Massimo Mancini. Ripartire dalle sorgenti ed essere collegati col mondo

Intervista al direttore di Sardegna Teatro, Massimo Mancini.

La Sardegna avrebbe dovuto essere l’unica regione sul territorio nazionale a poter aprire i suoi spazi al pubblico in occasione della Giornata Mondiale del Teatro. L’ultimo decreto, tuttavia, l’ha reso impossibile. Abbiamo intervistato Massimo Mancini, direttore di Sardegna Teatro per capire cosa sarebbe accaduto, ma anche come si possano ricalibrare i progetti, affrontare questo tempo, continuare a programmare.

Foto Dietrich Steinmetz

L’idea di questa nostra chiacchierata è nata giorni fa. La Sardegna avrebbe dovuto essere l’unica regione a veder riaprire i suoi teatri in occasione della Giornata Mondiale del Teatro, perciò avrei dovuto e voluto chiederti come ci si sentiva da quella che poteva quasi sembrare l’altra parte del mondo. Invece è andata diversamente. Qual era il criterio concettuale e logistico adottato per la riapertura?

Quello che volevamo fare il 27 marzo è molto legato ai territori, siamo presenti su tre spazi teatrali principali in tre città: Cagliari, Paulilatino (un paese di tremila abitanti) e Nuoro, anche se abbiamo attivato delle collaborazioni in altri luoghi, in particolare Fluminimaggiore, che è un piccolo paese nel Sulcis Iglesiente e che avevamo immaginato come ripartenza per l’estate perché stiamo costruendo lì un festival a fine giugno, Le giornate del respiro. Poi l’Argentiera, una ex miniera nel comune di Sassari: ha un collettivo di architetti che risiede lì in modo permanente con i quasi settanta abitanti, un piccolo borgo in cui lavorano sulla rigenerazione urbana e i processi partecipati. Ancora, Quartu Sant’Elena (la terza città sarda dopo Cagliari e Sassari) con la zona del Porto Capitana e la compagnia çàjka, che da poco più di vent’anni realizza il progetto Teatridimare, intorno a una barca a vela. L’idea resta di partire da noi e dalle nostre produzioni lavorando su vari formati, da progetti di comunità, quindi anche progetti espositivi e di dialogo con l’audiovisivo. L’unico spettacolo non direttamente prodotto da noi era RezzaMastrella con Fratto X il 27, con un’estensione al giorno successivo. Per vari motivi, il principale la provocazione che Antonio (Rezza n.d.r.) ha lanciato sulle pagine di Anna Bandettini di Repubblica, mi piaceva l’idea di ribadire che il palco è uno spazio di libertà, e poi era il primo spettacolo annullato a ottobre. Con Antonio e Flavia (Mastrella n.d.r.) abbiamo costruito il progetto AMISTADE_Fratto X, finanziato dal Ministero Affari Esteri Cooperazione Internazionale, mette insieme tutto il percorso del teatro surreale di Fratto X e alcune parole di De Andrè, con la collaborazione di Dori Ghezzi e dei testi inediti: il palcoscenico come dialogo tra due artisti, di cui uno fortemente vivente e vitale in scena. Tra le nostre produzioni abbiamo scelto Urania d’Agosto, un lavoro di Maria Grazia Sughi, su un testo di Lucia Calamaro con la regia di Davide Iodice, due figure nazionali cui siamo molto legati. Con Maria Grazia già anni fa in un laboratorio era nata la voglia di portare avanti una riflessione che è parte del lavoro che stiamo facendo. Paulilatino è un piccolo paese, il teatro ha un bel palcoscenico con annessa una foresteria dove vorremo sviluppare progetti di residenza, è vicino a un sito archeologico importante, un sito nuragico con un pozzo sacro (un tipo di costruzione che sembra fatta con tecniche medioevali, invece sono del 1200-1400 a. C.), la ritualità del teatro vicina alla mistica della civiltà nuragica. Le residenze stanno andando avanti e avremmo aperto con un momento del lavoro di Riccardo Lai (Nitropolaroid), un artista di Villacidro che ha lavorato molto con la scomparsa Cristina Pezzoli, ci sembrava un omaggio. Insomma tutte cose con un senso. Con la compagnia di teatro di figura Is Mascareddas l’unica rimasta in programma, Teatro in Scatola: sei kit, sei piccoli teatri (le marionette sono state fatte insieme al FABLAB, le altre componenti sono di Donatella Pau) che è possibile noleggiare e portare a casa.

Foto Ufficio Stampa

Immagino vi siate trovati a rivedere tutto.

