Identità, consapevolezza, privilegio. Dirigere Gender Bender

Gender Bender 2020, intervista alla direzione artistica del festival prodotto da Il Cassero LGBTI Center di Bologna

Al Parco del Cavaticcio di Bologna è in corso Aut out, XVIII edizione di Gender Bender, festival di cinema ed arti performative dedicato alle nuove rappresentazioni del corpo, delle identità di genere e di orientamento sessuale. Abbiamo intervistato i direttori artistici Mauro Meneghelli e Daniele Del Pozzo.

Mauro Meneghelli. Foto Elisa D’Errico

Come sta andando Gender Bender? Alle traversie di questo momento storico si è aggiunto il maltempo, che vi ha fatto annullare le performance della prima giornata: viene da dire che piove sempre sul bagnato.

Mauro Meneghelli: Il maltempo ci ha indotti a reinventare l’inaugurazione di questa edizione, da un’idea di Masako Matsushita, abbiamo pensato ad un podcast, disponibile online per un tempo limitato, per narrare i due spettacoli cancellati, Today di Matsushita e Don’t kiss di Fabio Liberti, descrivendone luci e movimenti nella voce degli stessi artisti. Un modo per non mancare l’appuntamento, per lasciare un segno di rilevanza artistica al posto di quel piccolo vuoto che si sarebbe creato, ma anche per creare nel pubblico curiosità verso quei lavori, che l’anno prossimo ci piacerebbe avere di nuovo in cartellone. Inoltre, come scelta politica di supporto, abbiamo preservato il cachet nella sua interezza. Ci sembra un atto di responsabilità necessario quest’anno. L’esperimento ci ha fatto anche ragionare su una possibile modalità di avvicinamento agli spettacoli: la traduzione della performance in parole ci porta al tema dell’accessibilità per persone non vedenti.

Quest’anno Gender Bender è diventato maggiorenne: al di là delle metafore, c’è materiale per una storia. Come si è trasformato il rapporto col pubblico?

Daniele Del Pozzo

Daniele Del Pozzo: è cambiato molto. Agli inizi non c’era un pubblico della danza contemporanea a Bologna, perché non c’era una tradizione di programmazione come a Reggio Emilia, Ferrara, Ravenna. Si imponeva quindi un lavoro di costruzione di un’audience specifica, che riconoscesse in Gender Bender un festival dove entrare in contatto con compagnie internazionali e nazionali di danza. L’altro versante cresciuto negli anni è quello del pubblico giovane: abbiamo sempre promosso il festival in concomitanza con l’inizio dell’anno accademico, quando studenti da ogni parte d’Italia cercavano nella città un’offerta culturale ed artistica magari diversa da quella dei territori di provenienza. Va detto che col tempo abbiamo demolito l’idea che Gender Bender fosse un festival per “addetti ai lavori”, se non addirittura un festival comunitario LGBT. È stato fatto un lavoro cosciente di ampliamento del pubblico, che abbiamo accolto sempre più differenziato e vario, come rivelano i risultati del questionario anonimo di profilatura che proponiamo ogni anno.

La differenziazione del pubblico rispecchia una differenziazione del programma artistico?

Daniele: Sì. Da sempre Gender Bender tematizza l’inclusione dei corpi non conformi, dei corpi nella terza età, dei corpi con diverse abilità fisiche, anche contro una tendenza della comunità LGBT che, a volte, rappresenta i propri corpi al “meglio” di una perfetta forma fisica, accentuando la seduzione del bell’aspetto. Allora ci siamo aperti a quelle che sono forme non canoniche di bellezza, a partire da una differenziazione anagrafica. Il progetto Teatro Arcobaleno, per esempio, ha permesso di rivolgerci a infanzia, adolescenza, famiglie e insegnanti con una a rassegna teatrale sull’educazione alle differenze di genere.

Sfogliando il programma, emerge la presenza forte della danza rispetto al teatro di parola. L’espressione coreografica è uno strumento d’elezione per mettere in arte le differenze di genere?

Mauro: La danza mette il corpo al centro del discorso. O, piuttosto che di corpo, preferisco parlare di corpi plurali, e delle rappresentazioni che ne diamo. C’è poi un’efficacia molto pratica rispetto alla dimensione internazionale che da sempre caratterizza il festival, per il fatto di non avere a che fare con delle lingue da tradurre in sopratitoli. Sarebbe sbagliato dire che linguaggio coreografico è universale, perché esistono specificità culturali che trascendono i confini nazionali: ma si può dire certamente che è disponibile a sguardi stranieri. Ed è curioso notare come, spesso, entro i confini nazionali quel linguaggio non riesca a comunicare con la stessa forza con cui prorompe oltre i confini.

