Marie Chouinard dalla Biennale. L’Italia investa nella danza e nei giovani talenti

L’ultimo capitolo di Marie Chouinard a Venezia. Intervista con la coreografa e direttrice artistica della sezione Danza della Biennale.

Ancora non è noto chi dirigerà le prossime edizioni di Biennale Danza, ma quella che sta per iniziare dovrebbe a tutti gli effetti essere l’ultima edizione diretta dalla coreografa canadese Marie Chouinard. L’abbiamo intervistata qualche settimana fa in vista dell’inizio della XIV edizione del Festival Internazionale di Danza Contemporanea della Biennale di Venezia che si svolgerà dal 13 al 25 ottobre 2020. Quest’anno i premi saranno consegnati a La Ribot, che riceverà il Leone d’Oro e a Claudia Castellucci che riceverà, invece, il Leone d’Argento.

Foto La Biennale

Da direttrice artistica, come sono evoluti i suoi desideri durante la sua direzione della Biennale Danza?

Non credo di essere evoluta, sono la stessa persona da quando sono nata. Credo che siamo così, noi umani, più o meno simili da miliardi di anni. Non credo che si evolva particolarmente, sfortunatamente! Non vedo un’evoluzione, né ci credo. In ogni caso, non vedo evoluzione né nei miei confratelli né nelle mie consorelle, gli esseri umani. Nemmeno nella storia vedo una vera e propria evoluzione, dunque non saprei troppo rispondere a questa domanda. Anche quando comincio una nuova creazione coreografica, non approccio le cose attraverso l’angolo storico degli uomini e delle donne. Approccio le cose in maniera ciclica, non attraverso una linea orizzontale che va unicamente in una direzione.

Si tratta quindi, piuttosto, di un movimento di “approfondimento” che lei riconosce al lavoro?

Sì, parlerei piuttosto di un movimento di apertura pluridirezionale e, allo stesso tempo, di approfondimento. È qualcosa che pulsa verso l’esterno, con dei ritorni verso l’interno…

foto di Marie Chouinard

Le pratiche somatiche hanno nutrito il suo approccio verso la danza?

Certo, approcciare la vita a partire da qualcosa che è veramente sentito nel corpo, e dalla sua intelligenza, è qualcosa che mi corrisponde completamente. È un modo attraverso il quale riesco a sentire un legame con ciò che sta sullo sfondo e con l’essenza delle cose, piuttosto che con la storia o con una cronologia.

Qual è il suo rapporto con Venezia e il suo territorio? In questo periodo particolare, si è parlato in tutto il mondo di Venezia e dei suoi canali che, durante la quarantena, hanno ritrovato la trasparenza delle proprie acque, una trasparenza che è sembrata apparire quasi come il riflesso del momento storico che attraversa l’umanità…

Quello che mi ha sempre affascinata è innanzitutto la qualità della luce di Venezia. A volte, mi si fa notare che ci sono anche i monumenti, ma confesso che non ci faccio molta attenzione. Credo che sia soprattutto una città da vedere per la sua luce. Aver lavorato per quattro anni a Venezia ha significato per me sentirmi commossa, ogni volta che ci torno, per la sua luce.

Quale rapporto sente tra Venezia e la danza?

Non ho sentito un rapporto particolare tra Venezia e la danza. Il solo che mi viene in mente è quello per cui ci sono stati eventi di danza in esterno, sulle piazze pubbliche accessibili ai passanti. Non sento che Venezia “danzi”. Non sento questo nelle persone. Non ho questa sensazione. Per esempio, New York ha un quid rispetto alla danza, perché c’è una frenesia diffusa, ma in effetti è molto raro che io associ una città alla danza. Montreal la sento da sempre come uno spazio di libertà per la danza, credo che questo venga dal fatto che non abbiamo delle reali frontiere. L’unico confine che abbiamo è quello con gli Stati Uniti, a sud, ma se ci si sposta verso Nord si può proseguire fino al polo, senza frontiere. E per questo ci sentiamo liberi, senza limiti. A Montreal siamo anche molto liberi rispetto alla storia, perché la nostra storia è molto giovane e dunque non c’è il peso di una cultura del passato sulle nostre spalle. In questo senso ho sempre sentito Montreal come una città che facilita la creazione artistica. E in particolare per la danza, perché ci sono molti spazi. In passato ho vissuto a Berlino. In tre mesi il mio studio di danza si era trasformato in studio di pittura, dunque credo che se fossi rimasta a Berlino non sarei diventata coreografa, ma pittrice o musicista. Una delle due. All’epoca Berlino era circondata dalle mura, una caratteristica che forse non agevolava la danza. In ogni caso, rispetto a Venezia ho delle sensazioni legate non tanto alla danza, ma a una poesia, piuttosto, che entra in dialogo con tutte le forme artistiche.