Stiamo lavorando su varie ipotesi. Se dopo il 6 o il 7 aprile fossimo almeno in zona gialla potremo aprire, abbiamo immaginato di diluire tutto quanto ti ho detto in quattro giornate, dal giovedì alla domenica. Partiremmo dalle periferie sentendoci marginali e periferici: abbiamo un progetto a Sant’Elia, il quartiere con maggiori complessità di Cagliari, e Fulminimaggiore, perciò una periferia urbana e una della Sardegna; proseguiremmo negli altri luoghi per chiudere ancora in una marginalità, l’Argentiera. Se potessimo aprire dal 12 aprile ci prenderemmo tutta la settimana, dedicando due giorni al Teatro Massimo di Cagliari e poi ogni giorno a un luogo, ampliando quello che in origine era il progetto di una giornata sola. Se invece nessuna di queste opzioni sarà praticabile dati i parametri, punteremo direttamente all’estate continuando a produrre. Dietro una riapertura c’è un lavoro, una riflessione, relazioni con le istituzioni, è faticoso fare e disfare.

Foto Alec Cani

Che significato avrebbe avuto una riapertura?

Io la vedo dal punto di vista di questa marginalità, era una situazione un po’ strana. Spesso mi capita di trovare mappe di ricerca sull’Italia che dimenticano la Sardegna. In questo caso non c’era perché in zona bianca, mi sembrava quasi la ripartenza da una marginalità di un settore pensato marginale perché non concepito come necessario, altrimenti avremmo aperto prima. Delle volte la doppia marginalità dà quasi più energia nel voler reagire, questa una prima percezione. Credo che comunque, anche simbolicamente, una riapertura sarebbe stata importante, sapere che i teatri spagnoli sono  aperti, come in Kosovo, in Giappone, in Cina mi dà un po’ di speranza, avvicina per tutti non un miraggio, ma una possibilità. Stiamo dimenticando il pubblico, che ha voglia di tornare, tutte le altre attività ci sono, continuiamo a produrre, però il contatto col pubblico non c’è ed è faticoso. Sarebbe stato importante per tutti e per noi sarebbe stato un doppio scarto: affermare che siamo uno spazio di sperimentazione, con un pensiero di come abitare i territori in modi diversi.

In una situazione in cui è difficile fare previsioni, come si pensa o si ripensa una programmazione intesa non solo quale insieme di singoli eventi, ma anche nell’ottica di un progetto che va a scriversi nel tempo?

La vera difficoltà è proprio questa. Il percorso di un giorno, o di tre, o di una stagione (che non è mai stata di più di quattro mesi, io programmo così), è frutto di una riflessione, perciò è complesso, ogni volta si azzera. Quest’inverno avevamo scelto di spostarci nello spazio del Molo Ichnusa, tuttora sede di Luna Rossa, un molo semiabbandonato, in cui funzionano gli uffici ma non la stazione. Volevamo creare un ambiente misto uomo-piante-animali e viverlo da ottobre fino  a marzo, ci avremmo visto le finali di Luna Rossa in diretta di notte, un tipo di spazio frutto di uno scambio all’interno del gruppo di lavoro, da cui era venuta fuori una programmazione che ora non ha più senso. Abbiamo bisogno di ripensare un progetto e degli obbiettivi a giugno, non più adesso. La riapertura di ora sembra semplice, invece è frutto di una discussione, di pensieri, relazioni, confronti, possibilità di sviluppo. Ogni cosa nasce da un insieme di altre, se devi cancellarla per ripensarla devi farlo davvero. Non si tratta di produrre una cosa per il palco, quello lo sanno fare in tanti, è comunque difficile, ma parlo di altro, non di scegliere dei titoli, bensì di scavare degli incontri. Bisogna ripartire ogni volta, perché cambiano le necessità, cambi tu stesso e ascolti in modo diverso.

Circa quattro anni fa, su queste pagine, si tentava di fare un bilancio del tuo primo triennio da direttore. Com’è stato quello successivo? Cosa si è confermato e realizzato e cosa invece è cambiato?

