Eleusi Capitale della cultura: il teatro e i misteri

Eleusi (Grecia), insieme insieme a Timișoara (Romania) e Novi Sad (Serbia) sono le Capitali europee della cultura per il 2021. A causa dell’epidemia da Covid-19 le manifestazioni di Eleusi sono state però spostate al 2023.
Cominciamo a conoscere Eleusi Capitale europea della cultura dedicandole questo intervento speciale di Teatrosofia #114, con un approfondimento sulla storia misterica della città e al suo legame con il teatro e le figure di Eschilo e Aristotele.

IN TEATROSOFIA, RUBRICA CURATA DA ENRICO PIERGIACOMI – collaboratore di ricerca post-doc e cultore di storia della filosofia antica presso l’Università degli Studi di Trento – CI AVVENTURIAMO ALLA SCOPERTA DEI COLLEGAMENTI TRA FILOSOFIA ANTICA E TEATRO. OGNI USCITA PRESENTA UN TEMA SPECIFICO, ATTRAVERSATO DA UN RAGIONAMENTO. Questo articolo è scritto con il sostegno della Fondazione Bogliasco (Genova).

Lo screenshot di una pagina su GoogleMaps dedicata a Eleusi

«Fragrante d’incenso» era chiamata Eleusi dall’autore dell’omerico Inno a Demetra. Oggi la città ha perso questo suo odore antico, mantenendo però intatto il suo fascino e la sua fama, come è dimostrato dalla sua recente elezione a capitale europea della cultura del 2021 (con le manifestazioni spostate al 2023 a causa della pandemia).

Collocata a venti chilometri da Atene e collegata a questa da una via detta «sacra», Eleusi prende il nome, come ci informa Pausania nel libro I della sua Guida della Grecia, da un omonimo re mitico, generato dal dio Ermes e da Daira, figlia di Oceano. Una paraetimologia lega in realtà il toponimo al sostantivo ἔλευσις, che significa “avvento” e alluderebbe alla venuta della dea Demetra in città, quando era in cerca della figlia Persefone rapita dal dio Ade. L’affascinante ipotesi è smentita, però, proprio dall’Inno a Demetra, il più antico documento letterario a noi noto sulla città, che appunto riporta che la dea giunse in una comunità già allora denominata Eleusi. Ci troviamo dunque davanti a un’interpretazione ideologica tardiva e retroattiva.

Originariamente, la città godette di indipendenza politica e amministrativa. La tradizione vuole però che gli Ateniesi accamparono presto la pretesa di soggiogare Eleusi sotto la propria giurisdizione. Una famosa tappa di questo conflitto è costituito dalla vittoria del re Eretteo di Atene sui rivoltosi di Eleusi allora guidati dal re Eumolpo, o – come vogliono altre fonti – dal figlio Immarado. Un altro evento importante consiste nell’occupazione della città da parte dell’ateniese Teseo, che ne fece una colonia di un’unica grande città-stato, insieme ad altre undici comunità libere dell’Attica. Malgrado la disfatta, Eleusi conservò dei privilegi. La città mantenne il diritto di batter moneta, ma le venne in particolare riconosciuta l’autorità indiscussa in materia religiosa. Eleusi avrebbe continuato a ospitare ogni anno i misteri eleusini in onore delle sopra citate Demetra e Persefone: un importante culto su cui poco sappiamo, visto che sui suoi dettagli gli iniziati mantenevano il rigoroso segreto. Ne è un colorito testimone lo stesso Pausania, che sempre nel suo libro I della Guida della Grecia dice al lettore di non poter entrare nei dettagli di Eleusi e dei suoi santuari, perché un sogno inviato dagli dèi lo ammoniva dal rivelare informazioni più accurate e indiscrete.

Tavoletta di Niinnione ritrovata al santuario di Eleusi (IV secolo a.C.) rappresenta i misteri eleusini.

Le informazioni non controverse in merito al culto misterico sono le seguenti. Il rito simboleggiava il rapimento di Persefone da parte di Ade e la sua successiva resurrezione. Secondo il “mito di fondazione” dell’Inno a Demetra, la giovane venne restituita alla madre per intercessione di Zeus, che temeva l’estinzione del genere umano e i sacrifici che questo tributava agli Olimpi. L’ira della dea stava impedendo ai frutti della terra, infatti, di germogliare in superficie. Ciò spiega il carattere agricolo e di propiziazione della fecondità del rito misterico. Molte fonti ci informano che il culto misterico era associato alla festa dell’aratura, organizzata durante le Tesmoforie.

