Segni d’estate. Al Giglio un’altra idea di festival

Un festival in controtendenza Segni d’estate al Giglio di Cristina Cazzola, assieme alle nuove generazioni della Teen Academy per alimentare pensiero e ascolto, riflessione e desiderio di frequentare l’arte.

Francesco, hai la scarpa slacciata… Che faccio? Te lo dico o no? Faccio meglio ad avvisarti o lasciare che l’inciampo sia l’esempio che ci vuole? È difficile dire, senza dire. Ci vuole metodo, delicatezza, decisione. L’uno con l’altro i ragazzi si pongono domande, così lasciando come queste pendolassero tra due possibili esperienze, tra una scelta e l’altra. E se attorno c’è il teatro il meccanismo è come fluidificato, la cellula che coinvolge attore e spettatore in una relazione bifocale esorta la ricerca di ciò che è ancora ignoto.

Deve averlo capito con particolare intuito Cristina Cazzola, quando ha immaginato di anticipare l’edizione 2021 di Segni d’estate a Mantova con una settimana all’Isola del Giglio; qui ha coinvolto un gruppo di ragazzi già “visitati” dal teatro, che potessero crescere attraverso un festival da fare e da osservare, allo stesso tempo. I giovani della Teen Academy, come in un campus multidisciplinare, sono stati dunque spettatori degli spettacoli in programma, partecipanti dei workshop con autori scelti, collaboratori delle residenze in corso di creazione, forza sul campo perché un festival potesse prendere davvero vita. E soprattutto hanno accettato un contesto di trasmissione perché l’esperienza, di visione ma non solo, potesse essere corroborata attraverso la complicità di riflessioni date da un supporto di ascolto e restituzione, non con degli insegnanti, ma con degli attivatori di stimoli capaci di amplificare le domande fino a renderle allora universali, non certo a trovare una risposta. Ma se il progetto è forse usuale per ciò che appare in queste righe, non lo è la forma davvero originale scelta per la condivisione: la fatica di lunghi trekking tra i sentieri dell’isola, nelle pinete e fino alle scogliere sotto i fari, così che le parole si sciogliessero come dalle catene in cui le imbriglia la riflessione prodotta dalla comodità, fossero così capaci di liberarsi da concetti salottieri per esplorare, attraverso il corpo, dall’intimità profonde alle grandi altezze del pensiero.

Quel che Cristina Cazzola ha compreso va ben oltre la semplice offerta di crescita intellettuale attraverso il teatro, ma va a definire dei punti cardinali per ciò che riguarda il disegno di un festival in questo momento storico: il maggiore spazio è dato non alla vetrina di spettacoli, pochi, posti soltanto in serata e con lunghe pause tra l’uno e l’altro, ma alla produzione di idee, al contatto diretto tra menti in movimento, alla relazione con la natura e con gli altri. Soltanto questo coraggioso cambio di prospettiva ha permesso ad Agata di lasciare il Giglio con le proprie meravigliose idee sull’insegnamento e sulla trasmissione della storia, a Federico di affrontare la seconda classe superiore applicando il pensiero di Hegel al proprio modo di vivere un’esperienza, a Giovanni di chiedere tempo per dedicarsi alla sintesi dei tanti stimoli ricevuti, ad Alessia di riflettere sull’immaginazione propria e quella dei bambini, a Francesca di fortificare la coerenza del proprio ricorso all’esistenzialismo, a Federico grande di scardinare i preconcetti che non ama sentirsi addosso né vedere negli altri, a Luisa di ideare una dimensione in cui trasportarsi quando si trova di fronte a uno spettacolo, a Francesco di identificare dove conduce un solido movimento di pensiero, a Dario di inquadrare il metodo per contenere e quello per lasciar andare. E infine Bianca, che vuole costruirsi una sua libreria e poi la casa intorno, che quando arriva a un nuovo traguardo di pensiero si batte la gamba per dire “ho trovato!”, che non ha paura di parlare di Dio, della bellezza, delle paure e insieme dei desideri, del limite e della memoria, di sé, infine, dell’amore. È stato un giorno con il sole alto sopra l’Isola del Giglio, con lei era Federico e le parole danzavano tra di noi come farfalle tra le macerie di una guerra.

Non importa forse elencare gli spettacoli – anche se il teatrino belga di Diorama ha mosso l’immaginazione ben oltre i limiti oggettivi di non avere 3 anni, anche se Tonio De Nitto per Factory ha mostrato segni incoraggianti di una creazione dedicata al pifferaio di Hamelin – non importa perché ben altra è la natura del progetto. In una frase: perché esistano campi fioriti domani devono essere cosparsi di semi fin da oggi. Questo festival dimostra che è possibile esplorare le relazioni tra diversi pubblici, privi dei confini stabiliti da categorie obsolete e burocratizzate: l’habitat dell’arte è l’osmosi tra idee di generazioni diverse, dialogo tra diversi per trovare un modo nuovo di dirsi simili. Quale futuro sarebbe in contrario? Quale pubblico vedrà spettacoli che parleranno a un tempo ormai vuoto di teatro? La riflessione è aperta, il teatro per le nuove generazioni lancia una sfida necessaria all’intero ambiente, ma soprattutto a sé stesso. C’è da rischiare, se si vuole produrre una trasformazione. Bianca, alla fine di quel dialogo, ha detto a me e a Federico che aveva ora una gran voglia di scrivere. Le avrei regalato la mia penna, se l’avessi avuta con me. Perché questo articolo, questi pensieri, possa un giorno leggerli da lei.

Simone Nebbia

Segni d’Estate – Isola del Giglio 2021

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