Daniele: Quando osserviamo intensamente un corpo, si esercita un’immediata risonanza dovuta ai neuroni a specchio, che ci portano a sintonizzarci nel movimento. Ciò accade prima e oltre la parola, ma in secondo luogo avviene anche una proiezione di esperienze, di immaginari, di giudizi e abitudini che abbiamo accumulato negli anni. Sulla scena, o fuori, una donna grassa la valutiamo “diversa” da una donna magra, come un uomo vecchio da un uomo giovane, come un corpo in buona forma fisica da un corpo con diversa abilità. Ma questo può diventare, in un festival come Gender Bender, un gioco di consapevolezza in cui ciascuno si sperimenta.

Performing gender, performing art: c’è un nesso sistematico rappresentato dalla performatività, che vada al di là delle poetiche individuali?

Don’t kiss di Fabio Liberti. Foto Matija Lukić

Daniele: Performing Gender è il titolo dei nostri tre progetti europei, che legano la rappresentazione artistica della relazione fra i generi con l’attivismo, inteso come costruzione di una comunità, come sforzo attivo per il riconoscimento delle pari opportunità tra i generi. Performing Gender significa “performare il genere”, cosa che ognuno di noi fa nella vita quotidiana, performando un modello di maschile o femminile, o di tutto quanto c’è in-between, e giudicando le performance degli altri. Portare questa performatività nel linguaggio d’arte moltiplica i livelli di lettura, fra la volontà degli artisti e delle artiste di rappresentare un immaginario e la proiezione del pubblico del proprio immaginario. Nell’interpretazione delle dinamiche di genere c’è una partecipazione attiva che concorre alla riuscita dell’opera, o meglio che fa sì che l’opera resti vitale. Faccio un esempio. In Don’t kiss, una delle due performance annullate, Liberti aveva cominciato a lavorare in scena sulla dinamica del bacio fra un uomo e una donna. Quando la performer è uscita dal progetto per contingenze produttive, si è proseguito il lavoro con due uomini, innescatondo un conflitto fra l’universalità del tema del bacio e la proiezione culturale sul genere degli interpreti. Conflitto che, purtroppo, ha portato anche a delle incomprensioni produttive.

Ci sono ancora, nel mondo della danza contemporanea, delle frizioni sui temi che affrontate?

Daniele: Noi lavoriamo coi linguaggi contemporanei, ma la danza è passata attraverso una vicenda millenaria per cui l’uomo è quasi sempre la figura forte che solleva la ballerina esile e diafana. Anche se dagli anni ’60 è avvenuta una trasformazione radicale della percezione di cosa è consentito che un uomo faccia in scena e cosa è consentito che una donna faccia in scena, ancora oggi ci troviamo ad ascoltare voci che marginalizzano il tema del genere. Anche a livello europeo.

E in Italia? Le istanze di cui vi fate promotori nel festival sono ampiamente condivise?

Nobody, Nobody, It’s ok not to be ok di Daniele Ninarello. Foto Elisa D’Errico

Daniele: Il mondo del teatro italiano è in primis un mondo del lavoro, e, lavorativamente, accade quello che accade negli altri settori: in Italia c’è un gender gap innegabile, che riguarda i ruoli e le retribuzioni. La maggior parte delle direzioni dei teatri dei festival le fondazioni sono uomini, bianchi, di una certa età, non disabili. La prima cosa mi viene dire: dove sono le donne? Certo, stiamo parlando di un campo che è quello culturale e artistico, che noi immaginiamo essere frequentato soprattutto da persone che hanno un alto livello di alfabetizzazione, di sensibilità: trovare le stesse dinamiche che possiamo trovare in altri ambiti della società… vuol dire constatare una sconfitta culturale.

Mauro: io credo che questo smascheri anche le nostre aspettative rispetto all’idea di cultura. Sarebbe meglio, come per il corpo e i corpi, evocare un plurale e parlare di culture. Oltre alle aspettative, poi, c’è un problema di idealizzazione: l’arte come un luogo migliore rispetto alla società, per appartenere al quale il lavoro diventa merce di scambio. Io voglio fare parte di questa élite e dunque accetto condizioni lavorative umilianti, fino al lavoro gratuito, magari in nome della visibilità: c’è qualcosa che non funziona.