Che cosa auspica per le prossime edizioni della Biennale Danza? Che cosa immagina, o desidera, che possa avvenire dopo la sua direzione?

Spero che la prossima direttrice avrà grande libertà, carta bianca. Spero che potrà portare la sua visione, in maniera completamente libera. Spero che questa libertà che ci viene data dalla Biennale possa continuare in futuro.

La Ribot – Panoramix. Foto La Biennale

Ha avuto piena libertà nella progettazione delle sue edizioni di Biennale Danza?

Si, il presidente Paolo Baratta mi dava carta bianca. Certamente gli ho sempre presentato le mie scelte, ma sentivo che avevo grande libertà come creatrice del festival. Ho sempre apprezzato che questo mi fosse permesso. Tra l’altro, quando si dirige il festival si è anche direttori del College della stessa disciplina. Dunque, avevo immediatamente notato che si trattava di un College dedicato agli interpreti della danza (l’art de l’interpretation, ndr). Ho quindi fatto notare al presidente Paolo Baratta che bisognava che aprissimo un altro College dedicato ai coreografi, attraverso il quale invitare i coreografi a creare offrendo loro la possibilità di lavorare con un piccolo gruppo di danzatori professionisti. Immediatamente ha acconsentito. Sono quindi molto felice di aver potuto portare l’arte della coreografia, mentre prima era presente solo l’arte dei danzatori. D’altronde, è stato proprio Paolo Baratta a volere l’istituzione della sezione Danza alla Biennale di Venezia nel 1999. Trovo ammirevole questa scelta, soprattutto in Italia, un Paese che non mi sembra supportare molto la danza. È importante che la Biennale abbia voluto fare un atto forte, politico, per sostenere la danza.

Dopo questa risposta non posso fare altro che chiederle che cosa ha percepito della danza contemporanea italiana?

Ci sono due visioni diverse: gli artisti della danza italiani che sono espatriati e coloro che risiedono in Italia. Non ho fatto ricerche approfondite, ma la mia percezione è che gli italiani che vivono in Italia non siano veramente incoraggiati alla creazione coreografica dalle strutture, e che non godano di grande supporto. Ho notato che gli artisti lavorano in piccoli gruppi, isolati. Non mi pare esserci una volontà politica, a livello nazionale, volta al supporto della danza.

Claudia Castellucci. Biennale Danza 2016

Lei pensa che la Biennale, grazie al settore Danza, potrebbe quindi iniettare risorse nel sistema danza italiano?

Si, spero che la mia iniziativa volta a creare il College per coreografi possa svilupparsi e crescere. Lo spero molto.

Durante la sua direzione lei ha premiato anche artisti italiani come Alessandro Sciarroni (Leone d’Oro 2019) e Claudia Castellucci (Leone d’Argento 2020). Quali qualità e caratteristiche ha riconosciuto in particolare a questi artisti?

A volte mi viene posta la stessa domanda rispetto agli artisti del Québec. Molto difficilmente riesco a dare una risposta perché non sono una storica e non sono nemmeno una critica, e sono contenta di non esserlo! Non ragiono facendo legami. È interessante, ma lascio questo lavoro ad altri. Non voglio stabilire delle connessioni sociologiche o antropologiche tra ciò che osservo, intendo proprio che il mio cervello non è interessato all’arte in questo modo.

C’è un principio che ha guidato la scelta dei premiati negli anni della sua direzione?