Il rito era inoltre diviso in due grandi momenti: i Piccoli e i Grandi Misteri. I primi erano pubblici e i suoi momenti più importanti consistevano nel sacrificio di un maialino – animale ambivalente, perché estraneo a Demetra in quanto ne distruggeva i raccolti, ma anche vicino perché prolifico al pari della terra. Seguiva un’abluzione rituale nel fiume Illisos. I Grandi misteri erano invece semi-pubblici. La parte culminante era riservata a chi era già passato per i Piccoli Misteri ed era pronto a progredire. Dopo l’allestimento di un corteo che da Atene si dirigeva a Eleusi, attraverso la sopra citata via sacra, che prevedeva il trasporto di alcuni oggetti sacri e l’allestimento di altri sacrifici di maialini o abluzioni rituali nelle tappe intermedie, i potenziali iniziati si introducevano dentro il santuario (τελεστήριον), fino ad arrivare alla “cappella” (ἀνάκτορον) più interna. Qui i sacerdoti allestivano un’ultima cerimonia, a conclusione della quale i partecipanti avevano una visione mistica finale su Demetra e Persefone, che garantiva loro l’accesso a una successiva vita immortale. Gli iniziati alla fine si liberano dunque dai limiti imposti dal corpo e risorgono dentro l’eternità.

Proprio in virtù dell’importanza eccezionale riconosciuta al culto eleusino, non sorprende constatare che gli edifici più importanti registrati da tutte le fonti storico-letterarie siano legati ai misteri. Essi annoverano, ad esempio, il già citato santuario di Demetra e il pozzo Partenio, a ridosso del quale la dea sofferente si fermò a piangere la figlia, mentre le donne di Eleusi cercavano di rallegrarla con canti, danze, scherzi e movenze oscene (paradigmatico è il gesto della fanciulla ora chiamata Iambe, ora Baubò, di scoprire i genitali per far ridere la dea). Le ricerche archeologiche hanno mostrato che si tratta, in realtà, di strutture più recenti, poiché il sito in epoca micenea ospitava dei culti religiosi anteriori da cui sarebbero in seguito emersi quelli più propriamente eleusini (cfr. in merito Michael Cosmopoulos, Bronze Age Eleusis and the Origins of the Eleusinian Mysteries, Cambridge 2015). È d’altro canto un fatto che tutta la tradizione antica registri gli edifici cultuali dei misteri come i soli luoghi degni di attenzione. Ciò prova quanto i culti di Demetra fossero fondanti per la città e ne rappresentassero il tratto identitario.

Queste brevi note valgano come sintesi della storia più antica di Eleusi e dei suoi misteri. Cosa si può dire, invece, dell’attività squisitamente teatrale che aveva luogo nella città? Sappiamo, grazie a un decreto in onore del politico Dercilo di Agnunte, risalente al IV secolo a.C., che Eleusi ospitava in effetti un teatro deputato all’allestimento di tragedie. Non va poi taciuto che i misteri eleusini tradiscono una dimensione performativa, tanto che Clemente di Alessandria li definì un «dramma misterico». Essi erano accompagnati da danze rituali, mentre il corteo che andava da Atene a Eleusi allestiva scene di donne o di uomini in veste femminili che si rivolgevano ai passanti con insulti scherzosi, probabilmente raffiguranti in termini umani i tentativi di Imabe o Baubò di far ridere la dea con gesti osceni. Il carattere performativo è tanto lampante tanto che il commediografo Aristofane – probabilmente a sua volta iniziato al culto eleusino – rappresentò il corteo dei Grandi Misteri che da Atene andava a Eleusi nelle Rane, forse facendone il tramite per comunicare al pubblico la propria poetica della commedia come un “gioco serio”. I misteri erano dunque eventi teatrali a tutti gli effetti. Nondimeno, ignoriamo quanti e quali spettacoli di teatro (tragedie, drammi satireschi, commedie) furono allestiti a Eleusi. Anche se questo potrebbe semplicemente dipendere dallo stato delle fonti, la cautela storiografica induce, in assenza di dati significativi, a pensare che sotto tale rispetto la città non fosse un centro teatrale importante quanto Atene o Siracusa.

