A nulla serve dimostrare sicurezza, responsabilità e cura?

Teatri e cinema chiusi di nuovo. Con il Dpcm firmato il 25 ottobre 2020, per la seconda volta, vengono sospesi gli spettacoli al chiuso e all’aperto, fino al 24 novembre. Una riflessione sull’opportunità politica di questa scelta, le conseguenze e la disparità di trattamento riservata ai settori delle arti sceniche e della cultura dal vivo.

Foto Viviana Raciti, Teatro India, riapertura.

Si rincorrono gli appelli, le lettere al Presidente del Consiglio Conte, le richieste, ormai comprensibili, di dimissioni del Ministro dei Beni e delle Attività Culturali Franceschini, riprendono le riunioni online, si scaldano le chat, esplode la bolla Facebook alimentata dai lavoratori dello spettacolo, gli assessori alla cultura delle maggiori città scrivono al Governo facendo partire una petizione. “Covid, la rivolta della cultura” titola sulla prima pagina del cartaceo la Repubblica. Questa volta è davvero difficile restare calmi. Questa volta è davvero impossibile non sentirsi l’ultima ruota del carro. Se a marzo allo sgomento iniziale poi è subentrata subito la responsabilità di riconoscersi in un unico lockdown riferito a tutte le attività produttive, con il dpcm firmato ieri, il capoverso m dell’articolo 1 è un macigno pesantissimo per tutto il settore, la prova, ennesima, sfiancante, di un enorme fallimento: per i teatri e cinema non c’è appello, non c’è orario di chiusura che tenga, non ci sono più misure da rispettare, esiste solo la chiusura.

Gli spettacoli sono banditi fino al 24 novembre, al chiuso e all’aperto, e si spera solo per un mese. Ma la linea netta con cui cui si è falciato un campo appena arato appare inevitabilmente violenta: perché nessuno è venuto a guardare dentro i numeri, nelle specificità dei comparti, dentro le singole attività. Diranno che non c’è tempo, che le curve dei contagi corrono verso l’alto più velocemente degli studi settoriali. Eppure l’Agis qualche giorno fa ne aveva pubblicato uno di studio, che dimostrava la sicurezza di quei luoghi di aggregazione e lavoro, gli eventi spettacolari appunto.

Teatro la Fenice, Il barbiere di Siviglia, con mascherine. Direttore Federico Maria Sardelli, regia Bepi Morassi. Foto Viviana Raciti

Ci abbiamo creduto tutti, non perché avessimo riposto una fiducia incondizionata nell’associazione di settore o in quello studio in particolare, ma proprio perché abbiamo vissuto un’intera estate nella quale abbiamo dovuto ripensarci anche come spettatori. Una nuova esperienza spettatoriale era nata, un pubblico ormai abituato alle regole: alla pistola per la misurazione della temperatura, al sapone disinfettante, alle autocertificazioni più strampalate, ad essere nella maggior parte delle volte in solitudine; avevamo accettato tutto pur di riprendere, anche di nascondere i nostri sorrisi o i nostri sbadigli dietro le mascherine. E così gli attori, stavano imparando a fare a meno di quei volti, ad accettare le risate attutite e il mancato frastuono degli applausi dato dal distanziamento e dai minor numero di mani intente a ringraziare. Nel rispetto dei protocolli i teatri bloccavano le produzioni in cui emergeva un contagiato, ma mai, mai un focolaio è stato riconducibile a un palco o una platea.

Una delle platee allestite a Centrale Fies per il festival 2020. Foto Andrea Pocosgnich

Eppure tutto ciò è vano: durante la chiusura di marzo, da queste pagine non ci siamo azzardati a fare paragoni con altre attività produttive o di culto, ora però è impossibile non accostare proprio le scelte. Se per gli altri comparti esiste una scappatoia, che sia anche la chiusura alle 18 per la ristorazione, con i tavoli da massimo 4 commensali, per gli spettacoli no, non c’è alternativa alla serrata. La società capitalistica è spietata e semplice: il pil prodotto dal settore del food ha decisamente altre cifre, altri zeri rispetto a quello di spettacoli e cultura. È questa l’Italia che abbiamo costruito, è questa l’Italia in cui si rispecchia il nostro fallimento. Ora, il noi, di questa frase, volutamente fatalista non deve però farci dimenticare gli sforzi quotidiani di un settore fatto di donne e uomini che quotidianamente lavora per intessere i fili di un pensiero in grado proprio di immaginare una società diversa.

David marquez, Dança sem Vergonha. Short Theatre 2020. Foto Viviana Raciti

Un settore complesso e sfaccettato di certo pieno di incongruenze, problemi, inadeguatezze e fallimenti, contraddittorio come lo è il Paese tutto, ma che nel lavoro della creazione artistica ha riposto la propria vita, con la stessa passione con cui un fornaio spende la propria notte per cuocere al meglio le sue pagnotte. È ormai evidente che la nostra politica non riesce a comprendere tutto ciò , ma la classe politica è l’espressione di un popolo: siamo minoranza, siamo inesistenti agli occhi degli altri e anche questa volta ci tireranno dall’alto le briciole di una serie di interventi a pioggia.

