Nel cuore e nello stomaco. Misericordia di Emma Dante

Torna in teatro Emma Dante con Misericordia, atto unico struggente e incandescente. Recensione dal Teatro Metastasio di Prato

ph ©Masiar Pasquali

Esistono sere silenziose, dopo il teatro. Quelle in cui cammini disperso in una città che torna a credere nelle relazioni e si stringe, come non faceva da tempo, mentre in te risiede una sensazione impossibile da condividere. C’è un continuo andirivieni di pieno e di vuoto, nel cuore e nello stomaco, dopo aver visto il debutto assoluto di Emma Dante che torna al teatro con Misericordia, in scena sulle assi del Teatro Metastasio di Prato. Ed è un’emozione che dialoga con certe parti irrisolte di una storia esistenziale, entra in contatto con una rimozione, va a scavare dentro quella capienza pneumatica e compressa perché possa, l’emozione, finalmente liberarsi.

Lo spazio guadagna una prospettiva di profondità verso il fondale, dove quattro sedie sono l’una accanto all’altra, nel mezzo tra gli oggetti accatastati in un disordine necessario; quando appaiono tre sorelle intente all’uncinetto – Bettina, Nuzza e Anna – sembra di essere di fronte alle tre Parche, mirano all’ordito di una storia che, come il filo, si intreccia e si spiega. Eppure, le Parche – una magmatica, ribollente interpretazione di Italia Carroccio, Manuela Lo Sicco, Leonarda Saffi – inizialmente ne nascondono i caratteri dentro bisbiglii incomprensibili, pur lasciandone intuire le intenzioni in una partitura vocale viscosa e incandescente, una profondità vernacolare che porta ogni emozione fino al margine espressivo. Si litiga come ci si ama, nei gruppi familiari che Emma Dante sa portare in scena, con la stessa virulenta intimità.

ph ©Masiar Pasquali

Al centro, o poco lontano, dei loro discorsi è Arturo, che occupa la quarta sedia come ospite dalla nascita, figlio rimasto nato dall’odio e da una sorella, Lucia, morta appena dopo il parto. La disabilità del ragazzo è un problema mai affrontato con risolutezza, vissuto in modo caotico, con tensione nevrotica e scarsa attitudine alla delicatezza da queste sorelle invelenite e indurite dalla vita, costrette alla prostituzione per sopravvivere, senza la minima prospettiva di migliorare la propria condizione.

Ma il ragazzo, che pur non parla e non coordina in apparenza i movimenti, cova una poesia che fa da contraltare ai loro litigi miseri, si libera in una danza incantevole la cui circolarità dei movimenti è spesso in contrasto con la danza invece tribale, triviale, delle sorelle, e con la geometria lineare codificata ormai da Dante come segno distintivo del proprio teatro: le tre donne abitano lo spazio per piani orizzontali, ma raggiunti attraverso una ricerca verticale di spazialità, come se i corpi ne conquistassero metro su metro tramite la relazione; ma quando il ragazzo danza, magnificamente, l’ordine geometrico che cerca di addomesticare lo squallore si sfalda e tutti si lasciano andare alla memoria, alla nostalgia, confluite in una festa di famiglia.

ph ©Masiar Pasquali

C’è una tensione dolorosa, immersa in ogni dialogo, in ogni movimento; le parole sono come conati dal degrado, sussulti dello stomaco, fino a quando non sono mitigate da una antica dolcezza per quella sorella che una violenza ripetuta ha tolto al mondo, a loro, a quel figlio le cui parole d’amore sono rimaste imprigionate nel corpo. Questa tensione disperata, violenta, esala in una forma immateriale ma sensibile, come il profumo posticcio dei molti deodoranti spray che riempiono l’aria, la occupano fin quasi a togliere ossigeno. Arturo – sorprendente, commovente Simone Zambelli – è contemporaneamente colui che rende irrespirabile l’aria e colui che non può restarci per non rischiare di esserne avvelenato; la sua esistenza dipendente rende dipendenti gli altri, un Pinocchio mai distaccato dal suo Geppetto, burattino con dentro incatenato un cuore di bambino. E allora la sua sedia si allontana dalle altre, l’attesa della banda resterà una felicità regressa e sarà un bagaglio, il suo destino verso una vita forse nuova, con dentro ciò che resta della sua infanzia ancora ricca di speranze e poco, troppo poco del suo presente.

La disabilità è un recinto che vincola tutti, nessuno è salvo. Lo stesso nucleo già indagato con Le sorelle Macaluso, piéce teatrale di recente tradotta per il cinema, fa emergere l’assenza come causa primitiva di conseguenze decisive, capaci di veicolare la vita in punti oscuri ed impensati. La presenza ingombrante, l’ombra, che ne resta è in entrambi i casi l’effetto sia pratico che emotivo del passato sul presente, l’elemento di detonazione dell’equilibrio familiare che fa esplodere insieme la frustrazione, l’ipocrisia, ma anche il diritto, per tutti, ma negato, a una vita dignitosa.

Simone Nebbia

Teatro Metastasio, Prato – Giugno 2021

MISERICORDIA

scritto e diretto da Emma Dante
luci Cristian Zucaro
con Italia Carroccio, Manuela Lo Sicco, Leonarda Saffi, Simone Zambelli
coproduzione Piccolo Teatro di Milano– Teatro d’Europa, Atto Unico / Compagnia Sud Costa Occidentale, Teatro Biondo di Palermo

Gli articoli di Teatro e Critica, che sono frutto di un lavoro quotidiano di ricerca, scrittura e discussione approfondita, sono gratuiti da più di 10 anni.
Se ti piace ciò che leggi e lo trovi utile, che ne dici di sostenerci con un piccolo contributo?

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here