Eleusi era però la patria di un teatrante eccellente: il tragediografico Eschilo. Il suo nome è legato alla città per un episodio particolare. Abbiamo visto come gli iniziati dovessero tenere il massimo silenzio sui dettagli dei misteri di Eleusi, per quel che riguardava l’aspetto non-pubblico dei culti. Ora, una testimonianza del libro III dell’Etica Nicomachea di Aristotele riferisce che Eschilo avrebbe rivelato per errore alcuni dettagli dei misteri eleusini che sarebbero dovuti restare nascosti e, come confermano Claudio Eliano e Clemente di Alessandria, fu processato per empietà dell’Areopago di Atene. Un commentatore anonimo al testo aristotelico aggiunge che le tragedie compromettenti erano cinque (Edipo, Ifigenia, Le lanciatrici con l’arco, Le sacerdotesse, Sisifo che rotola il masso) e che le rivelazioni scabrose riguardassero la dea Demetra. Purtroppo, il fatto che queste opere ci siano giunte solo per frammenti non aiuta a farsi un’idea di che cosa Eschilo avesse detto di empio. Forse possiamo fare un’ipotesi altamente speculativa sull’Edipo, a partire dalla conoscenza  del mito in cui si racconta che, giunto a Colono, Edipo entrò nel tempio di Demetra e di Atena. Non possiamo escludere che, nella variante eschilea, il personaggio rivelasse qualcosa di compromettente mentre pregava le due dee. A titolo di completezza, va di contro notato che un’altra tragedia frammentaria eschilea dedicata espressamente a Eleusi, ossia le Eleusine, non riguardasse i misteri. La sintesi che ce ne dà Plutarco nella sua vita di Teseo, infatti, ci informa che il testo riguardasse la guerra secolare tra gli Ateniesi e gli Eleusini di cui si è parlato all’inizio.

Non è invece chiaro come Eschilo commise l’errore e perché alla fine fu scagionato dall’Areopago. La quasi totalità delle fonti riferisce che il poeta conosceva i misteri, ma ignorava che gli elementi rivelati dalle sue tragedie andassero taciuti. Se poi l’Areopago decise di assolverlo, fu grazie al riconoscimento dei meriti di guerra che Eschilo e un suo fratello ottennero durante la battaglia di Maratona. Clemente è di contro più radicale. Eschilo ignorava del tutto il contenuto dei misteri, dunque l’accusa di empietà decadde perché si scoprì che non poteva sapere che quanto rivelò era proibito. Delle due versioni, la seconda sembra essere meno plausibile. Come avrebbe infatti potuto la tragedia eschilea rivelare per puro caso un mistero recondito e incomprensibile? Va poi aggiunto che la versione dell’assoluzione di Eschilo per meriti di guerra risale almeno allo scritto Su Omero del platonico Eraclide Pontico, che era cronologicamente vicino al tragediografo e ad Aristotele, e che dunque forse attingeva a fonti scritte od orali più affidabili di quelle usate da Clemente.

Un passo di Ateneo di Naucrati riporta un’altra annotazione interessante. Eschilo ideò una veste di scena ispirata al senso del decoro e della magniloquenza, che i sacerdoti eleusini avrebbero imitato coi loro abiti sacri. La fondatezza della notizia è molto dubbia e conviene sospendere il giudizio. Essa ha però il merito di confermare una volta di più il carattere teatrale dei misteri eleusini.

Un ultimo elemento che emerge con chiarezza dalla prospettiva iniziatica dei misteri eleusini è il suo carattere sapienziale. Da questo punto di vista, la contemplazione dei segreti di Demetra e di suo figlia Persefone – che a sua volta condurrebbe all’immortalità dell’anima, o alla sopravvivenza di sé dopo la morte – non è un’esperienza soltanto di tipo performativo, ma anche filosofico. Le due dimensioni saranno del resto mescolate da Aristotele nel trattato Sulla filosofia. Stando a un passo del testo parafrasato da Plutarco, il filosofo concepiva del resto il mondo come un grande spettacolo che l’essere umano deve conoscere e a cui la filosofia lo inizia. Unendo a tale prospettiva quanto è detto da Michele Psello, ossia che l’illuminazione ricavata da questa esperienza è «di tipo misterico e simile alle iniziazioni di Eleusi (dove infatti chi veniva iniziato alle visioni riceveva un’impronta, ma non un insegnamento)», ecco che di colpo si ricava l’interessante prospettiva ibrida che vuole che teatro, conoscenza e mistica non siano troppo diverse. Esse sono tre nomi che indicano la stessa esperienza di fuoriuscita da sé e di accesso al contatto con l’ignoto, col mistero insondabile.

