#sottocento. A Bergamo, un teatro di pane e poesia

#sottocento. Inchiesta sui piccoli spazi teatrali indipendenti a un anno dalla pandemia. Nel 11° appuntamento risponde il Teatro Caverna di Bergamo.

#sottocento vuole indagare insieme alle direzioni artistiche degli spazi più esposti (piccoli teatri, indipendenti, ecc.), quali siano state le problematiche affrontate e da affrontare, quali le strategie di sopravvivenza messe in atto – economiche  artistiche e umane. Leggi l’introduzione completa

Abbiamo posto le 6 domande di #sottocento a Damiano Grasselli, direttore del Teatro Caverna di Bergamo

Abbiamo chiesto ai teatri intervistati di mandarci la foto di una loro poltrona, o sedia di platea, con un oggetto simbolicamente importante.

Quali attività avete messo in campo per reagire a questo anno di pandemia?

A metà ottobre eravamo pronti a riaprire il teatro con una serie di spettacoli. Abbiamo inviato in stampa i materiali pubblicitari e 24 ore dopo è uscita la notizia che i teatri avrebbero chiuso. Così ci siamo decisi a fare qualcosa che dimostrasse che i teatri sono “un luogo di relazione” ed abbiamo ideato Pane e poesia: ogni venerdì per i mesi autunnali e per un altro mese in primavera abbiamo distribuito, fuori dal teatro delle poesie accompagnate da un pacco alimentare. Un modo per stare a contatto con le persone del quartiere, per ascoltarci a vicenda, per fare un atto teatrale che fosse anche atto concreto e di solidarietà. Abbiamo raccolto donazioni, abbiamo organizzato un piccolo gruppo di attori e di volontari e fatta la spesa. Ad oggi siamo riusciti a donare oltre 500 poesie e 400 pacchi alimentari del valore di 8/10 euro ciascuno. Ed abbiamo raccolte storie meravigliose e strazianti di vite umane fragilissime. La nostra è un’azione che vuole portare le parole di Shakespeare, Montale, Ungaretti… Alle persone che normalmente questo suono non lo ascoltano. A chi è escluso a priori per il suo percorso umano dalla cultura. Ma serviva anche dare un segnale chiaro: le persone stanno male, non hanno beni primari, fanno fatica. E l’adesione ce lo ha dimostrato…
Poi abbiamo realizzato un progetto radiofonico con Gianluca Stetur: un progetto che parlasse delle tradizioni, diffuse in tutta Italia, per la festa di Santa Lucia il 13 dicembre. Abbiamo costruite 8 puntate che hanno avuto un buon seguito: attorno a queste abbiamo pensato ad un gioco interattivo per tutte le famiglie della provincia di Bergamo, chiedendo di colorare insieme seguendo gli stimoli sonori dell’ascolto radiofonico. Abbiamo raccolto moltissime adesioni anche da fuori provincia, in tutti quei territori dove si festeggia Santa Lucia (a Bergamo è una Santa molto amata). Ora stiamo cercando di pensare ad altre collaborazioni radiofoniche per il futuro.
Durante il primo lockdown ci siamo dedicati alla scrittura, alla radio, allo studio: abbiamo sempre cercato di mantenerci vivi ed in contatto col mondo.
Abbiamo scelto di non proporre agli spettatori spettacoli in streaming, ma abbiamo organizzato alcune attività online: conferenze, laboratori di lettura, letture con le scuole. Questo sia per andare incontro ad alcune richieste che per mantenere viva la compagnia e l’attività.

Quali contributi statali, regionali o comunali siete riusciti a intercettare?

Abbiamo avuto accesso ai fondi Extra Fus e ad alcuni ristori previsti dal Comune di Bergamo, che fortunatamente ha saputo cogliere il momento difficile del nostro settore, investendo delle risorse nella cultura. Purtroppo non erano previsti, da Regione Lombardia, ristori per le piccole realtà culturali ma solo per le grandi sale: a livello regionale dunque non ci sono stati contributi per molte compagnie e spazi che da anni si occupano di lavorare capillarmente nelle periferie. Comunque sia con i fondi ottenuti siamo riusciti a coprire le spese in maniera adeguata, anche perché nel frattempo coi progetti sviluppati abbiamo cercato anche altri contributi con le Fondazioni e le amministrazioni locali.

Valutando la la situazione attuale dal punto di vista economico e organizzativo, quanto potete sopravvivere ancora?