Nella prima parte del triennio si è trattato di gestire soprattutto un successo inaspettato, quello del Macbettu (di Alessandro Serra n. d. r.), ha accelerato alcune cose che volevo sviluppare con più calma relative alla dimensione internazionale di Sardegna Teatro, ma meglio così. Attualmente siamo su tre progetti Europei, era l’obbiettivo del mio secondo triennio, un po’ stroncato dal Covid. Gli altri erano di far crescere le strutture e fortificare le competenze, le formazioni permanenti. Abbiamo l’ambizione di un ampliamento territoriale: quando sono arrivato eravamo solo a Cagliari, ora su tre comuni in modo diretto e su altri tre con dei partner. Un focus ulteriore è stato delegare il più possibile la direzione artistica: non puoi essere sempre nello stesso luogo e stupirti di te stesso, mi sono sempre difeso da questo cambiando, ogni quattro o sette anni ho cambiato città o regione, a volte anche nazione. Adesso inizia ad essere più faticoso ogni volta ricominciare da zero, senza contare che è tutto bloccato. L’idea di avere delle persone che si assumono delle responsabilità direttamente credo sia il passaggio più naturale, non voglio che ci sia gente che non veda l’ora che io me ne vada, anche se ci sarà comunque, insomma non voglio “competere con la regina Elisabetta” come fanno alcuni miei colleghi.

Riprendo il concetto di marginalità cui facevi riferimento prima. Un’isola è una placca di terra separata dal Continente nell’utero del mare. Un “a parte” che, anche dove suo malgrado, è parte integrante di un sistema più ampio, con l’attitudine a rimarcare una differenza o a scegliere quando e come intavolare una proficua dialettica organica. Questa connotazione e questo processo come si riverberano sulla dimensione teatrale sarda?

Prevale l’inclinazione a conservare una certa autonomia, ad avere un’unicità. Questo è anche un rischio perché nessuno basta a se stesso. Innanzitutto ha a che fare col rapporto che si ha col mare, se lo si vede come un limite o come una possibilità. Se è un limite tendi a guardare in basso, se è una possibilità alza l’orizzonte e ti dice che da lì in poi puoi andare ovunque. Un dilemma che è l’eterna storia dell’Isola, se affermare un’unicità, quando poi anche La Sardegna è contaminata da mille culture. Sul piano teatrale il rischio è di pensare di essere autosufficienti e fuggire il confronto, oppure di scegliere segni del territorio leggibili solo da quanti sono di quel territorio. Pensa ai segni universali del Macbettu, ci sono invece diversi artisti che preferiscono l’autoreferenzialità, la paura, la protezione. Altri hanno capito che la marginalità è la possibilità di prendere maggiori rischi, di non aver paura di rivoluzionare le tradizioni, di sporcarle, di riusarle, di rielaborarle. C’è chi alza lo sguardo e in quel solco ci sono artisti: al cinema penso a Bonifacio Angius e al suo Ovunque proteggimi o a un bellissimo film, L’Agnello (di Mario Piredda n.d.r.), alla moda di Antonio Marras, per tornare di nuovo ad Alessandro (Serra n.d.r.) che vive fuori ma è impregnato di cultura sarda perché l’ha vissuta da sempre. Ci sono due possibilità, il rischio è l’autoisolamento, si vedono i due estremi, forse paradossalmente c’è poca via di mezzo. Penso di aver girato abbastanza, ma qui sento forte la possibilità della sperimentazione, di rischiare di più, è la cosa che mi affascina rispetto ad altri territori dove devi subito soddisfare una domanda. Certo, c’è anche molto pregiudizio, io so cosa ho “patito” per il Macbettu, però…

Foto Alec Cani

Anche dato il lavoro di scoperta di nuovi territori e di costruzione di “avamposti” teatrali fuori da Cagliari fatto in questi anni, qual è il rapporto con il pubblico? Come e se si è modificato e in che modo pensi oggi si debba proseguire o ricostruire?