La platea rinnovata del Teatro Metastasio. Foto Facebook Metastasio

Tutto questo accade mentre spettacolo dal vivo, cultura, musica e cinema cercavano disperatamente di riprendersi, perché non era scontata la presenza degli spettatori alla riapertura del 15 giugno, perché non passava giorno in cui qualche lavoratrice o lavoratore non stringesse la cinghia a causa di giornate di lavoro perse e di bonus ritardatari o casse integrazioni mai pervenute (C.Re.S.Co nella lettera inviata in queste ore proprio a Conte e Franceschini sottolinea l’insufficienza delle risorse messe in campo e l’urgenza di aprire un tavolo tecnico).  Un mese di chiusura, sperando sia solo un mese, renderà ancora più difficile la vita per molti. E poi? A fine novembre un direttore su cosa dovrà scommettere per capire se riaprire o meno? Sulle curve epidemiologiche? Sulle promesse di un Governo che per l’ennesima volta risulta lontano dalla comprensione di qualsiasi meccanismo che regola il lavoro in sala, oppure presume di saperlo. Appunto Nicola Lagioia oggi sul Corriere firma un pezzo intitolato “La presunzione di rinunciare all’arte” e in qualche modo lo scrittore porta la propria testimonianza raccontando l’ossessività con cui alla Mostra del Cinema di Venezia il personale faceva rispettare le regole. Ma soprattutto, dice Lagioia, «l’arte rifonda continuamente la comunità, problematizza il nostro vivere insieme e dunque lo ricompatta.[…] Senza rito né condivisione non c’è elaborazione, senza elaborazione si precipita in un buco nero».

Cloudscapes / La forma delle nuvole per Teatro Contatto Blossoms/Fioriture, CSS Teatro stabile di innovazione, luglio 2020. foto Francesco Fona

In un buco nero rischiano di cadere le lavoratrici e i lavoratori dello spettacolo, nessuno pensa alle conseguenze psicologiche della questione, nessuno si prende la responsabilità di comprendere ciò che avviene in un lavoratore che per mesi ha lottato e ora viene riconosciuto, ancora una volta, come un cittadino superfluo, qualcuno che contribuisce in forma minore al benessere sociale ed economico.

Conte e Gualtieri hanno parlato di ristori immediati per chi è coinvolto in questo secondo semi-lockdown. Ma di chi parlano il Presidente del Consiglio e il Ministro dell’Economia? Perché visto come hanno gestito la questione viene da pensare che non conoscano la varietà dei lavoratori che contribuiscono a manifestazioni culturali e di spettacolo dal vivo. Questi ristori, ad esempio, devono arrivare anche per i lavoratori che si muovono al di fuori delle posizioni Inps ex-Enpals perché nello spettacolo dal vivo lavora una consistente fetta di autonomi della cultura, i quali pur non salendo sul palco si occupano di organizzare, comunicare con la stampa, ecc.

333 km Esercizi sull’abitare #2 Bartolini/Baronio,  Romaeuropa Festival 2020. Foto Cosimo Trimboli

Nei giorni che precedevano il decreto del 13 ottobre il Ministro Dario Franceschini aveva anticipato che non ci sarebbe stato nessun ulteriore taglio dei posti nei teatri, l’Agis ringraziava. Sono bastati dieci giorni per far crollare tutto. Le cronache giornalistiche parlano di un ministro litigioso con il governo proprio per le scelte su cinema e teatri: e allora è ancora più comprensibile la voce di chi chiede queste dimissioni, se non arrivano per manifesta incapacità, malgoverno e mancata progettazione e cura che arrivino almeno come testimonianza simbolica di questa battaglia se il Ministro sente di combatterla e se anche lui sa che queste scelte sono sbagliate e irrazionali.

Invece l’unico messaggio di Franceschini è questo, generico, distaccato, retorico; un tweet che infatti ha scatenato una ridda di critiche:

Un dolore la chiusura di teatri e cinema. Ma oggi la priorità assoluta è tutelare la vita e la salute di tutti, con ogni misura possibile. Lavoreremo perché la chiusura sia più breve possibile e come e più dei mesi passati sosterremo le imprese e i lavoratori della cultura

Zappalà Danza, Lava Bubbles. Festival Fuori Programma Foto Viviana Raciti, Teatro India

Testimonianza è una parola che in questo articolo torna più volte, perché in questo momento il valore primario del nostro mestiere è forse proprio legato alla necessità di testimoniare e raccontare. Lo stanno facendo anche gli artisti, in tanti ieri hanno salutato il proprio pubblico e riflettendo con gli spettatori, a dimostrare ancora una volta quella capacità delle arti dal vivo – evidenziata da Lagioia – di rifondare la comunità.

Resistiamo con mente lucida e pronta: teatri e cinema hanno dimostrato di essere luoghi in cui prendersi cura dell’altro; come ha affermato ieri Francesco Colella dopo l’ultima replica di Uomo senza meta all’Argentina, a teatro «siamo tutti responsabili di quanto sta accadendo e la responsabilità di ognuno salva l’altro».

Oppure, se la situazione è così urgente e fuori controllo, allora vuol dire che è pericoloso andare anche a pranzo fuori o in chiesa. Se, come spiega Christian Raimo in questa riflessione, abbiamo perso la possibilità di tracciare i contagi e dunque nessun luogo è più sicuro si fermi tutto, senza parlare di attività superflue, perché tutti siamo in pericolo.

Andrea Pocosgnich

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