Due icone del sogno. Calderón e Lenz

Due creazioni di Lenz, Altro stato e Hipógrifo violento, entrambi ispirati a La vita è sogno di Calderón. Visti a Parma il 10 ottobre 2020 presso Lenz Teatro.

Altro stato. Foto Maria Federica Maestri.

La reclusione forzata  che stiamo vivendo ci costringe a immaginare e sognare che cosa faremo, dopo essere tornati a uno stato di maggiore libertà. In questo giusto desiderio, si annida però un potenziale pericolo. Come il personaggio di Sigismondo de La vita è sogno di Calderón de la Barca, potremmo a quel punto forse sfogare all’esterno frustrazioni e pulsioni represse, senza alcun intento costruttivo. Per evitare questa deriva occorre dunque prepararsi a comportarci bene. Forse l’arte può aiutarci a responsabilizzarci di più e a vivere meglio tra gli altri, con gli altri.

Benché andati in scena più di un mese fa, i due “assoli teatrali” di Lenz Fondazione, ispirati alla sopra citata La vita è sogno di Calderón de la Barca (Altro stato e Hipógrifo violento), sono forse un potenziale esempio di questa estetica responsabilizzante. Entrambi i lavori sono due parti di un trittico collocato all’interno del progetto Il Passato Imminente, di cui l’installazione Flowers Like Stars? (che non ho avuto modo di vedere) rappresenta la terza. Pur essendo nati dall’adattamento del testo di uno stesso autore e dalla poetica di un’identicaensemble, i due lavori hanno caratteri diversi, se non quasi contraddittori. Essi restituiscono due idee differenti su che cosa significhi “sognare” e su dove il sogno conduca il sognatore che è caduto tra le sue spire.

Altro stato. Foto Maria Federica Maestri.

Altro stato concentra l’azione nel corpo dell’«attrice sensibile» Barbara Voghera, che recita al contempo la parte del principe Sigismondo e di Clarino, servo di Rosaura. Nell’originale di Calderón, i due personaggi sono imprigionati in una torre per scontare una colpa. Sigismondo è chiuso all’interno per impedirgli di assecondare la natura malvagia che ha ricevuto dal fato. Clarino è invece imprigionato in seguito. Dopo esser stato addormentato e risvegliatosi principe della Polonia, Sigismondo commette di fronte agli occhi di Clarino le nefandezze che il fato aveva profetizzato, malgrado i tentativi degli altri personaggi di renderlo migliore. La colpa di Clarino coincide con un eccesso di sapere: ha conosciuto il fallimento della correzione e della bontà, dunque va segregato per non rivelare questa amara verità.

Hipógrifo violento. Foto Maria Federica Maestri

L’adattamento di Lenz fa coincidere queste due figure, mostrando che a loro volta esse sono il “doppio” inquietante di un’entità invisibile, evocato dalle imagoturgie di Francesco Pititto – ossia, da immagini che non fungono da semplice scenografia, bensì che invadono la scena e sono elemento essenziale in quasi tutte le creazioni dell’ensemble. Mentre Voghera interpreta tanto Sigismondo che si chiede se agisce in modo libero, quanto Clarino che crede nella libertà, lo spettatore vede rappresentato sullo sfondo una marionetta mossa da fili invisibili. L’attrice ne diventa essa stessa gradualmente una: l’invisibile si tramuta in visibile, la metafisica in fisica. Il dispositivo imagoturgico (secondo la definizione di Lez) suggerisce una complessa dialettica in atto. Il padrone si crede servo e il servo padrone, ma le loro credenze sono effetti dei filamenti del fato. Questa situazione si mantiene, però, fino al momento in cui i due personaggi non scoprono di vivere in una dimensione onirica e arrivano a rovesciarsi nel loro contrario. Sigismondo apprende che la vita forse è un sogno e riesce finalmente ad agir bene. Temendo di ritrovarsi al suo risveglio di nuovo in prigione, infatti, egli favorisce la bontà perché capisce che il bene compiuto non va perso, a prescindere che sia fatto da sveglio o nel sonno. Clarino invece vede la sua libertà infrangersi, quando decide di fuggire dalla morte e senza volerlo la insegue (nel testo originale, egli non partecipa alla battaglia che Sigismondo intraprende per conquistare il trono ed è ucciso da un soldato che lo sorprende nel suo nascondiglio).

Hipógrifo violento. Foto Maria Federica Maestri

Voghera, che riunisce entrambi i personaggi e dà voce ora all’uno ora all’altro, raggiunge una sintesi estrema. Ella riconosce che il sogno è più forte sia del fato che della libertà. La sua azione scenica non dà ragione né a Sigismondo, né a Clarino, bensì li trascende e contempla la «frenesia» della vita, libera servi e padroni, con la stessa rapidità di una visione onirica che muta forma di colpo, o di un’attrice che cambia improvvisamente ritmo.

Il sogno di Altro stato è dunque di carattere pacificante, perché costituisce un tramite per l’emancipazione e il miglioramento. Sognare è passare all’«altro stato» del bene che non è meno illusorio del male, ma fa passare a una vita più dolce e tranquilla.