Eleusi, Eschilo e Aristotele parlerebbero allora con diverso linguaggio delle stesse cose. Le sole differenze rilevanti riguardano il modo in cui entrano in relazione più o meno conflittuale. Eschilo osò parlare della filosofia dei misteri di Eleusi col teatro e fu accusato di empietà. Aristotele provò a descrivere la conoscenza in termini teatrali e iniziatici, arrivando a una sintesi armonica e plausibile.

Enrico Piergiacomi 

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L’eroe Eleusi, da cui prende nome la città, secondo alcuni era figlio di Ermes e di Daira, figlia di Oceano, secondo altri Eleusi ebbe come padre Ogigo. (…) Un sogno però mi ha proibito di descrivere quanto si trova all’interno delle mura del santuario [di Eleusi], ed è chiaro che ai non iniziati non è lecito conoscere neppure indirettamente quelle cose dalla cui vista sono esclusi (Pausania, Guida della Grecia, libro I, cap. 38, § 7 = fonti A15 e F6 Scarpi)

 

In una battaglia tra Eleusinii e Ateniesi morì Eretteo, re di Atene, e morì Immarado, figlio di Eumolpo; posero termine alla guerra a queste condizioni, che gli Eleusinii, soggetti per il resto in tutto agli Ateniesi, avessero sotto il loro controllo la celebrazione dei riti iniziatici (Pausania, Guida della Grecia, libro I, cap. 38, § 3 = fonti A15 e C3 Scarpi)

 

Quando io mi accingevo ad andare avanti con questo discorso e a trattare quanto, degno di essere illustrato, presenta il santuario di Atene detto Eleusinio, fui trattenuto da una visione onirica; mi volgerò dunque a ciò che è lecito diffondere fra tutti per iscritto (Pausania, Guida della Grecia, libro I, cap. 14, § 3 = fonti F5 Scarpi)

 

E raggiunsero Elio, che vigila sugli dèi e sugli uomini; / si fermarono dinanzi ai suoi cavalli, e lo interrogò la divina tra le dee: / «Elio, tu almeno abbi rispetto per una dea, quale io sono, se mai / per le mie parole o i miei fatti fui gradita al tuo cuore e al tuo animo. / La figlia che ho generato, mio dolce germoglio, dal volto luminoso [ … ] / ho udito il suo alto grido attraverso il limpido etere, / come se subisse violenza: ma non l’ho vista coi miei occhi. / Ma poiché tu certo, su tutta la terra e sul mare / dall’etere divino guardi coi tuoi raggi. / sinceramente dimmi se mai hai veduto / chi la mia figlia diletta ha preso a forza, contro il suo volere, mentre ero lontana, / ed è fuggito: sia uno degli dèi, o degli uomini mortali». / Così parlò: e a lei rispondeva il figlio d’Iperione: / «Demetra augusta, figlia di Rea dalle belle chiome, / tu lo saprai: io, infatti, profondamente ti rispetto e ti compiango, / angosciata come sei per la figlia dalle agili caviglie. Nessun altro / fra gl’immortali è responsabile, se non Zeus adunatore di nembi, / che l’ha destinata, perché sia detta sua sposa fiorente, / a suo fratello, Ade: e questi giù nella tenebra caliginosa / la trascinò con i suoi cavalli, dopo averla rapita, mentre ella gridava a gran voce. / Ma tu, o dea, metti fine al tuo pianto copioso: non conviene / che tu serbi così, senza motivo, un rancore inesorabile. Non è indegno di te, / come genero, fra gl’immortali, Aidoneo signore di molti uomini, / tuo fratello, tuo germano: il suo dominio / egli ha ottenuto quando, all’origine, si fece la divisione in tre parti; / e abita fra coloro di cui gli toccò essere il sovrano». / Dopo aver parlato così, incitò i cavalli: ed essi al suo richiamo / celermente tiravano il carro veloce, come uccelli dalle ali distese; / ma nel cuore: della dea penetrava un dolore più profondo e struggente. / E, in seguito, adirata contro il figlio di Crono, dalle nere nubi, / abbandonando il consesso degli dèi e il vasto Olimpo, / andava tra le città degli uomini e i pingui campi, / celando il suo aspetto, per molto tempo: né alcuno degli uomini / e delle donne dalla vita sottile la riconobbe incontrandola, / fin quando ella giunse alla casa del saggio Celeo, / che era allora il signore di Eleusi fragrante d’incenso. / Sedeva lungo la strada, afflitta nel cuore, / al pozzo Partenio, cui gli abitanti della città attingevano l’acqua, / all’ombra: su di lei si allargava la chioma di un olivo (Omero, Inno a Demetra, vv. 62-100 = fonte A1 Scarpi)

