Scimone/Sframeli. Il mondo negli occhi

A Kilowatt Festival il convegno dedicato è un l’occasione di ripercorrere la storia di Scimone/Sframeli, riflettere sul loro teatro, ma insieme porsi ancora domande eterne sull’arte.

Ph. Luca Del Pia

Teatro è avere il mondo negli occhi. C’è un’immagine che da giorni si fa sentire, preme le emozioni più nascoste perché abbiano spazio di uscire, l’ha regalata Francesco Sframeli per definire cos’è stato il suo inizio, la sua vocazione d’attore: «Quando ero piccolo mi mettevo ad ascoltare le voci della mia periferia, restavo a farmi accarezzare dalle lenzuola che asciugavano al vento leggero, guardavo la biancheria e ci vedevo già le storie: le mutande grandi del papà, le mutandine piccole dei figli…». Non riesce ad abbandonarmi perché dentro vi sono nascoste tanto la realtà quanto l’immaginazione, coese attraverso la fluidità delle parole per dirla, questa emozione che non si estingue con il tempo. È tutta in queste parole, in fondo, la motivazione per consegnare a Spiro Scimone e Francesco Sframeli, dal 1994 insieme in un percorso artistico glorioso, il ruolo di padrini dell’edizione XIX di Kilowatt Festival, quella che – a scelta dei direttori Lucia Franchi e Luca Ricci – assume come claim “questa fervida pazienza”, simbolica e paradossale definizione di ciò che occorre, oggi, per resistere al logorio della temperie culturale e continuare a investire nell’arte.

Ph. Luca Del Pia

Le giornate di dialogo attorno al percorso dei due teatranti siciliani, così come la riproposizione del premio Ubu 2004 Il cortile o l’esito del laboratorio tenuto nei giorni precedenti proprio a Sansepolcro, sono state l’occasione per molte riflessioni più diffuse sul fare teatro, ma non casualmente: il loro modo di concepire l’arte scenica non può prescindere in alcun modo dagli elementi basilari come il radicamento alla terra di origine, il suono cadenzato della loro lingua, l’impianto metaforico della loro immaginazione; in loro è ancor più vero, come dice Massimiliano Civica chiamato a farsene interprete, che «l’unica cosa che interessa all’uomo è l’uomo», che il motivo del fare teatro risiede nella «volontà di parlare delle sole cose necessarie fino in fondo: la morte, l’amore, l’amicizia». E sono questi i temi che, fin da Nunzio, il primo lavoro firmato assieme, emergono da una composizione essenziale e pure arricchita di una metaforizzazione limpida, diretta perché non fraintesa: la loro drammaturgia è architettura, un edificio magnifico con un ordine definito che esprime, attraverso la fonazione, il suono – breccia – che ne apre porte e finestre.

Ph. Luca Del Pia

I loro personaggi sono disperati, al limiti tra umano e disumano, colti nel momento del più urgente bisogno di conservazione; è questo che li rende concreti, non certo aeriformi, ancorati alla necessità che li consiste e insieme li schiaccia. L’ambiente gli è attorno come un valico tra elevazione e sprofondamento, eppure, e proprio per questo, è l’ambiente più visceralmente terreno. Questi personaggi sono inseriti all’interno della struttura testuale con una simmetria organica, una geometria fissata perché tocchi alle parole l’effetto detonante, attraverso una delicatezza derelitta, di essere drammaticamente esatte, in un modo espressivo leggero, sospeso, che appare quasi involontario.

Spiro Scimone, colui che materialmente compone il testo, dice della scrittura per il teatro: «Davanti alla pagina bianca io immagino un palcoscenico, con il sipario che si apre e poi l’inizio, l’atto del teatro, gli attori, la relazione che hanno con lo spazio e soprattutto la relazione con me, scrittore, che devo essere il loro primo spettatore». È questo che si fatica a comprendere, quando si fa teatro senza trovare il filo che sciolga i troppi nodi che attorcigliano pensieri nebulosi: il teatro è un’arte contemporaneamente semplice e complessa, tiene insieme il tempo di tutte le dimensioni sperimentate dall’essere umano, ma c’è un momento decisivo, quello dell’immaginazione in cui tutte le idee, i pensieri, le riflessioni, perdono le loro catene e si fanno vento, parole leggere che un autore sa trasformare in suoni e gesti, silenzi e manie. Da poco prima del buio. A poco prima della luce.

Simone Nebbia

Sansepolcro, Kilowatt Festival, luglio 2021

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