Daniele: Altro esempio d’idealizzazione, il caso Jan Fabre: grandissimo artista, ma che molesta sessualmente collaboratori e collaboratrici. Il fatto che abbia fatto delle opere d’arte lo pone al di sopra della giustizia civile e penale? Penso proprio di no.

Proviamo allora ad abbracciare questa prospettiva di decolonizzazione, ribaltando la questione. Come vivete il privilegio di essere due direttori artistici bianchi, occidentali, non disabili?

Foto Elisa D’Errico

Daniele: Il festival Gender Bender è prodotto da un centro LGBT: partiamo dall’idea che ci sia una minoranza che agisce per ottenere pari dignità in termini di diritti civili. Nel momento in cui si agisce da attivisti per la minoranza a cui si ritiene di appartenere, può nascere un pensiero: e le altre? La nostra azione, che è focalizzata perché risponde ai bisogni di una realtà specifica, si compie solo nel momento in cui soddisfa quei bisogni o si crea immediatamente un’empatia anche con altre istanze minoritarie? Possiamo leggere questo processo anche nella storia del Cassero, che è stato a lungo bianco ed esclusivamente gay… Per poi includere la dimensione lesbica, quella trans, la disabilità e l’interculturalità. Minoranze nelle minoranze. Questo fa sì che l’identità non somigli più ad un quadrato, ma ad un poligono con più lati, fino alla quadratura del cerchio. Quando si parla di identità e di lotta ci chiediamo, come esercizio di consapevolezza: quanto vogliamo schiacciare la complessità della nostra vita per arrivare a un obiettivo mirato e quanto vogliamo restare aperti alla complessità che siamo? Gender Bender cerca sempre di proporre, con la propria programmazione, coi laboratori aperti agli operatori e al pubblico, questo esercizio “epistemologico”. Ricordo che nell’edizione del 2018, intitolata Cromocosmi e focalizzata sull’intersezionalità che ognuno di noi rappresenta, ospitammo Ignite, lavoro del coreografo surinamese Shailesh Baoran. Nello spettacolo erano in scena cinque uomini neri, dalla fisicità potentissima ma in cui ad un certo punto nasceva una piccola crepa. Da lì entrava fluiva un’intimità molto delicata, che in relazione all’immaginario sul maschio nero predatore, ipersessualizzato, dominante, produceva un effetto di destabilizzazione e una successiva presa di coscienza. E dalle prese di coscienza inizia la responsabilità del pubblico.

Mauro: la consapevolezza è il primo passo per capire il proprio posizionamento nei rapporti di forza della società, una pratica femminista condivisa anche dai movimenti Lgbt dagli anni ‘60, fondamentale per capire di quali minoranze si fa parte, e poi del fatto che si può far parte anche di maggioranze. Nel nostro caso essere uomini o essere percepiti come tali, essere bianchi, ma anche avere un sostrato borghese. Il passo successivo è condividere con gli altri il proprio privilegio, fino a fare di questa condivisione un metodo di lavoro. Dal canto nostro, io che ho trentatré anni condivido la direzione artistica del festival dalla scorsa edizione, e certo non si può dire che nella mia generazione questo sia un privilegio ed una responsabilità comune.

Qual è il segno che la vostra prospettiva incide su questa edizione di Gender Bender, in un anno così particolare?

Corpi elettrici del Collettivo MINE. Foto Elisa D’Errico

Mauro: Ancor più che in passato abbiamo ritenuto importante supportare artisti e artiste nella possibilità di portate processi creativi in fieri, anziché prodotti: non vogliamo nutrire l’ansia di chiudere lavori, soprattutto in questo momento. È il caso di Il fuoco fa freddo di Floor Robert, un work in progress, o Nobody, Nobody, Nobody, It’s ok not to be ok di Daniele Ninarello, pratica artistica portata sul palco. Presentiamo poi delle opere la cui genesi è segnata dal tempo che abbiamo attraversato, come What happened in Torino?, un “passaggio di coreografia a distanza” avvenuto online durante il lockdown, fra il coreografo Andrea Costanzo Martini e la danzatrice Francesca Foscarini. O di Corpi Elettrici, una produzione di Gender Bender, che ripropone live il progetto video, realizzato sempre durante il lockdown, dal Collettivo MINE sui brani creati ad hoc dagli studenti del Conservatorio G.B. Martini di Bologna.

Andrea Zangari

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