 

Ma Demetra apportatrice di messi, dai magnifici doni, / non volle sedersi sul trono risplendente, / e ristette in silenzio, abbassando i begli occhi, / finché l’operosa Iambe ebbe disposto per lei / un solido sgabello, gettandovi sopra una candida pelle. / Là ella sedeva, e con le mani si tendeva il velo sul volto; / e per lungo tempo, tacita e piena di tristezza, stava immobile / né ad alcuno rivolgeva parola o gesto, sul seggio, / ma senza sorridere, e senza gustare cibi o bevande, / sedeva, struggendosi per il rimpianto della figlia dalla vita sottile: / finché coi suoi motteggi l’operosa Iambe, / scherzando continuamente, indusse la dea veneranda / a sorridere, a ridere, e a rasserenare il suo cuore (Omero, Inno a Demetra, vv. 192-204 = fonte A1 Scarpi)

 

Diceva infatti che non sarebbe più ritornata all’Olimpo odoroso / e non avrebbe consentito che crescessero i frutti della terra, / prima di aver veduto coi suoi occhi la figlia dal bel volto. / E quando ebbe udito queste cose, Zeus dal tuono profondo, che vede lontano, / inviò all’Erebo l’uccisore di Argo, dal caduceo d’oro, / affinché convincendo Ade con abili parole / la veneranda Persefone fuori dalla tenebra densa / conducesse alla luce del giorno, fra gli dèi, e così la madre / rivedendola coi suoi occhi, ponesse fine all’ira (Omero, Inno a Demetra, vv. 331-339 = fonte A1 Scarpi)

 

E pure i maialini sono gettati nelle fosse a causa della loro prolificità, perché siano simbolo della generazione dei frutti della terra e degli uomini, quale segno di riconoscenza verso Demetra perché, procurando i frutti demetriaci, civilizzò il genere umano. Dunque, la prima parte del discorso (fondante) di questa festa è mitica, la seconda è naturalistica. Inoltre le feste si chiamano Tesmoforie perché Demetra è denominata Tesmoforci, in quanto stabilisce le leggi ovvero le norme consuetudinarie, in base alle quali gli uomini debbono provvedere al nutrimento e produrlo (Anonimo, Scolio a Luciano «Dialogo delle cortigiane», cap. 2, § 1 = fonte D21 Scarpi)

 

Dopo di queste vi sono < i piccoli misteri che hanno il proposito di fornire un insegnamento e una preparazione ai misteri futuri, mentre i grandi misteri ri- < guardano il tutto e in essi non si tralascia più di apprendere, contemplare e pensare la natura delle cose (Clemente di Alessandria, Stromati, libro V, cap. 11, § 70, sezione 1 = fonte B10 Scarpi)

 

Nelle feste di Demetra sacrificavano dei maialini e ne consumavano la carne nelle Tesmoforie; sacrificavano l’animale in onore di Demetra e Core. Sacrificavano il maialino anche nei misteri in onore di Dioniso e di Demetra, perché danneggia le messi di Demetra e le piante di Dioniso (Tzetzes, Commento alle «Rane» di Aristofane, v. 338 = fonte D18 Scarpi)

 

Certamente il fatto più grande e divino è che soltanto la celebrazione di questa solenne festa aveva luogo in un unico edificio; la massa dei cittadini e l’area dell’Eleusinio coincidevano. Chi mai non sarebbe stato reso felice dalla vista delle statue, dei dipinti e degli ornamenti sparsi tutt’intorno e perfino negli incroci, senza inoltre parlare della conoscenza dei riti più venerabili? Il vantaggio che discende dalla festa, però, non consiste solamente nella letizia legata al presente, né nella soluzione delle difficoltà del passato e neppure nel liberarsene, ma anche nel nutrire le più dolci speranze intorno alla morte, nel godere di un’esistenza migliore e nel non essere relegati nelle tenebre e nel pantano, che invece attendono i non iniziati (Elio Aristide, Orazione per Eleusi, p. 421 = fonte G10 Scarpi)

 