Economicamente la nostra situazione in questo momento non è allarmante: certo non siamo allegri… Ma se si tratta di fare i conti possiamo reggere ancora un po’. Quanto? Questo dipende anche dalla carica di entusiasmo, che va sempre più affievolendosi. È molto difficile in questo momento progettare, pensare, ripartire. La sensazione di sconfitta che aleggia sull’intero settore delle piccole realtà teatrali è figlia di una gestione spesso cieca (ma anche muta e sorda) antecedente alla pandemia. Certi squilibri economici e di riconoscimento, la rincorsa al mondo dei “grandi per un tozzo di pane”, uniti alla demoralizzante chiusura attuale, rendono davvero difficile pensare a “cosa faremo domani”. Noi abbiamo anche la piccola fortuna di avere uno spazio in comodato d’uso, quindi la questione economica si alleggerisce in questo senso. Ma ci siamo accorti che, in questi mesi, molti dei nostri spettatori, collaboratori, allievi… Si sono scoraggiati ancor più di noi e questa distanza, rende difficile prevedere una durata di questo “futuro”. Se le persone si allontanano dal teatro (o se si fa di tutto per farle allontanare) poi difficilmente si recuperano. Il teatro ha bisogno di un tempo di sosta e di lentezza, cosa che pare proibita nel mondo di oggi. Perdere contatto con questa realtà significa rischiare di chiudere per “inedia”.

Con le condizioni sanitarie attuali riaprireste il vostro teatro?

Come detto ad ottobre eravamo pronti ad aprire: tutto rimesso a norma con investimenti, igienizzazione, programmazione del cambio palco per fare 2 repliche in un giorno (con 15 spettatori la volta): la voglia di ripartire c’è. Pane e poesia ci ha fatto capire che le persone hanno molto bisogno di ascoltare, di sentire voci, di stare insieme. Stiamo ipotizzando delle idee estive. La situazione al chiuso è più difficile: da noi potrebbero entrare davvero poche persone. Però bisogna vedere quali saranno i protocolli messi in atto. Detto ciò, noi vogliamo riaprire. E per farlo crediamo sia indispensabile porci prima di tutto una domanda: cosa vogliamo dare al pubblico? Perché la sensazione che abbiamo è che troppo spesso ci si dimentichi dell’altra metà del nostro lavoro: gli spettatori, che chiedono in qualche modo di essere accolti ma anche considerati e coinvolti. E che sarebbe nostro dovere pungolare e non far assopire e nemmeno accondiscendere. Quindi pensiamo sia importante riaprire, ma questo deve corrispondere anche ad un’altra domanda: le persone hanno (ancora) desiderio di essere parte del processo teatrale, dopo questi mesi?

Cosa chiedete adesso alla politica nazionale, agli enti locali e alle grandi istituzioni culturali (teatri pubblici, musei, università, fondazioni….)?

Chiarezza in primo luogo. Per tutti adesso è difficile dare risposte, ma l’andamento dei fatti ci ha mostrato che spesso le priorità del paese sono altre. Per carità: se mancano il cibo, la casa, la scuola, è chiaro che vanno trovate soluzioni. Ma la nostra politica ora si occupa davvero di questi temi? L’impreparazione della classe dirigente è stata evidente negli ultimi tempi.
Chiedere chiarezza significa avere una quadro delle posizioni prese: a che punto sta, nell’idea di ricostruzione, la cultura? Si lavorerà solo sulle grandi imprese o ci sarà tutela per chi lavora nel disagio, nella periferia? Ci sono dei piani di lavoro o è tutto un lanciare monetine? Credo siano questi i temi da chiarire immediatamente.
Poi, fatto questo, penso ci sia bisogno di uno snellimento burocratico: le piccole realtà sono sommerse da un carico burocratico infernale, che spesso affoga ogni istinto poetico nel raggiungimento dei piani economici.
Ed infine davvero una richiesta corale, alle istituzioni ma anche a tutti noi: smettiamola di gridare al miracolo (un po’ come diceva Artaud) e di rincorrere l’evento speciale. L’evento è speciale laddove specialmente accade: non si programma urlando “al lupo al lupo”. I maestri sono maestri nell’atto di “educere” con la loro opera, non per i titoli dei giornali (anche se ormai sarebbe meglio dire per i titoli online).

Ci raccontereste un’attività, messa in campo in questo periodo da un’altra realtà teatrale, che vi ha interessato o colpito?

Da sempre a Teatro Caverna ci occupiamo di suono e ascolto quindi devo dire che il lavoro fatto da Teatro Puro e Teatro Rebis con Radio Frammenti è stato lodevole, soprattutto con la chicca del Macbeth di Gianluca Stetur che dovrebbe essere fatto ascoltare sulle radio nazionali. Oltretutto questo Macbeth è poi passato anche da Modena, con Radio Tempi Tecnici e Drama Teatro, in collaborazione con Rodolfo Sacchettini.
Sono state esperienze di educazione all’ascolto, nate in relazione al sentimento di intimità negata che tutti stiamo vivendo: l’ascolto riporta ad un’intimità propria, nel senso possessivo del termine. Queste esperienze hanno messo l’ascolto al centro, attraverso spettacoli, incontri, discussioni, domande. Credo siano percorsi di valorizzare.
Un periodo così buio forse ci può servire a scrollare di torno quella dominanza totale dell’immagine e riscoprire l’ascolto come atto fondativo della nostra vita.

Teatro Caverna (Bergamo) per #sottocento

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