Di altra caratura è Hipógrifo violento. Anche qui c’è l’assolo di un’attrice (Sandra Soncini) che riunisce due opposti: l’uomo e la donna, Sigismondo e Rosaura. Stavolta però non siamo davanti alla visione onirica che ricompone l’opposizione nell’unità del sogno. L’opera trae ispirazione dai versi di apertura de La vita è sogno («Ippogrifo violento, / che hai galoppato in gara con il vento»), con cui Rosalba maledice il cavallo che l’ha disarcionata e condotta con foga davanti alla torre in cui è rinchiuso Sigismondo. Sulla scia di alcuni studi che leggono in questa immagine un emblema dell’intero dramma di Calderón, o il simbolo della velocità e caoticità con cui la vita-sogno trasforma ogni cosa senza logica (si legga C. Samonà, Ippogrifo violento. Studi su Calderón, Lope e Tirso, Milano, Garzanti, 1990, pp. 27-108), Lenz Fondazione suggerisce che il teatro sia uno spazio che rispecchia tale dimensione. Il cavallo è un simbolo del sogno che guida le azioni contraddittorie, volubili e appunto violente di Rosaura, che Soncini incarna nel suo agire scenico.

Hipógrifo violento. Foto Maria Federica Maestri

Come Rosaura cambia identità sessuale tre volte nel corso del dramma (prima cavaliere, poi dama di compagnia, infine monstrum uomo-donna che porta armi maschili e indossa vesti femminili), così l’attrice muta tre volte il suo aspetto fisico. Ora indossa un’armatura, ora si denuda, ora indossa un abito in lattice che insieme rivela e nasconde la sua femminilità. Come La vita e sogno cambia continuamente luogo dell’azione (torre à reggia à campo di battaglia), così la scena di Hipógrifo violento non resta mai identica. Ogni volta che Soncini muta identità sessuale, ella del resto trasforma lo spazio, qui costituito da cinque grandi travi di metallo che sostengono dei cuscini e che ora sono simmetrici, ora accavallati alla rinfusa, ora buttati a caso sul pavimento. Infine, come Rosaura/Soncini cambia il proprio “io” insieme allo spazio che attraversa, così stravolge anche la qualità delle sue azioni: confuse e dubbiose quando è cavaliere, prudenti e scrutatrici quando è dama, aggressive e propulsive quando si tramuta nel monstrum maschio/femmina. Nulla permane, tutto è in moto. Il sogno stesso non sembra avere un limite, e potrebbe continuare all’infinito raggiungendo nuove combinazioni identitarie, spaziali, attive.

Altro stato. Foto Maria Federica Maestri

Ci troviamo allora in una concezione disordinata del sogno, che non rassomiglia affatto l’idea pacificante di Altro stato. La conciliazione mostrata come possibile in quest’ultimo risulta essere irrealizzabile nell’assolo di Hipógrifo violento. Rosaura non trova il bene preferibile al male, né pensa che agire virtuosamente in sogno sia comunque migliore che farlo viziosamente. Ella anzi spesso cede alle pulsioni violente che i sogni portano con sé, per esempio quelle che la spronano alla battaglia e all’abbandono al caos. “Sognare” significa qui concedersi all’arbitrio, lasciare che ogni identità, ogni spazio, ogni azione vengano deturpati fino a risultare irriconoscibili.

Sembra allora che i due assoli di Lenz Fondazione si tengano lontani da una facile soluzione. Il sogno è un “puro neutro”, o una realtà che sembra essere buona/pacifica e cattiva/caotica nello stesso tempo. Ci addentriamo insomma dentro la dimensione dell’«enigma». Se Lenz dà due rappresentazioni contraddittorie della dimensione onirica, è perché la dimensione onirica è di per sé contraddittoria. Anche il sogno sembra dunque essere un sogno: anch’esso muta funzione e fisionomia, a seconda della persona che si trova “qui e ora” a sognarlo.

Enrico Piergiacomi

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Enrico Piergiacomi
Enrico Piergiacomi è cultore di storia della filosofia antica presso l’Università degli Studi di Trento e ricercatore presso il Centro per le Scienze Religiose della Fondazione Bruno Kessler di Trento. Studioso di filosofia antica, della sua ricezione nel pensiero della prima età moderna e di teatro, è specialista del pensiero teologico e delle sue ricadute morali. Supervisiona il "Laboratorio Teatrale" dell’Università degli Studi di Trento e cura la rubrica "Teatrosofia" (https://www.teatroecritica.net/tag/teatrosofia/) con "Teatro e Critica". Dal 2016, frequenta il Libero Gruppo di Studio d’Arti Sceniche, coordinato da Claudio Morganti. È co-autore con la prof.ssa Sandra Pietrini di "Büchner, artista politico" (Università degli Studi di Trento, Trento 2015), autore di una "Storia delle antiche teologie atomiste" (Sapienza Università Editrice, Roma 2017), traduttore ed editor degli scritti epicurei del professor Phillip Mitsis dell'Università di New York-Abu Dhabi ("La libertà, il piacere, la morte. Studi sull'Epicureismo e la sua influenza", Roma, Carocci, 2018: "La teoria etica di Epicuro. I piaceri dell'invulnerabilità", Roma, L'Erma di Bretschneider, 2019). Dal 4 gennaio al 4 febbraio 2021, è borsista in residenza presso la Fondazione Bogliasco di Genova. Un suo profilo completo è consultabile sul portale: https://unitn.academia.edu/EnricoPiergiacomi

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