Baubò ospita Demetra e le offre il ciceone; quella però rifiuta di accettarlo e non vuole berlo, perché era in lutto. Baubò se ne rattrista profondamente, sentendosi disprezzata e allora scopre i genitali e li esibisce alla dea. Demetra si ralllegra alla loro vista e infine, pur a stento, accetta la bevanda, compiaciuta dello spettacolo (Clemente di Alessandria, Protrettico, cap. 20, § 3 = fonte A5 Scarpi, trad. modificata)

 

Agli Efesini piacque di riconoscere onorificenze a Dercilo, figlio di Autolico, di Agnunte, e di cingerlo di una corona d’oro dal valore di 500 dracme, e di organizzare l’incoronazione a Eleusi, dentro il teatro dove hanno luogo le rappresentazioni tragiche (Decreto degli Eleusini in onore dello stratega Dercilo, figlio di Autolico, di Agnunte, edizione di Jean-Christophe Couvenhes, Le stratège Derkylos, fils d’Autoklès d’Hagnous et l’éducation des “paides” à Éleusis, in «Cahiers du Centre Gustave Glotz», 9, 1998, p. 68, linee 5-11; trad. mia)

 

Demetra e Core sono ormai divenute il soggetto di un dramma misterico ed Eleusi ne celebra, con le fiaccole e le peregrinazioni, il rapimento e il lutto (Clemente di Alessandria, Protrettico, cap. 12, § 2 = fonte D44 Scarpi, trad. modificata)

 

La maggioranza dei Greci, dunque, ha attribuito a Dioniso, ad Apollo, a Ecate, alle Muse e a Demetra – per Zeus! – l’intera dimensione orgiastica e quella bacchica, quella della danza corale e quella misterica relativa ai riti iniziatici; chiamano Iacco Dioniso come pure l’archegete dei misteri, il démone di Demetra. Le dendroforie, le danze corali e i riti iniziatici sono comuni a questi dèi; quanto alle Muse e ad Apollo, le prime presiedono alle danze corali, il secondo presiede a queste e alle pratiche mantiche; ministri… di Demetra sono gli iniziati, i daduchi e gli ierofanti, di Dioniso i Sileni, i Satiri, i Titiri, le Baccanti, le Lenai, le Tiadi, le Mimalloni, le Naiadi e quelle che chiamiamo Ninfe (Strabone, Geografia, libro X, cap. 3, § 10 = fonte E1 Scarpi)

 

Per prima cosa, infatti, bisogna deporre la rozzezza, e contemplare i piccoli misteri prima dei grandi, e danzare prima di essere daduco, ed essere daduco prima che ierofante (Sinesio, Dione, cap. 10 = fonte E18 Scarpi)

 

“Gephyris”: una prostituta sul parapetto del ponte… per altri non si tratta di una donna, ma di un uomo incappucciato che, standosene là seduto nel corso dei misteri di Eleusi, indirizza battute grossolane verso i cittadini illustri, indicandoli per nome (Esichio, Lessico di tutte le parole, voce Gephyris = fonte D36 Scarpi)

 

Le donne ateniesi, mentre si recavano su dei carri a celebrare i misteri, si scambiavano ingiurie, e queste erano dette «le ingiurie dal carro». Si ingiuriavano l’una con l’altra in quanto si credeva che, quando Demetra giunse per la prima volta a Eleusi alla ricerca di Core, in preda all’angoscia, Iambe, la serva di Celeo e Metanira, coprendola di vituperi, la spinse a sorridere, facendole anche condividere il cibo, che era il ciceone, ovvero farina macinata fine, impastata con acqua e bollita (Tzetzes, Commento al «Pluto» di Aristofane, v. 1013 = fonti A7 e D38 Scarpi)

 

Infatti le donne ateniesi andavano ai grandi misteri di Eleusi trasportate su dei carri; si deve sapere che, mentre esse erano trasportate sui carri, quando si recavano a celebrare i misteri di Eleusi, cioè i grandi misteri, lungo la strada si scambiavano ingiurie… (Tzetzes, Commento al «Pluto» di Aristofane, v. 1014 = fonte D37 Scarpi)

 

Il poeta tragico Eschilo era Ateniese di natali, del demo di Eleusi, figlio di Euforione, fratello di Cinegiro, discendente di una famiglia di estrazione nobile (Anonimo, Vita di Eschilo, cap. 1, § 1 = Eschilo, T1 Radt; trad. mia)

 