Non credo che ci sia un principio, credo piuttosto che sia un atto artistico. È un atto di esperienza dell’arte e di incontro. È il riconoscimento di uno choc vissuto da spettatrice, ovvero un’esperienza allo stesso tempo filosofica, estetica ed emotiva. A guidare la mia scelta c’è l’evidenza di trovarmi davanti a un autore o un’autrice che portano una vibrazione e che entrano in risonanza con la questione della creazione artistica attraverso libertà d’azione e un pensiero originale. Si tratta inoltre di due premi diversi, il Leone d’Oro premia la carriera, mentre il Leone d’Argento premia chi si trova all’inizio.

Trova che la coreografia stia prendendo una direzione nuova grazie a nuove influenze o nuove forme d’ibridazione? Che cosa pensa in questo momento del termine “coreografia”?

Noto che dagli anni Sessanta la danza si è affermata come una delle grandi forme artistiche del XX secolo. Il cinema e la danza, per ragioni diverse, sono diventate arti autonome. La danza ha molto influenzato le arti visive, la performance e le altre arti. Non è ancora finito questo tempo, trovo che ciò che fanno i danzatori sia sempre di grande intelligenza poetica e questo può influenzare il nostro pensiero e le nostre forme d’arte. C’è una corrente molto vitale e dinamica.

Siamo effettivamente in un’epoca che, nel bene e nel male, mette e vede il corpo al centro di molte questioni. La stessa pandemia ne è un esempio. Può essere questo che favorisce dei legami diretti da e verso la danza?

Si, credo che sia importante questo non trovarsi nella parola. Penso che siano accadute molte cose nelle edizioni di Biennale Danza che ho diretto. Non sono eventi per migliaia di persone, ma in questo pubblico ho sentito dei momenti di vero incontro. Ho trovato che in alcuni lavori di danza spesso vengano presentati dei veri e propri trattati di filosofia del sensibile, in cui non si tratta di semplici forme estetiche, ma di esperienze dove tutto viene inglobato, compreso.

Torno sulla questione della pandemia. Certamente, anche la Biennale ha dovuto adattare il proprio calendario alla situazione attuale. Ci sono altri elementi, oltre al calendario, che sono stati modificati per proteggere gli artisti e il pubblico?

Per il momento (luglio 2020, ndr), per proteggere artisti e pubblico, abbiamo domandato agli artisti se possono rispettare la distanziazione sociale se, questa, sarà ancora effettiva nel mese di ottobre. La Biennale farà in modo di far rispettare le norme sanitarie in vigore per il pubblico, certamente.

Biennale è un evento di portata globale, con sezioni talvolta dirette da direttori stranieri, che si confrontano con una dimensione nazionale che è quella italiana. Qual è stata la sua percezione tra queste due dimensioni?

Può essere che ci sia un movimento di sviluppo in corso, che io non ho potuto osservare. Ci sono senza dubbio delle organizzazioni, delle strutture… ma io mi riferisco a un piano più alto, per la danza, un piano istituzionale. La formazione dei danzatori, per esempio, bisogna che si apra, che si vada a vedere cosa si fa per esempio a Biennale College per poter poi diffondere nuove prospettive nelle formazioni di danza in Italia. Nelle scelte fatte ci sono stati molti giovani italiani, tra i partecipanti al College e nelle programmazioni dove, tra l’altro, si offre la possibilità ai giovani di mostrare le proprie creazioni nel festival. Per loro, è come una porta che si apre.

C’è un pensiero che vuole consegnare agli artisti della danza in Italia?

Penso che si debba veramente supportare gli artisti della danza in Italia, bisogna che la danza venga riconosciuta e che le venga dato il suo giusto posto tra le arti. È un problema di diversi Paesi. Credo che sia importante provocare e stimolare i cambiamenti investendo energie e supportando il sistema della danza. Bisogna tenere i talenti che sono altrimenti obbligati a espatriare. Ci sono molte cose che accadono al di fuori della tradizione del balletto classico. Bisogna credere alla cultura dei giovani, che creano, che sono attirati dalla danza e dalla creazione coreografica.

Gaia Clotilde Chernetich

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