Amiamo lavorare in modi e contesti diversi, non pensiamo lo stesso progetto per ogni territorio, ognuno ha le sue vocazioni, partiamo dalla relazione e dall’ascolto, cercando di creare complicità tra gli artisti che lo abitano. Bisogna capire come reagisce l’ecosistema. Ho sempre immaginato il pubblico più preparato di me, è più desideroso di conoscere cose inattese, non ho mai ritenuto di doverlo educare, piuttosto di avere rispetto di uno sguardo. La fiducia mi ha spinto a presentare lavori quasi in esclusiva. Ho sempre avuto questo approccio, se però sei solo a fare un ragionamento simile e ti fai guidare dalle scelte più accomodanti è difficile, ti perdi. Adesso mi domando come “torneremo” dopo la pandemia, quali saranno le programmazioni, se si è percepito maggiormente che quello teatrale è uno spazio per l’arte e non per l’intrattenimento.  Con un lavoro di sistema il pubblico conserva la voglia di essere sorpreso, ormai ha capito di poter trovare l’intrattenimento anche sulle piattaforme, detto tra noi è anche più avvincente, in quella prospettiva è meglio una serie Netflix di molto teatro. Mi interrogo su come ragioneranno tutte le programmazioni fotocopia, abbastanza poco interessanti, non so se avranno il coraggio di dirsi che quel mondo è tornato alla tv per rimanerci e possiamo veramente abitare i palcoscenici con un teatro che sia d’arte. A parte i grandissimi classici, mi chiedo quali saranno i temi della drammaturgia contemporanea, se questi personaggi televisivi sentiranno ancora la necessità di invadere uno spazio o lo vorranno lasciare libero agli artisti. Dovremo capire anche noi come produttori cosa vogliamo sostenere, credo molto in un teatro che crea uno spazio di ricerca, che non parte da un’idea, da un titolo prestabilito o può farlo come espediente per una riflessione. Non funzionava benissimo prima e non ho voglia di tornare a com’era. I “Macbetti “che sono nell’aria devono ancora avere il colpo di fortuna di diventare un caso o forse quella è la normalità? In Francia, in Inghilterra, in Belgio è così. Milo Rau quanto è outsider oggi in Italia?! Renato Palazzi ne parlava giorni fa di nuovo per provare a farci scoprire un regista che è abbastanza sulla bocca di tutti, però per l’Italia ancora non sarebbe mai in una grossa stagione tradizionale. Perché?!? Ho tante domande e sono curioso di capire, di osservare, ad esempio cosa faranno i circuiti. Non ci stiamo dicendo molto cosa pensiamo noi produttori, siamo tutti impegnati a recuperare le cose programmate, a ridare senso a progetti saltati, forse bisognerebbe avere solo il coraggio di trasformarli.

Foto Laura Farneti

Cosa credi che questo tempo abbia scoperchiato, sia in termini di problematiche che di possibilità?

La cosa pratica ed evidente è un mondo che fa fatica. Se pensi che hanno dovuto abbassare il criterio per dar diritto a un minimo di sopravvivenza ad attori con sette giornate lavorative all’anno capisci che c’era un sistema poco funzionante, anche di pseudo legalità. Il discorso relativo al reddito da artista forse è una questione che andava e va affrontata, con tutte le sue complessità, perché non basta un pezzo di carta ad attestare che si è artisti, c’è comunque bisogno di un riconoscimento. Si potrebbe riflettere in modo più ampio, pensare alla disoccupazione non come a un periodo di disimpegno, ma come a un periodo di studio, di ricerca, di cui gli artisti necessitano sempre. Forse prima eravamo tutti un po’ silenti, un po’ complici, adesso potrebbe essere il momento di andare anche oltre il modello francese, di ripensare davvero cosa significa il tipo di lavoro di un artista e di errori che deve fare, o più che altro la possibilità di sbagliare. Poi torna la domanda su che spazio sia il palcoscenico e chi lo stesse abitando di più, e in modo molto provocatorio ti dico che spero che qualcuno sia tornato in tv per non tornare sul palco, ne sento il bisogno. Tutto ha delle criticità, anche il sistema di finanziamento, il rapporto tra Stato ed enti locali, e poi le problematiche che abbiamo al Sud. Il ragionamento complessivo sull’ecosistema, sia a livello regionale che nazionale, andrebbe rivisto, serve un coraggio e non possiamo pretendere che sia la politica ad averlo. La politica ha fatto l’ultimo FUS perché non siamo stati in grado di fare una proposta intelligente e l’abbiamo subito, magari ora è il momento di farla. Non si possono fare regole tendenzialmente “milanocentriche”, a Cagliari non si può mettere un titolo in programma per un mese ad esempio, come a Catania, a Perugia, … Forse il settore dovrebbe essere più propositivo e non aspettare la politica, prospettare un’idea di cambiamento anche rielaborando buone pratiche. Mi piacciono molto le agenzie regionali inglesi di promozione della cultura, perché non provare a sperimentare da noi modelli simili.

Che rapporto avete con le altre realtà teatrali italiane e quali i vostri principali progetti di collaborazione?