Si potrebbe ignorare ciò che si fa; per esempio dicono di essere caduti in un lapsus parlando, oppure di non sapere che erano cose indicibili, come Eschilo a proposito dei misteri (Aristotele, Etica Nicomachea, libro III, passo 1111a8-10 = fonte F24 Scarpi; Eschilo, T93a Radt)

 

«Come Eschilo a proposito dei misteri»: Pare che Eschilo abbia resi pubblici alcuni aspetti dei misteri nelle tragedie Le lanciatrici con l’arco, Le sacerdotesse, Sisifo che rotola il masso, Ifigenia e Edipo. In tutte queste opere, parlava di Demetra e dava l’impressione di alludere a quei misteri con eccessiva minuziosità. Anche Eraclide Pontico dice su Eschilo, nel libro I del Su Omero, che egli rischiò di essere ucciso sulla scena, perché parve aver rivelato un qualche segreto dei misteri. Ciò sarebbe accaduto, se non se ne fosse accorto in tempo e non avesse preso rifugio presso l’altare di Dioniso. Quando i membri dell’Areopago lo convocarono, informandolo che sarebbe stato anzitutto processato, si dice che egli fu portato davanti al tribunale e venne assolto, perché i giudici lo lasciarono andare tenendo soprattutto conto delle imprese compiute durante la battaglia di Maratona. Suo fratello Cinegiro venne infatti privato di una mano e lo stresso Eschilo riportò numerose ferite, oltre ad essere ricondotto indietro su di una barella (Anonimo, Commentario all’«Etica Nicomachea» di Aristotele, p. 145 = Eschilo, T93b; Eraclide Pontico, fr. 97 Schütrumpf; trad. mia)

 

Ne deriva che non è soggetto a giudizio l’atto involontario, che può avvenire in due modi, o per ignoranza o per necessità. In effetti come potresti esprimere un verdetto su quelli che, come si suol dire, peccano in modo involontario? O uno ha perduto la conoscenza di se stesso, come Cleomene e Atamante che diventarono folli; o non sa quel che fa, come Eschilo, che propalò sulla scena i misteri e fu citato in giudizio all’Areopago, ma fu assolto, perché dimostrò che non era iniziato (Clemente di Alessandria, Stromati, libro II, cap. 14, § 60, sezioni 1-2 = Eschilo, T93d Radt; trad. Pini)

 

Il tragediografo Eschilo veniva processato per empietà a causa di un suo dramma. Quando gli ateniesi erano ormai pronti a lapidarlo, Aminia, fratello minore di Eschilo, aprì il mantello e mostrò il braccio privo della mano: l’aveva perduta a Salamina, dove si era coperto di gloria e aveva avuto il primo posto fra gli ateniesi premiati per il loro eroismo. Quando i giudici videro la mutilazione di Aminia, si rammentarono delle sue gesta e lasciarono libero Eschilo (Claudio Eliano, Storie varie, libro V, cap. 19 = Eschilo, T94 Radt; trad. Wilson)

 

Ed [Edipo] pronunciò suppliche nel tempio delle dee Demetra e Atena Polias… (Anonimo, Scolio all’«Odissea» di Omero, libro XI, v. 271 = Eschilo, p. 288 Radt)

 

[Teseo] collaborò anche con Adrasto nel recupero dei morti durante la guerra tebana, non vincendo i Tebani in battaglia, come scrisse Euripide, bensì convincendoli e stringendo dei patti. (…) Si mostrano ad Eleutere le sepolture della maggior parte dei soldati, a Eleusi invece quelle dei capi, e anche questo favore fece Teseo ad Adrasto. Smentiscono le Supplici di Euripide anche le Eleusinie di Eschilo, nelle quali si introduce Teseo a dire tali fatti (Plutarco, Vita di Teseo, cap. 29, § 3 = Eschilo, p. 175 Radt; trad. Morani-Morani)

 

Eschilo poi… fu l’inventore del decoro e della maestosità della veste, a cui gli ierofanti e i daduchi [dei misteri eleusini] hanno cercato di adeguarsi nel loro abbigliamento (Ateneo di Naucrati, I sofisti al banchetto, libro I, cap. 39 = Eschilo, testimonianza 103 Radt)

 

