso.

Foto Mario Spada

Così perdono strati e sfumature di spessore quelle croci femminili davanti all’uomo, o meglio nella costruzione di un rapporto con lui, soprattutto se l’impressione restituita è quella di un eccessivo squilibrio in bilico tra le due parti. De Francesco è un bonario paternalista che tenta di razionalizzare ed estirpare le angosce della malata, poi un indifeso succube della puerilità della paziente. Dell’Ignazio Majore da cui Goliarda si lasciò guardare completamente nuda,  è stata limata la corda tesa di un umore maschile veemente a forza trattenuto dai limiti della professione. L’uomo percepito e descritto come un sole caldissimo e un inebriante profumo, si lascia trasportare dall’affetto per la paziente con un moto di disperata confusione e di feroce ribellione. Sì, viene sedata la ferocia estrema tra due individui altrettanto feroci e alla pari che si amano e si distruggono a vicenda nello stesso identico momento. Solo quando l’uomo sparisce, e con lui una delle due stanze, finalmente Donatella (per un moto di intimità ed empatia tra donne si tenta di chiamarla per nome) libera il personale filo di lacrime e il tremore alle labbra, e diventa la Goliarda che guadagna del tutto la misura del suo sentire di donna che vive (e può morire, ne ha il pieno diritto), per fortuna, anche di strazianti dolori.

Valentina V. Mancini

Teatro Mercadante, Napoli – Gennaio 2022

Date calendario in tournée 2022:

20-23 gennaio Modena, Teatro Storchi
5-14 aprile, Torino, Teatro Carignano
19-24 aprile Catania, Teatro Verga
28-29 aprile Macerata, Teatro Lauro Rossi
3-8 maggio Milano, Franco Parenti
26 maggio – 5 giugno Roma, Teatro Argentina

IL FILO DI MEZZOGIORNO
di Goliarda Sapienza
adattamento Ippolita di Majo
regia Mario Martone
con Donatella Finocchiaro, Roberto De Francesco
scene Carmine Guarino
costumi Ortensia De Francesco
luci Cesare Accetta
foto di scena Mario Spada
produzione Teatro di Napoli – Teatro Nazionale, Teatro Stabile di Catania, Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale, Teatro di Roma – Teatro Nazionale

Il filo di mezzogiorno è pubblicato da La nave di Teseo
Un ringraziamento a Mario Tronco per aver musicato il canto dei pescatori delle isole Eolie

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