Ho imparato anche dalla progettazione internazionale, che le reti funzionano quando ci sono soggetti e provenienze geografiche diversi, nature e obbiettivi differenti. La cosa che caratterizza tutte le reti di cui faccio parte è la posizione del Sud, l’unico elemento comune è guardare il mondo dal Sud. Siamo attivi in un progetto europeo molto trasversale che si chiama Southern Coalition, e poi in R-Evolution con il Nuovo Teatro Sanità, il Festival di Castrovillari, Scena Nuda e altre realtà estere. Il Sud come approccio allo sguardo, quasi a capovolgere l’Italia e guardarla dall’altro lato, con, appunto, soggetti diversi: una combinazione che dà la possibilità di avere visioni differenti e spostare lo sguardo, tra soggetti simili si rischia di parlare solo di cosa coprodurre, lo trovo importante ma si riduce a poco. Noi siamo fuori da alcune logiche, come quella degli scambi, siamo anche fragili economicamente essendo il TRIC meno finanziato. Abbiamo una collaborazione con la Sardegna Film Commision, con cui andiamo alla scoperta di territori ibridi sia per loro che per noi. Siamo di fatto dei facilitatori di incontri tra realtà, poi quello che emerge non lo decidiamo noi, abbiamo solo la fortuna di intercettarle in momenti in cui un progetto può trovare una forma. In questo probabilmente c’è una casualità, non esiste la scelta a tavolino vincente, o per lo meno io non ne sono capace.

Dalla tua posizione specifica come vedi la situazione adesso e quale prospettiva ti sembra di poter presagire nel breve e medio termine?

Nel breve quello che ci aspettiamo tutti è ancora un anno di transizione, il 2021 e, temo, anche il 2022. Come me, molti altri si augurano la cancellazione del decreto per la scadenza del FUS che è stata spostata ad aprile, è abbastanza ridicolo progettare, inventarsi, rispettare i minimi, oppure si può in forma di progetto più che di numeri. I numeri si devono giustamente controllare a consuntivo, ma in questa fase ci si può chiedere una visione, una possibilità. Il transitorio è transitorio, vorrei non sprecare questi anni, utilizzarli a livello nazionale per rivedere l’ecosistema del teatro e valorizzare certe poetiche. Sul piano regionale invece cerchiamo l’ascolto, dalle nuove centralità imparare e riportare delle cose da noi insieme ad altre persone, quindi valorizzare i talenti, dargli uno spazio, far abitare i luoghi e trarre da ciò sostegno e ispirazione. Forse la politica deve capire, darci questo anno o anno e mezzo da non perdere con bandi da fare, domande da presentare che poi non valgono,… Semplificare questo tempo e usarlo per andare veramente nel profondo delle criticità del nostro sistema. Per noi è anche la fase di territorio e dimensione internazionale, le due cose di cui abbiamo bisogno in Sardegna, quindi partire dalle sorgenti ed essere collegati col mondo.

Foto Laura Farneti

Alla luce di tutto, qual è il sentimento dominante in questo momento?

È un po’ strano. Da un lato c’è una preoccupazione per il contesto generale della salute, di fronte a persone che conosci e sono morte o in terapia intensiva. Siamo tutti stati toccati da questo dramma, come persona ti condiziona ogni volta, è dura, non mi abituo alla notizia delle morti, in generale. Dall’altro lato c’è la convinzione che in fondo lo strumento della cultura accompagni i momenti di criticità, non essere parte di questo abisso, non essere strumento di cambiamento, ma relegati a comparsa o quasi a fastidio un po’ dispiace. Abbiamo il Banco delle Parole al mercato di Sant’Elia la domenica mattina, paghiamo la tassa per un banco dove invece di oggetti vendiamo parole in cambio di parole, lì ti rendi conto che siamo marginali, ma possiamo accompagnare il processo. È un po’ frustrante pensare che la cultura non sia utile, l’isolamento che anche Gramsci criticava, sentirsi marginalizzati e non marginali. Un rimorso o un rammarico: la tristezza di sentirsi inutili quando si crede davvero nella cultura come strumento di cambiamenti nei territori, il secondo passaggio è l’oggetto artistico sul palcoscenico, l’intrattenimento non mi interessa, quindi essere percepiti in quel modo mi dà sofferenza. Però resto convinto delle mie idee. Vorrei che il nostro lavoro fosse sentito come necessario, non mi è mai interessato dimostrare il valore economico della cultura, siamo ovviamente imprese, generiamo lavoro, ma non è il nostro valore aggiunto ed è anche stupido doverlo ribadire perché un ministro poco competente ha detto che “la cultura non si mangia”. Occupiamo uno spazio che dovrebbe essere quello della qualità della vita, una parte indispensabile, ma non misurabile. In modo provocatorio parlo dell’  “effetto foyer”, lo chiamo così: se lo spettacolo è brutto dopo pochissimo il teatro è chiuso, se invece lo spettacolo è interessante e ha smosso delle cose si potrebbe fare mattina a discutere e a seguire discussioni. Quello è il vero parametro del teatro, il resto sono statistiche che si fanno per esercizio.

Marianna Masselli

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