Il mondo è un tempio santissimo e del tutto degno di Dio. L’uomo vi è introdotto per mezzo della nascita non come spettatore di statue fatte con la mano dell’uomo e immobili, ma di realtà quali ha manifestate un divino intelletto come imitazioni sensibili degli intellegibili, dice Platone, e aventi innato un principio di vita e di movimento cioè il sole, la luna, gli astri, i fiumi che scaricano sempre novella acqua, la terra che fa sbocciare alimenti per le piante e per gli animali. La vita, poiché è un’iniziazione a queste realtà e un perfettissimo rito misterico, dev’essere ricolma di una positiva serenità e di gioia … In queste feste noi sediamo con religioso silenzio in atteggiamento dignitoso; infatti nessuno si lamenta nel momento dell’iniziazione né geme quando contempla le feste pitiche o quando beve alle Cronie. Invece quelle feste che Dio regge e nelle quali egli ci inizia, gli uomini le contaminano in quanto vivono in massima parte fra lamenti, irritazioni e travagliosi affanni. (Plutarco, Sulla tranquillità d’animo, passo 477C7-E3 = Aristotele, Sulla filosofia, fr. 14 Untersteiner)

 

Come ritiene Aristotele, gli iniziati non devono apprendere ma patire e trovarsi in una certa disposizione, evidentemente perché vi sono già predisposti. (…) L’insegnamento e l’iniziazione. Il primo è raggiunto dagli uomini per mezzo dell’udito, la seconda perché la mente stessa subisce l’illuminazione. Ciò fu anche chiamato da Aristotele di tipo misterico e simile alle iniziazioni di Eleusi (dove infatti chi veniva iniziato alle visioni riceveva un’impronta, ma non un insegnamento) (Michele Psello, Annotazioni su Giovanni Climaco, cap. 6 = fonte E26 Scarpi; Aristotele, Sulla filosofia, fr. 16 Untersteiner)

 

[Le fonti su Eleusi e sui suoi misteri sono raccolte in Paolo Scarpi (a cura di), Le religioni dei misteri. Volume I: Eleusi, Dionisismo, Orfismo, Milano, Fondazione Lorenzo Valla, 2002. Salvo dove diversamente indicato, le traduzioni sono degli studiosi citati dal curatore. Le altre raccolte o traduzione usate sono:

  1. Eckart Schütrumpf (ed.), Heraclides of Pontus. Texts and Translations, London and New York, Routledge, 2008;
  2. Giovanni Pini (a cura di), Clemente di Alessandria: Gli Stromati. Note di vera filosofia, Milano, Edizioni Paoline, 2006;
  3. Giulia Morani, Moreno Morani (a cura di), Eschilo: Tragedie e frammenti, Torino, UTET, 1987;
  4. Mario Untersteiner (a cura di), Aristotele: Della filosofia, Roma, Edizioni di storia e letteratura, 1963;
  5. Nigel Wilson (a cura di), Eliano: Storie varie, Milano, Adelphi, 1996;
  6. Stefan Radt (ed.), Tragicorum Graecorum Fragmenta. Vol. 4: Aeschylus, Göttingen, Vandenhoeck & Ruprecht, 1985]
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Enrico Piergiacomi
Enrico Piergiacomi è cultore di storia della filosofia antica presso l’Università degli Studi di Trento e ricercatore presso il Centro per le Scienze Religiose della Fondazione Bruno Kessler di Trento. Studioso di filosofia antica, della sua ricezione nel pensiero della prima età moderna e di teatro, è specialista del pensiero teologico e delle sue ricadute morali. Supervisiona il "Laboratorio Teatrale" dell’Università degli Studi di Trento e cura la rubrica "Teatrosofia" (https://www.teatroecritica.net/tag/teatrosofia/) con "Teatro e Critica". Dal 2016, frequenta il Libero Gruppo di Studio d’Arti Sceniche, coordinato da Claudio Morganti. È co-autore con la prof.ssa Sandra Pietrini di "Büchner, artista politico" (Università degli Studi di Trento, Trento 2015), autore di una "Storia delle antiche teologie atomiste" (Sapienza Università Editrice, Roma 2017), traduttore ed editor degli scritti epicurei del professor Phillip Mitsis dell'Università di New York-Abu Dhabi ("La libertà, il piacere, la morte. Studi sull'Epicureismo e la sua influenza", Roma, Carocci, 2018: "La teoria etica di Epicuro. I piaceri dell'invulnerabilità", Roma, L'Erma di Bretschneider, 2019). Dal 4 gennaio al 4 febbraio 2021, è borsista in residenza presso la Fondazione Bogliasco di Genova. Un suo profilo completo è consultabile sul portale: https://unitn.academia.edu/EnricoPiergiacomi

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